Intervista con Bianca Balti

Bianca Balti è un sorriso che accarezza il mondo. Lo sento su di me, quando mi accoglie nella sua nuova town-house milanese, con i capelli ancora bagnati di doccia, una felpa grigia su un vestito provenzale bianco di Zara, che addosso a lei sembra tutto quello che di lussuoso vi viene in mente. “Ah, sei tu?”, e il suo viso si illumina. Bianca e io ci siamo conosciuti qualche anno fa, immediata simpatia in una notte moscovita durante un grande evento glamour. Già  allora mi colpì il suo modo di fare, così poco convenzionale, aperto, da intrusa divertita più che da superstar della serata quale lei era. Guardandola ora, mentre con un gesto veloce porta i capelli umidi dietro le orecchie, penso che semmai accadrà  che la sua bellezza dovesse declinare, rimarrebbe sospeso sul mondo il sorriso con cui mi ha accolto, quasi fosse lei il gatto del Cheshire uscito dalla penna di Lewis Carrol. “La verità  è che mi sono sempre vista come un felino” e non chiarisce se per la capacità  innata di seduzione riconosciuta ai gatti, o se per la vocazione che lei manifesta “di restare il più possibile a casa a non fare niente”. Per definire il niente Bianca usa una parola più esplicita. E io già  la immagino acciambellata sul suo divano bianco, rivestito con la bandiera di Cuba, a non fare qualcosa di esplicito. Possibile tanta pigrizia? “Giuro, non farei niente. Penserei e basta. Io sto ore a guardare un muro seduta, a pensare a ogni cosa”.

Questa ragazza ha tutte le caratteristiche per diventare qualcos’altro a sua scelta. Non ama i ruoli, e ha detto in alcune interviste che la imbarazza dire, a chi non la conosce, che fa la modella. Però rispetta il lavoro che fa. “Sono una donna fortunata, ho cominciato saltando la gavetta, scelta da Dolce e Gabbana per una campagna. Avevo 20 anni, stavo per trasferirmi a Barcellona per seguire un corso di cucito, una mia autentica passione. Vivevo in uno squat, cioè in un edificio che con altri ragazzi avevamo occupato non lontano da piazzale Corvetto, a Milano. Ero andata via da Lodi lasciandomi alle spalle una famiglia perfetta, papà  distributore di giornali, mamma ottima cuoca devota all’ordine, due fratelli. Però io detestavo tutto, ero sempre contro. Mi feci un’infinità  di piercing e mi fidanzai a Milano con uno squatter. Eravamo una comunità  punkabbestia, in quindici con più di venti cani. Al piano di sopra dello squat stava un gruppo di romeni. Una mattina comparve davanti a noi una ragazza lacera, piangente. Era stata violentata a turno per l’intera notte. Chiamammo la polizia, capii che le cose stavano cambiando. Qualche tempo dopo il mio fidanzato venne arrestato con l’accusa di aver picchiato dei neofascisti, un’accusa inverosimile per lui — buonissimo e cresciuto alla scuola steineriana. Decisi allora di guadagnare qualche soldo facendo l’hostess ai supermercati; lì mi notò una signora che mi indirizzò a un’agenzia di modelle, e tutto è cominciato”.

L’inizio è stato folgorante. Direttamente in serie A, saltando a pie’ pari la trafila fatta di attese, mappe stradali, bottigliette d’acqua e tacchi alti riposti nella borsa. “Se avessi dovuto subire la sofferenza dei casting non avrei mai fatto la modella”, dice oggi, e capisco che non c’è spocchia in questa affermazione, soltanto la sincerità  di una ragazza che per descriversi sceglie le seguenti parole: “Consapevole, sentimentale, cinica, priva di competitività  e di ambizione”. Chiedo: non c’è contraddizione tra l’essere sentimentale e l’essere cinica? “E perché mai? Sto al gioco, ascolto tutti, poi la sera con gli amici rido della mia giornata, con cinismo. Questo non mi impedisce di essere una vera sentimentale: sono dei pesci, non dimenticarlo”. Provo a non dimenticare niente di queste ore con Bianca Balti da Lodi, 28 anni fulgidi, scelta da Cristina Lucchini, direttrice del giornale che state leggendo, come immagine riassuntiva per celebrare il fascino e l’eleganza di 50 anni di “Amica”.

“Ne sento la responsabilità , io la testimone di questi 50 anni… Io che non faccio una vita glamour, io che ho mille difetti”, e si rannicchia sulla poltrona bianca che è il suo trono a capotavola. Provo a contare i difetti: mi fermo tra zero e uno. Forse è un po’ troppo magra, poi rifletto sulla capacità  di slargare che hanno gli obiettivi. Penso alle ultime campagne che ha fatto e dico no, non è un difetto: era perfetta, così come nelle foto che l’hanno celebrata fino ai primi di settembre a Roma. Una mostra tutta per lei: “Bianca Balti, immagini di una favola di moda”, i più grandi fotografi del mondo, e lei protagonista di ogni scatto, una super esposizione ai Mercati Traianei, voluta da Stefano Dominella. Niente male per una ragazza modella-per-caso. Forse allora si riferisce alla sua pigrizia. Sarebbe un difetto per la nevrotica vita delle metropoli, ma per lei — che ha sempre detto di preferire Lodi a New York — non lo è. Mi arrendo. Non trovo difetti. E i pregi? “Sono una mogliettina perfetta: cucino, pulisco, ho seguito la ristrutturazione della casa…”. Mogliettina di chi? A Mosca l’avevo conosciuta con Gianluca, quarantenne molto simpatico, con un interessante lavoro in banca. “Ora sto con Francesco, fa il musicista, mi dà  molta leggerezza, ha un anno meno di me: il mio toy-boy”, e il suo sorriso porta via per un istante le nuvole su Milano. “Ha un gruppo che si chiama Cats. Te l’ho detto: ho sempre pensato di essere un gatto”. Francesco dorme al piano di sopra: è quasi l’una. Mi consolo pensando che Keith Richards dorme di più.

Facciamo un gioco, signora gatta: si immagini a cinquant’anni. “Okay. Capelli bianchi, molto yoga, fricchettona”. Traducendo per la mia generazione: una Christy Turlington ai raduni di Parco Lambro. Ma c’è qualcosa che ti fa paura, da qui a quando avrai cinquant’anni? “Di non avere più soldi. So che questo lavoro finirà , perciò sto progettando qualcosa di creativo e imprenditoriale per il futuro. Sono scaramantica e quindi non dirò nulla”. Cosa ti piace e cosa detesti delle cinquantenni di oggi? Ti impressiona il maremoto di silicone? “No. Mi impressiona di più quando una diciottenne vuole rifarsi. Il silicone rende tutte uguali: una donna di 50 anni che va dal chirurgo può dimostrarne 40, ma una di ventotto, rifatta, tende anche lei a dimostrarne 40. Un vero affare, no?”. Eppure ho letto che anche tu… “Sì, mi sono rifatta le tette. Sono passata dalla misura zero alla prima”, e per mostrarmele strizza senza alcun esito la felpa grigia. “E’ un regalo che mi sono fatta dopo la separazione. Era nata mia figlia Matilde, l’avevo allattata, ho pensato che mi serviva per lavorare…”. Passare dalla zero alla prima è come decidere di drogarsi bevendo un caffè: non si vede niente. Il che rende questa ragazza ancora più interessante. Come modella e come madre. “Vuoi che ti parli di Matilde? Ha cinque anni, gli occhi scuri di suo padre e il resto mio. Possiede cinquanta Barbie…”. Cinquanta? “Sì, la stiamo viziando. E’ l’unica bambina venuta al mondo tra tutti i miei amici. Ed è l’unica nipote per la mia famiglia… Come pensi che venga su?”. Viziata. Va bene. Ma le Barbie… “Io da ragazzina avevo la camera tappezzata da immagini di Gisele Bundchen. Era il mio ideale di ragazza”. E di conseguenza ti sei riempita di piercing e sei andata con gli squatter. “Non vuol dire, avevo bisogno di una trasgressione non politica”. Certo, nel mondo dorato della moda, una ragazza punkabbestia… “Non è uno scherzo, all’inizio andavo da Dolce e Gabbana con il Manifesto sotto braccio. Volevo provocare, dire: io sono diversa. Ora ho smesso. Mi sono accorta che facendo questo lavoro posso avere voce, dire quel che penso perché i giornali mi intervistano, le tv mi fanno domande. Ne voglio approfittare. Sono venuti da me alcuni militanti di un’associazione ambientalista. Mi volevano come testimonial, ho detto che li avrei aiutati parlando delle loro iniziative”.

Bianca mi mostra la casa, elegante e sobria, con impianto solare di riscaldamento dell’acqua. Per terra in salone, davanti a un tavolo, ci sono alcune foto di Haraki che ha comprato a Parigi. Sulla nostra sinistra una libreria bianca, con scaletta per arrivare ai ripiani alti, riempie una grande parete. Ho sempre pensato che si possa fare psicoanalisi limitandosi a guardare i libri che possediamo. Ecco gli autori di Bianca, che riesco a sbirciare: Jeffery Deaver, Carlo Lucarelli, Nick Hornby, Daniel Pennac, Michael Moore, Gino Strada, Carlo Levi, Paul Bowles, quattro o cinque tioli di Coelho. Tutti libri letti, strapazzati. Perché Coelho? “L’Alchimista è arrivato in un certo momento della mia vita, avevo vent’anni. Poi ho provato a leggere gli altri, non mi sono piaciuti. Per me invece è stato decisivo Henry Miller, Tropico del cancro”. E la musica? “Sono nata col reggae, poi sono passata al pop. Adesso, grazie a Francesco, sto imparando il grande rock, quello vero: gli anni Settanta”. Ultima curiosità : per te la bellezza è o è stata un problema? “No, per il semplice motivo che quand’ero ragazzina nessuno mi considerava. Io sapevo di essere una bella però ero incompresa. Nessuno lo capiva. Ora è diverso”. Confermo.