Gli attrezzi del mestiere – contributo al libro di Igor Righetti

di GIUSEPPE DI PIAZZA

Nel 1979, quando cominciai la mia avventura, in Italia si diventava giornalisti in modo per lo più artigianale. Io vivevo a Palermo, dove sono nato, e dove, in quell’anno, seguivo gli studi di Filosofia. Sognavo di fare il semiologo della pubblicità , e per questo motivo nell’estate del ’79 andai a Parigi per tentare il salto verso la Sorbonne Nouvelle. Mi iscrissi a un corso per stranieri, passai due mesi nelle aule di francese, mi innamorai di un paio di ragazze conosciute nel metrò, le cui carrozze, grazie al “Manoscritto trovato in una tasca” di Julio Cortazar, erano diventate per me il luogo del caso e della passione.

Immaginavo, in quei miei mesi parigini, un futuro fatto di bei libri, sensualissime donne dalla erre arrotata, accademismi, molta Francia. Invece, in quel settembre del ’79, in una torrida Palermo un gruppo di siciliani feroci, armati di pistole automatiche e di un Winchester, stavano per togliere la vita a uno dei giudici più coraggiosi che il nostro paese abbia avuto, l’indimenticabile Cesare Terranova. E nel compiere il loro tremendo delitto, quei siciliani feroci mi costrinsero a cercare un altro futuro. Il giudice venne assassinato alle 8.30 del 25 settembre, io lo seppi poche ore dopo, al telefono, in una cabina pubblica davanti al Grand Palais. Ero con un mio fraterno amico, nipote di Terranova, ci guardavamo in silenzio, gli occhi pieni di lacrime. Non dicemmo nulla di preciso ma la nostra coscienza civile, il nostro dolore, ci spinse nel nostro appartamento parigino, dritti, a fare i bagagli. E a tornare a Palermo: la diserzione non era consentita.

Pochi giorni dopo, grazie a una circostanza per me fortunata — il direttore del quotidiano L’Ora, Nicola Cattedra, si era rivolto a mio padre, medico pneumologo di una certa fama, per curare alcuni fastidi dovuti alle tante sigarette, e tra loro era nata un’amicizia — mi ritrovai a L’Ora, nella veste di aspirante giornalista. Ero tutto infarinato di accademismi, di presunzione, di inutili e giovanili snobismi. Nicola Cattedra mi guarì presto e bene, tirandomi contro, quando servì, anche un calamaio non pesante ma solido che teneva sulla scrivania. Mi faceva riscrivere i pezzi due, tre volte. Mi disse qualcosa che ancora oggi, quasi trent’anni dopo, continuo a ripetere ai miei ragazzi, durante le lezioni allo Iulm o durante le riunioni di redazione: “Quando scrivi, quando fai un titolo, ricordati sempre che il lettore è un signore che ogni mattina esce di casa, fa duecento metri, raggiunge l’edicola, tira fuori i soldi, e sceglie il nostro giornale. A quel signore, che fa moltissimo per te, per noi, non puoi chiedere altra fatica. Non puoi scrivere cose che lui non possa comprendere, usare parole che non potrà  capire. A quel signore noi dobbiamo gratitudine e rispetto. Quindi — concludeva quasi sempre così — riscrivi il pezzo. E sparisci”. Grazie, Nicola. Non te l’ho mai detto con tanta chiarezza.

Fui buttato in cronaca, e che cronaca. La Palermo tra il ’79 e l’83 fu un impasto di lutti, stragi, guerra pura che Cosa Nostra dichiarò allo Stato. Scoprimmo parole nuove — incaprettati, auto-bomba, lupara bianca — e sondammo i limiti della nostra resistenza di giovani giornalisti immersi, letteralmente, in un mare di sangue. Enrico Deaglio, nel suo bellissimo “Raccolto Rosso”, calcola che in quei cinque anni siano state uccise in Sicilia oltre duemila persone. Calcoli presuntivi, forse pessimistici. O forse, terribilmente ottimistici. Passai cinque anni letteralmente di fuoco, dai grandi inviati imparavamo toni e modi, inviavamo le nostre corrispondenze, costruimmo la nostra trincea di giornalismo antimafia.

Visti da lontano quegli anni sono stati la vera formazione, un etologo direbbe l’imprinting, per un’intera generazione di giornalisti nata lì, nella Palermo della mattanza. Giriamo il mondo, viviamo altrove, alcuni non si sono mai mossi, ma c’è un filo che ci lega, e le mostrine di quella campagna iniziale sono appuntate per sempre sulla nostra pelle.

Un campagna iniziale, o forse iniziatica. Quella campagna si chiamava cronaca: andare al giornale al mattino e non sapere dove avresti concluso la giornata. L’imprevisto come regola, il brivido dell’imprevedibile che a Palermo, in modo eccezionale, si mischiava all’orrido. Credo che ogni giornalista che aspiri a comprendere il mondo, se non a cambiarlo, debba passare una parte della propria vita professionale in cronaca. Negli anni mi è persino capitato di dirigerla, una cronaca. Una cronaca-mito, quella del Messaggero. Su quella poltrona giunsi forse troppo presto, a 34 anni. I miei compagni di lavoro erano in molti casi ben più vecchi di me. Avevo già  13 anni d’esperienza, ma Roma, lo capii dopo, di esperienza te ne chiede dieci volte di più. Raccontare la Capitale è stata in ogni caso l’avventura professionale più appassionante che i quotidiani mi hanno permesso. I grandi delitti, le battaglie civili, i personaggi strani e le cerimonie del potere, e poi la cronaca rosa, cronaca regina nella dolcissima capitale, con la fortuna d’aver a fianco il King dei paparazzi, niente meno che Rino Barillari… Ho lasciato una gran parte del mio cuore nello stanzone della Cronaca del Messaggero, al secondo piano, dove passai sei bellissimi anni con persone straordinarie, colme d’umanità  e di senso dell’umorismo.

A un ragazzo che comincia non mi stanco quindi di ripetere: cronaca, cronaca, cronaca. La vita è là , c’è pure il senso della politica, a far il lavoro in un certo modo. E ritroverete anche i meccanismi dell’economia, magari in scala. Un universo racchiuso in una città . Un po’ come il piccolo cosmo che i Men In Black trovano nello sportello del deposito bagagli della Grand Central di New York. Un cosmo da studiare, amare, rispettare. Un cosmo che vi insegnerà  con gli anni a diffidare di quei giornalisti che, dovendo giudicare un collega, lo definiscono “un cronista, nient’altro che un cronista”, quasi fosse un limite e non un merito. Che errore.

E non è certamente l’unico. Gli errori in agguato, nel nostro mestiere, sono tanti. Uno dei più gravi è dare per scontato. Dare per scontato che tutti già  sappiano. Dare per scontato che tutti si ricordino le puntate precedenti. Insomma, un errore che discende da altri errori: presunzione, tecnicismo, disprezzo per la semplicità . Come evitarli? Un piccolo segreto ci sarebbe, ma è un po’ come dire a un calciatore: per giocare bene devi fare di tutto per giocare bene. Comunque lo dico: nel giudicare una notizia, nel decidere che peso darle, nello scegliere il come pubblicarla, bisogna provare sempre a stare nei panni degli altri. Uscire il più possibile dai propri aiuta a ritrovare equilibrio. Noi giornalisti siamo di norma lettori non tipici: iper-stimolati, iper-informati (teoricamente), tutto ci appare già  letto, già  visto, già  scritto. Ma chi compra i giornali normalmente non è come noi. Sono persone che fanno altri lavori, magari di responsabilità  ben superiore alla nostra, leggono distrattamente i giornali, anzi li sfogliano, dedicano alle nostre parole un’attenzione limitata e non ne percepiscono mai o quasi la (presunta) sacralità  che noi ci mettiamo nello scriverle. Risultato: la dimenticanza, o il fraintendimento, sono — nel rapporto che il lettore ha con noi — la norma. Tenendo conto di questa cosuccia, forse riusciremo a fare giornali migliori. Uscire dalle proprie vesti e provare a indossare i panni di chi ci legge, è quindi lo sforzo continuo che dovremmo fare.

Nei primi anni Novanta, il mio direttore d’allora, Giulio Anselmi, durante una riunione fece un’affermazione — a proposito di questo argomento — che mi è rimasta scolpita nella memoria: “Ai lettori una storia di cronaca comincia a interessare il giorno dopo che ai giornalisti è venuta a noia”. Si doveva decidere se dare seguito o no a un fatto che stava sul giornale da alcuni giorni. Naturalmente la sua affermazione velocizzò il dibattito e furono fatti altri pezzi, ma oggi, ripensando ad alcune grandi storie che ho seguito nel corso di questi trent’anni di carriera, posso dire che ci sono notizie che si fanno largo da sole, serialità  che nascono in modo pressoché indipendente dalla nostra volontà . Prendete negli anni recenti i delitti di Perugia (Meredith, Amanda…) e quello di Cogne (Annamaria Franzoni). Ci si può annoiare, è vero, a scrivere per mesi, per anni, sulla stessa vicenda. Ma storie così, al di là  della nostra passione personale per i gialli, si faranno sempre largo da sole, troveranno pagine e colonne e minuti di televisione ogni qual volta ci sarà  motivo. Anche il più piccolo motivo.

Ecco. Le motivazioni sono alla base di ogni nostro gesto, quando lavoriamo, quando progettiamo una pagina, un giornale. Sono convinto che non si possa fare a meno di un transito in una cronaca, l’ho già  detto, ma sono anche convinto che non si possa proprio fare questo lavoro se non si è mossi da una motivazione ideale. Il giornalista non è professione per chi desidera arricchirsi, ma certamente è l’occasione che il mondo del lavoro dà  a chi intende partecipare a un piccolo processo di miglioramento della società . In teoria il nostro lavoro ci consente accessi in stanza per lo più vietate. Ci permette di leggere documenti riservati, ci autorizza a fare tutto questo per conto di molti. I Blues Brothers erano costantemente in missione per conto di Dio. Noi — sempre in teoria — dovremmo essere in missione per conto della realtà : smontare le frottole, vigilare che tutto ciò che appaia sui giornali, sulle televisioni, su internet sia reale, figlio della realtà  delle cose.

Ammettiamolo: non c’è alcuna possibilità  di essere obiettivi; c’è sempre invece un modo per essere completi. E con i piedi ben piantati nel reale. Quindi, con molto realismo, chiudo queste righe con un modesto appello: facciamo di tutto perché la nostra completezza, il senso della realtà  possa passare dalla teoria alla pratica. Sarebbe una rivoluzione, in questa nostra Italia.