Falcone e Borsellino, vent’anni dopo

A Roma, il 23 maggio del ’92 era un sabato tiepido. Seduto alla mia scrivania di vicecapo della Cronaca del Messaggero, nello storico palazzo di via del Tritone, seguivo le sedici pagine che avremo dovuto chiudere entro le dieci di sera: traffico, politica capitolina, seguiti di delitti di mala, spettacoli… I cronisti erano indaffarati, meno dei consueti 35 che riempivano la Cronaca: era un sabato, molti erano di riposo. Poi, verso le sei e un quarto o forse le 6 e mezza, le agenzie batterono il primo flash su un attentato a Capaci in cui era coinvolto il giudice Giovanni Falcone. Il mio cuore accelerò di colpo, in modo parossistico. Al giornale sapevano tutti che da tredici anni, da quando avevo cominciato la mia attività  giornalistica, mi occupavo di mafia. Il direttore di allora, Mario Pendinelli, mi fece chiamare subito per dare una mano quantomeno a controllare la notizia e la sua entità . Feci alcune telefonate all’ospedale Civico di Palermo, dove mio padre era stato primario fino al giorno della sua morte, avvenuta l’anno prima. Ed era proprio al Civico che avevano portato Falcone, la moglie e gli agenti straziati dall’esplosione. Il giudice era ancora vivo, sebbene gravissimo. Una manciata di minuti dopo, un amico di mio padre, al telefono, mi diede conferma che Falcone era morto. Come Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Non ricordo quel giorno di aver scritto nulla: diedi una mano ai colleghi degli Interni e della Giudiziaria a far titoli, correggere schede, chiudere le pagine, le decine di pagine che facemmo in una notte di lutto e lacrime.

Cinquasette giorni dopo, il 19 luglio, era una domenica. Una giornata dolcemente estiva, bellissima, che i romani stavano trascorrendo al mare, tra Circeo, Ostia, Argentario. I miei amici erano andati in spiaggia, io invece ero al giornale, di turno, a reggere la Cronaca di Roma secondo un’alternanza stabilita con il mio capo di allora. Ricordo vagamente il momento in cui l’Ansa diede la prima notizia. Doveva essere qualche minuto dopo le 17. Una terribile esplosione in città , forse coinvolto un giudice. La conferma l’avemmo dopo poco. Fui convocato dalla direzione, mi chiesero — in attesa che partissero gli inviati — di controllare per telefono tutto ciò che si poteva controllare. Chiamai mia sorella, che viveva non lontana da via D’Amelio, le chiesi una grandissima cortesia, ai confini dell’abuso emotivo: prendere il motorino, andare sul posto e raccontarmi per telefono che cosa vedeva. Lei è una storica dell’arte contemporanea: lo fece un po’ sotto choc (il boato dell’esplosione aveva scosso anche la sua casa) e un po’ perché si sentiva, come me, al centro di una tragedia da cui non si poteva fuggire. Eseguì disciplinatamente. Mi descrisse, piangendo, che cosa vedeva in via D’Amelio, i resti di uomini e cose. Poi non resse e, ringraziandola, le dissi di tornare a casa. Avevo esagerato. Ma non potei fare a meno di avere subito “occhi miei” lì dove s’era consumata la seconda parte della tragedia del 1992.

Quella sera dovetti scrivere un lungo pezzo difficile: il racconto dell’amicizia che legava Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo scrissi, come diceva un anziano giornalista, “con ciglio asciutto”: ma il mio cuore era un fiume di lacrime. Avevo incontrato Paolo Borsellino pochi giorni prima della sua morte, a Roma, quando si discuteva di una sua possibile candidatura alla direzione degli Affari Penali, posto lasciato libero dall’uccisione di Falcone, o all’alto commissariato antimafia. Era un uomo sopraffatto dal caos che noi giornalisti facemmo. Vidi nei suoi occhi una luce perduta. Percepii come la sensazione che tutto questo sarebbe finito. Per lui, innanzi tutto. E forse per noi. Mi fece tristezza, quell’incontro. Pochi giorni dopo ripensai, scrivendo, a quella luce perduta nel suo sguardo. Aveva capito. Aveva capito tutto. Noi non sapevamo niente. Come al solito.