Le donne, l’acido e il coraggio

Guardiamo i loro occhi.
Guardiamo la fierezza nello sguardo di Maria Concetta, Giuseppina, Lea, Tita. Sono eroine dei nostri tempi, donne calabresi uccise dalla ‘ndrangheta, costrette a ingerire acido muriatico oppure sciolte in bidoni corrosivi, solo perché si sono ribellate.
Un giorno, in un’Italia giusta, a loro saranno intitolate strade; come agli eroi del Risorgimento. Non c’è differenza tra loro e chi difese la Repubblica romana, oppure mise il proprio petto davanti alle baionette di Radetzski.
Sono donne che stanno combattendo, e morendo, per la libertà  di un pezzo del nostro Paese. No, non solo del Sud: il crimine organizzato, come molte inchieste hanno dimostrato, ha tracimato da decenni. È nelle metropoli padane, è nell’hinterland delle città  che hanno un reddito procapite simile alla Baviera.
È alle porte di casa nostra. E loro sono donne che combattono, e muoiono — in un gelido silenzio — per liberarci dall’illegalità  che corrode non solo corpi, ma coscienze. Le loro storie le ha portate alla luce una giornalista-scrittrice lucana, Francesca Barra, autrice di un libro su un altro eroe dimenticato, il giornalista Mario Francese, il primo a comprendere sul finire degli anni Settanta l’avanzata minacciosa dei corleonesi e per questo assassinato.
Le foto delle quattro donne le trovate a pag. Xx. Guardatele, per favore. Sono nostre sorelle, nostre figlie, nostre madri.