La Fabbrica dei sogni – Un giorno nel laboratorio di una gioielleria di Cartier – IO DONNA

di Giuseppe Di Piazza (per Io Donna)

«La fabbrica dei sogni è in un palazzo borghese di Rue de la Paix, a due passi dall’Opérae da PIace Vendòrne, nel cuore della Parigi elegante. Non è grande, la fabbrica: occupa un paio di piani, protetti da doppie porte blindate e analizzatori di impronte digitali. Vi lavorano quaranta persone provenienti da più parti del mondo, Tipi umani molto dotati, ognuno in modo differente, ma accomunati dal fatto di essere guidati da Xavier Gargat, un magnifico cinquantenne in perfetta forma, con occhi azzurri penetranti e modi affabili da conduttore di Late show americani. Gargat, figlio di gioielliere e padre di gioiellieri, da quindici anni è il direttore dell’Atelier Cartier di alta gioielleria: la fabbrica dei sogni. Quel che esce dalle loro mani — mani preziose di tagliatori, incassatori, lucidatori — sono solo pezzi unici dal valore inestimabile. Ma alla fine qui, dentro Cartier, re dei gioiellieri e gioielliere dei re (il mantra della maison da un secolo e mezzo), ogni pezzo trova un prezzo e, buon per loro, un acquirente. Il braccialetto di platino che mi passa per le mani, privo di grandi pietre, ma frutto di una lavorazione di centinaia di ore appena terminata, vale a occhio e croce — secondo uno dei top manager — circa due milioni di euro. Se poi volete quello con i diamanti…
Ma non è il valore commerciale che colpisce a prima vista, in queste stanze silenziose. Bensì la qualità  altissima del prodotto. Uno dei lucidatori mostra un collier che alla fine porterà  più di cento diamanti. Nella parte posteriore del gioiello sono stati realizzati a mano, uno per uno, circa duecento micro-movimenti di snodo affinché la struttura in platino si poggi perfettamente sul collo delicato della sua padrona, diventandone la seconda, preziosissima pelle. Cartier è così. Chiedete, per referenze, agli zar, a una decina di sultani, alla corona d’Inghilterra e a tutte le case regnanti che vi vengono in mente, dal I847 a oggi.Se vi volete spingere nell’attuale, si raccomanda invece una visita in certe case altolocate di Russia, Cina, India, Emirati Arabi, Stati Uniti. I nomi dei clienti? Niente da fare.
Il garante della privacy in Rue de la Paix si chiama Louis-Francois Cartier, fondatore. E non importa che ora la maison sia parte del gruppo Richemont: le regole non sono cambiate di una virgola. Per avere un’idea del livello di riservatezza che permea questo edificio, la persona che incontro negli ambienti dedicati alle privatissime presentazioni dei nuovi pezzi è una donna di cui sono obbligato a non dire nome né cognome, né a descriverla. La chiamerò Lady l, limitandomi a dire che è affabile e spiritosa. Lei è la persona che da decenni va in giro per il mondo e compra le pietre importanti su cui Cartier lavora. Pietre come il diamante poire da 30.2I carati, qualità  2A, che pende sotto i miei occhi. O come il rubino da 7 carati, d’origine birmana «Una pietra così può costare più di un diamante di pari dimensioni» dice Lady J. Oppure ancora lo smeraldo colombiano da 26.60 carati accompagnato in esposizione da due orecchini con pietre da I2 carati.
«Li considero i miei ragazzi» dice Lady J, carezzandoli con lo sguardo. Poi mi racconta come funziona il suo lavoro: «Vado in giro, ovunque nel mondo, e compro tutto ciò che mi sembra jolie. Cartier lavora solo pietre speciali. E io devo trovare ciò che appare speciale. Non necessariamente diamanti. Anzi, io preferisco le pietre di colore: hanno più fantasia dentro». Al ritorno dei suoi viaggi, Lady J chiama tutti i creativi della maison, apparecchia un lungo tavolo stendendo un tappeto bianco e poi espone le pietre che ha comprato. Decine e decine di meraviglie. Tutti guardano, si lasciano ispirare, inventano. Poi si passa alla lavorazione. Da queste riunioni nascono ogni due anni i capolavori della collezione destinata alla Biennale del Grand Palais, che quest’anno si chiamerà  Royale cogliendo (involontariamente) il senso dei tempi, viste le difficoltà  della Terza Repubblica. Oltre cento pezzi unici che meriterebbero ognuno un istituto di vigilanza dedicato».