Il bordo vertiginoso delle cose – recensione dell’ultimo romanzo (molto bello) di Gianrico Carofiglio – per il corriere

Un romanzo scritto per metà  in seconda persona e per metà  in prima potrebbe essere un esercizio di enigmistica, un modo di unire puntini apparentemente sconnessi tra loro, che alla fine diventano forma chiara, evidente; cioè trama. Oppure — altra ipotesi — si potrebbe dire, visto l’autore, Gianrico Carofiglio, ex magistrato, che la seconda persona è nel profondo, soprattutto per lui, la persona delle requisitorie: sei tu il colpevole, chiedo per te (per me) il massimo o il minimo della pena. Rileggendo alcuni passi-chiave de Il bordo vertiginoso delle cose (Rizzoli, 322 pagine, 18.50 euro), la verità  si fa strada da sola: in quest’ultimo romanzo maschile, struggente, Carofiglio ha usato la prima persona per i ricordi teneri dell’adolescenza e la seconda persona per un atto d’accusa violento contro un (possibile) se stesso, trent’anni dopo. Lo ha fatto sporgendosi oltre il bordo vertiginoso, guardando coraggiosamente giù o forse indietro, con lo sguardo addolcito dall’età , sua e del suo personaggio.
La storia è quella di uno scrittore bloccato che, dieci anni dopo un esordio clamoroso e un anno dopo essere stato abbandonato dalla sua donna, si ritrova — senza mai averlo deciso per davvero — a fare i conti con il proprio passato. L’occasione gliela dà  una notizia in breve che il protagonista legge su un giornale nella sua città  d’adozione, Firenze. Nella notizia si dice che a Bari un rapinatore è stato ucciso durante un conflitto a fuoco. Segue il nome della vittima. Un nome che fa scattare dentro Enrico Vallesi, così si chiama lo scrittore, un meccanismo a ritroso, un rewind esistenziale che lo spinge a prendere, quasi in trance, un treno verso la Bari abbandonata trent’anni prima, compiendo un viaggio sulle tracce del proprio passato, tema — questo — che in Carofiglio torna sia nei titoli (Il passato è una terra straniera), sia nelle trame (Né qui né altrove).
Giunto in città , lo scrittore bloccato comincia la sua marcia a ritroso in cerca di se stesso e delle ragioni profonde del proprio disagio di uomo e di narratore. Nei capitoli in prima persona, Enrico Vallesi ricorda se stesso adolescente al liceo, travolto da politica, amore e ginnastica violenta (bisogna tenere sempre a mente che Carofiglio è cintura nera con molti dan di arti marziali varie, e le sue indicazioni su come fare male agli altri sono da memorizzare — non si sa mai). Nei capitoli in seconda persona, procede invece la scarnificazione di sé oggi, da adulto, con frasi del tipo: “Avverto un tono di autocommiserazione che non mi piace molto”. Oppure: “La letteratura esiste solo per indagare le meccaniche dell’infelicità … Tu sei sempre stato d’accordo con questa idea di letteratura. Il che è normale, se sei un intellettuale fallito”. Oppure ancora, in un’escalation verso l’ergastolo esistenziale: “…questa vita che ti è passata accanto e che non sei stato capace di vivere perché volevi soltanto raccontarla, e non sei stato capace di fare neanche quello”.
Il risultato è un romanzo diverso dai precedenti, molto meno fiction e molto più personale, ai confini (è lecito crederlo) dell’auto-fiction. Il protagonista ci racconta di un innamoramento furioso per la supplente di filosofia, in un liceo nei cui corridoi potrebbe esserci sempre un sottofondo di Guccini e De Gregori, accompagnato da un certo profumo di cannabis; e poi ci fa fare a botte con i fasci baresi; ci descrive le insicurezze e i sogni dei sedici anni maschili; ci parla dell’ombra crudele del terrorismo che negli anni Settanta s’allunga verso Sud. E’ questo il passato, per niente straniero, che Carofiglio rievoca nel suo bordo vertiginoso delle cose. Lo fa con una lingua densa e come sempre elegante, attraverso descrizioni acute e, a tratti, divertenti, come ad esempio questa: “…ti piacerebbe subire un’aggressione, fare a botte e sentirti sanguinosamente vivo. Ma non c’è nessuno stanotte e comunque non hai l’aria di uno che valga la pena rapinare”. E lo fa guidato da una certezza, racchiusa nelle ultime righe: che dopo la fine dei romanzi ci sono sempre pagine non scritte, fatte di sangue, di illusioni, di sentimenti. Pagine che i personaggi non conoscono, ma noi sì.