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Andreotti assolto dall’accusa di omicidio – editoriale per il Messaggero, 1999 – Giuseppe Di Piazza

Andreotti assolto dall’accusa di omicidio – editoriale per il Messaggero, 1999

di GIUSEPPE DI PIAZZA

Si tratterebbe di un delitto ordinato con gli occhi, cioè con quel silenzio eloquentissimo con cui i capimafia sanno impartire comandi evitando parole, dettagli, ovvietà . Ricapitoliamo: secondo i pubblici ministeri di Perugia, il senatore a vita Giulio Andreotti, , durante la primavera del 1979, espresse il silente desiderio di veder morto il giornalista Mino Pecorelli, il quale — per vie traverse — era conoscenza di sul caso Moro, segreti che condivideva con il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, e che costarono la vita a entrambi. Va da sé che i mettevano nei guai Andreotti, allora vero padrone della politica italiana, guai tanto neri da convincerlo a rivolgersi — con gli occhi, o con il suo micidiale silenzio — al fido Claudio Vitalone, allora magistrato, il quale a sua volta andò a bussare da chi conosceva il mestiere — i boss Pippo Calò e Gaetano Badalamenti — che prontamente procurarono due sicari. Il 20 maggio del ’79 Mino Pecorelli fu assassinato. E il piano di Andreotti, secondo i pm, andò a compimento.

Durante la requisitoria, per preparare la corte alla loro richiesta-choc, i due pubblici ministeri avevano più volte detto che . La frase è d’effetto, e sicuramente vera: nella storia di questo scellerato paese, è già  successo che re, governanti, imperatori abbiano fatto sgozzare nemici, eliminare testimoni, avvelenare rivali. Ma la verità  che a Perugia doveva essere dimostrata è che il senatore Andreotti avesse ordinato personalmente un delitto: solo in questo caso lo si potrà  condannare all’ergastolo, il cui valore — vista l’età , 80 anni — sarebbe del tutto simbolico. In caso contrario, cioè nel caso in cui la dimostrazione del reato non fosse chiara o completa, allora andrebbero riletti questi anni di processo perugino: si può portare alla sbarra un pluri-ex capo di governo, accusarlo di omicidio, chiedere per lui la massima pena, e poi non dimostrare — al di là  di ogni ragionevole dubbio — la terribile imputazione? Sentendo il pubblico ministero chiedere ieri, con un’apparente mancanza d’emozione, l’ergastolo per l’ex padrone d’Italia, si dovrebbe rispondere di sì: hanno dimostrato tutto e sono sereni. Ma poi, sentendolo aggiungere che il delitto, Andreotti, non l’ha ordinato personalmente, , allora no, non si capisce più su quale terreno si è avventurata la giustizia. Andreotti ha ordinato, sì o no, il delitto Pecorelli? L’ha fatto ordinare a qualcun altro? E a chi? A Vitalone? I pm sono convinti di questo, ma non c’è nessuno che lo dimostri. Molti indizi, è vero, alcune testimonianze di pentiti, ma nessuna prova regina, nessuna certezza.

Poche settimane fa, a Palermo, altri pm hanno pronunciato un’altra pesante richiesta di condanna per Andreotti: 15 anni. In quel caso il reato era associazione mafiosa, diciamo un reato propedeutico rispetto a quello contestato a Perugia: Andreotti era un amico al servizio dei boss, i boss erano al servizio di Andreotti, una mano lava l’altra e tutte e due hanno impugnato le pistole che uccisero Pecorelli. Il ragionamento fila, ha una grande capacità  suggestiva, e si fonda anche in questo caso su dichiarazioni di pentiti. Ma basta per giungere a una condanna?

Nel merito, molti sono convinti di no. Per primi i popolari, compagni di militanza del senatore a vita. Qualcuno, nella segreteria politica di quel partito, ha creduto ieri pomeriggio di interpretare gli umori di tutta l’Italia dicendo che l’accusa rivolta ad Andreotti d’essere il mandante di un omicidio. L’affermazione, conoscendo il nostro paese, è del tutto temeraria: molti, invece, riterranno da qui all’eternità  Andreotti capace di tutto. Era o non era Belzebù? Era o non era il capo di Salvo Lima? In questo ha ragione Nando dalla Chiesa, parlamentare verde e figlio del generale ucciso — secondo i pm di Perugia — per lo stesso motivo per cui fu assassinato Pecorelli. Dalla Chiesa, rifiutandosi di entrare nel merito giudiziario delle accuse, ribadisce invece la sua ferma condanna politica . Erano anni terribili, per la Sicilia e per l’Italia. Andreotti imperava, Lima governava… Qualcuno impartiva ordini senza dire una parola. Ma tutto questo, in un’aula giudiziaria, è difficile da far stare: si tratta della nostra storia. E di quella il Divo Giulio dovrebbe, sì, rispondere.

30 aprile 1999