Grazie per “Bling Ring”, ma qualcuno dia una mano a Sofia Coppola

Post per “Marilyn”, il cine-blog di Corriere.it

di Giuseppe Di Piazza

Dobbiamo qualcosa a Sofia Coppola. Innanzitutto un grazie, poi un aiuto. Un grazie per averci dato “Bling Ring” (sinonimo gergale di brillante), una pellicola educata e allo stesso tempo agghiacciante, dove si racconta di adolescenti di Los Angeles, talmente fashion victims da non far altro che cercare victims a cui rubare oggetti fashion. Le vittime sono star assortite — da Miranda Kerr a Paris Hilton, da Lindsay Lohan a Orlando Bloom, tutti con i loro nomi — e la banda di giovani ladre, cui si unisce un ragazzetto gay, è invece ispirata a un nugolo di teenager finito realmente in carcere qualche tempo fa. Per tutto questo realismo non posso che dire grazie a Sofia, grazie per averci dato dopo le Vergini suicide, Lost in translation e, soprattutto, Somewhere, un altro bel cazzotto nello stomaco.
Detto questo, però, l’elegante, desiderabile, silenziosa Sofia Coppola ha un’evidente bisogno di aiuto. Lo si capisce proprio mettendo insieme i suoi titoli: com’è possibile che il suo sguardo non sia mai accondiscendente? Perché non si abbandona per dieci minuti, non dico di più, alla dolcezza? Lei, invece, con la macchina da presa ustiona le cose che inquadra, che decide di raccontare: gli espatriati, le star di Hollywood, i teenager vuoti come zucche. Lo fa con un eleganza ipnotica, ma questo non ci sottrae dal dovere di dare una mano a una ragazza così interessante, così preda — direbbe Lucas — del lato oscuro della forza.
Ricordo che dopo aver visto “American Beauty” pensai che fosse un capolavoro orribile: è mai possibile che nessun personaggio sia iscrivibile nella colonna dei buoni? Tutti solo e soltanto cattivi? Su, Mendes: almeno uno che dia speranza… Dai film di Sofia Coppola si esce allo stesso modo: in preda a un’angoscia silenziosa, che non sai addebitare a nulla di preciso.
Uno psicanalista scaverebbe nel passato e troverebbe presto la soluzione: 1989, New York Stories, l’episodio diretto dal papà  di Sofia, Francis Ford Coppola. Il titolo era La vita senza Zoe e raccontava di una bambina, figlia di un flautista di fama mondiale (Giancarlo Giannini) e di una celebre fotografa. Visti gli impegni dei genitori, la ragazzina era costretta a vivere in un albergo newyorchese a cinque stelle, tra shopping annoiati e camerieri per amici. Vita solitaria, triste ma non final, per la piccola Zoe — probabilmente ispirata alla deliziosa Sofia, allora già  diciottenne. Il final l’abbiamo oggi davanti gli occhi: ottimi film agghiaccianti e malinconici di una figlia cresciuta in alberghi di lusso. (Per favore, qualcuno dia una mano alla ex bambina Sofia. Ha troppo talento per lasciarlo tutto e soltanto al lato oscuro della forza).

7 ottobre 2013