Amica mia, questa è la mia Palermo – per il mensile Amica

Amica mia, lasciati prendere per mano: ti guiderò lungo le strade e i colori di Palermo, tra le sue storie e le sue promesse. Saranno ventiquattr’ore di emozioni. Ma tu che arrivi dalle pianure, abituata ai filari di pioppi sull’A4, dovrai fidarti di me, rinunciare alle tue rigide certezze, e alla fine del nostro giro, e solo allora, deciderai se lasciare la mia mano o credere a quello che attraverso la nostra pelle, gli sguardi condivisi, Palermo ti avrà  detto.

Ecco, quello che ora vedi, appena sbarcata, è il mare blu di Punta Raisi. Ci andavamo a pescare, ancora ragazzi, sentendo il rombo degli aerei in atterraggio: i retrofreni ruggenti delle turbine, lo stridio delle gomme su quella pista che la mafia volle a ridosso delle montagne, su una lingua di mare, e che tante vittime causò. Però il mare che vedi è leggendario, pieno di ombrine e polpi, di ricci femmine e di stelle marine. Lo ricordo perfettamente, chiudendo per un istante gli occhi: distese di posidonie tra rocce intatte. E’ ancora così, ne sono certo.

Vieni, sali in macchina, mettiamo la tua borsa dietro: è una vecchia R4, ma a una certa età  la memoria grida più forte della coscienza verde. E’ una Euro sottozero, e la tengo parcheggiata in centro, vicino ai miei anni migliori. Su, monta, non aver paura: qui resiste tutto, anche le pietre dei fenici; vuoi che questo motore 850 non regga i venti chilometri per la città ?

Non ti spaventare: quei mostri di cemento che vedi a destra e a sinistra, entrando a Palermo, sono i figli dell’edilizia mafiosa, gli aranceti trasformati in una notte dai boss e dai loro complici politici nella città  nuova, tragicamente nuova: palazzi altissimi su strade larghe qualche metro, senza verde né parcheggi. La chiamarono, con un certo understatement, speculazione edilizia: si trattò in realtà  di un omicidio; la speranza di sviluppo di una città  venne assassinata da mafia e vecchio potere.

Ma non voglio intristirti. A Palermo, come ti dicevo, resiste tutto: persino la speranza. Cosa sarebbe altrimenti il giro che faremo? La speranza di una vita nuova, lo sposalizio tra culture, la scoperta di un mondo a te per ora estraneo e a me fraterno; forse di più: paterno.

Quindi al bando la politica, al bando la malinconia: seguimi, andiamo a scoprire il cuore della città . Lo scopriremo da nord, entrando da Porta Nuova, il più importante accesso per chi arriva da terra.

Questa strada che stiamo percorrendo si chiama Corso Vittorio Emanuele, detto il Cassaro, e a metà  del suo percorso interseca via Maqueda, dando vita ai Quattro canti di città , la piazza principale della Palermo antica, l’origine e la quadripartizione dei mandamenti arabi. Se vuoi ci addentriamo nel centro, scoprendo mercati e botteghe, palazzi bombardati e odori forti. Troveremo il Capo e Ballarò, i due mercati più grandi e colorati. La Vucciria è ormai solo il ricordo di se stessa, l’ombra sbiadita della tela sontuosa di Renato Guttuso. Ma se vuoi capire perché esiste Marsiglia, ti basterà  dare un’occhiata al Capo o a Ballarò: il Mediterraneo mercantile è nato qui, in un’età  in cui i romani ancora dovevano arrivare.

Fermati a un piccolo banco di passolini e pinoli: comprali, ti prego. Guarda com’è piccola e scura l’uva passa, niente a che vedere con la sultanina e la sua zuccherosa mollezza: li userai una volta a casa per fare la pasta con la muddica atturrata, il pan grattato abbrustolito. In fondo al Cassaro, passeggiando, troveremo l’altra porta, detta Felice, al di là  della quale c’è la linea del mare. Sopra di noi corre la Passeggiata delle Cattive (che in lingua siciliana significa vedove), dalla quale ora, che è mezzogiorno, potremo guardare il prato che finisce sugli scogli, respirare l’aria che sa di sale, scorgere lo spigolo della Cala, l’antico porto peschereccio.

A due passi da noi c’è Piazza Marina, un quadrato che riassume il lutto e la luce della città . Su un lato c’è lo Steri, antica sede dell’Inquisizione, davanti al quale si celebravano gli autodafé e i conseguenti roghi; sugli altri lati, ristoranti e bar molto accoglienti, con tavolini in ombra e sguardo sul giardino centrale dove giganteggiano i più grandi ficus magnolia che un europeo possa immaginare. Lungo la sua cancellata liberty venne assassinato il tenente Joe Petrosino, un poliziotto italo-americano che sfidò all’inizio del Novecento la potentissima Mano Nera. Poco oltre comincia via Alloro, la nervatura nobile del centro storico: edifici blasonati (alcuni dei quali cadenti) uno dietro l’altro, fino a giungere a piazza Croce dei Vespri dove, a Palazzo Gangi, Visconti ambientò il valzer del Gattopardo. Ti tengo per mano perché tanta bellezza, mista a tristezza, può stordirti: lo sapeva Yasunari Kawabata, ma lo sanno anche i cocchieri che guidano le carrozzelle palermitane; ci vuole cautela, davanti all’emozione. Il cavallo va piano, permettendo a ognuno di noi di assaporare il gusto dolce della rovina.

Pranziamo qui, in uno dei ristoranti di piazza Marina. E poi andiamo a prendere un gelato, dimenticando per un attimo le stazioni del ricordo luttuoso: ogni angolo, ogni strada, a certi palermitani rammemora la mafia, le guerre, la mattanza. No, amica mia, ti meriti dolcezza: il tour del dolore lo faremo un’altra volta. Quindi andiamo dritti a Mondello, traversando la Favorita, il parco elegante dove un tempo si andava a scampagnare con gli anelletti al forno (timballo di pasta irrimediabilmente palermitana). La spiaggia ci accoglie come una carezza: è luminosa, ora che sono le tre, bella di una bellezza imperiosa, priva delle “capanne” (le cabine) che in estate oscurano il mare smeraldo. E’ tiepida l’aria, verrebbe voglia di spogliarsi, cominciando dalle certezze: niente è quello che vorremmo che fosse, nessuno di noi — a Palermo — è totalmente padrone del proprio io. Le cose accadono in modo inerziale, come trascinati da un sussurro di piacere o di paura. Quindi scivoliamo sulla sabbia, togliendoci le scarpe, guardando il molo del circolo Lauria per poi scalciare i finissimi granelli che, sollevandosi, diventano polvere d’oro. L’aria del mare è l’aria di noi: entra dentro, sostituendosi all’anima, semmai esistesse.

Non c’è da bere, né da mangiare: basta abbandonarsi agli odori e ai colori.

Il pomeriggio arriva tiepido, con uno sguardo al santuario di Santa Rosalia, lì su Monte Pellegrino, il rilievo che sormonta da un lato Palermo e dall’altro Mondello. I tornanti sono una fila di auto parcheggiate con i vetri coperti da giornali per celare amori clandestini. La caverna della Santa, per i credenti, purifica la vista e l’immaginazione. Oppure consente di guardare giù verso quella distesa di cemento e malìa che è la Conca d’Oro.

Il pomeriggio sarà  per noi, se vorrai, un cocktail sulla terrazza di Villa Igiea: era una delle residenze dei Florio, ora è un hotel dove uno dei maggiori architetti decò, Basile, ha lasciato opere memorabili. La temperatura adesso è fresca. Copriti con quella pashmina che porti in borsa, da nordica previdente. Io non ho niente di più pesante dei miei ricordi, per affrontare la sera. Ma è già  qualcosa.

Per cena ho prenotato alle Terrazze, il centro del golfo di Mondello: un ristorante nello stabilimento liberty su palafitte da cui osserveremo la rada, che è un anello perfetto intorno a noi. Berremo uno chardonnay siciliano — Planeta o Tasca — e discuteremo del principio di assoluto. Per il relativo c’è la notte: ho riservato all’hotel La Torre, sulla punta del golfo di Mondello. Sotto le stanze batte il mare e noi ne ascolteremo lo sciabordìo, ninna nanna sentimentale capace di sciogliere ogni cuore. Anche il tuo: hai ancora la tua mano nella mia. Qualcosa vorrà  dire.