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Mondello, il sole e la morte – per il Messaggero, 1999 – Giuseppe Di Piazza

Mondello, il sole e la morte – per il Messaggero, 1999

Dal nostro inviato

GIUSEPPE DI PIAZZA

PALERMO — In una mattina odorosa di pomelie e fichi, sporgendosi da un crinale del Monte Pellegrino, l’ingegner Pietro Scaglia allungò lo sguardo per la prima, fatale volta, su quella delizia di sabbia che andava come un ferro di cavallo sul mare a ovest di Palermo. La zona, detta un tempo pantani di Mondello, era stata bonificata una decina d’anni prima, sul finire dell’Ottocento, dalla real Casa dei Savoia. L’ingegnere, cui di solito, da milanese, non difettava la concretezza, cedette però in quell’istante — ahilui — al sogno, e vide, come fosse vera, quella distesa ai suoi piedi, 500 metri più sotto, trasformarsi nella più bella ed elegante città  giardino d’Italia. Scaglia rinunciò a tornare nella sua Milano, aprì uno studio in città , assunse una ventina tra ingegneri e disegnatori, e progettò, in forma esecutiva, il suo sogno. Obiettivo: ottenere in concessione dal comune di Palermo quella landa, da rendere, nel giro di una quinquennio, un giardino di dolcezza e di mare. Ma i sogni, come la storia siciliana insegna, spesso qui s’infrangono come le navi di Majakovski contro la quotidianeità , garantendo dolore e naufragio a chi vi è a bordo. Così, nel 1910, la concessione il Comune la diede, ma non all’ingegnere. Vinse un concorrente spuntato all’ultimo minuto, una società  italo-belga che presentò un progetto egualmente bello, ma tanto “egualmente” da apparire agli occhi di Scaglia quasi un plagio. L’ingegnere milanese, che nell’avventura aveva investito ogni suo avere, non resse al colpo, e in un’altra mattina odorosa, sull’inizio del secondo decennio del secolo, s’incamminò nella campagna palermitana, scelse un fico o forse un carrubbo e lì si appese, ponendo fine al suo sogno privato. Nasceva così, derivando, come quasi tutto in Sicilia, da una morte, il mito della spiagga di Mondello.

Oggi quel mito è bello e sereno, e di Scaglia il sognatore c’è solo una piccola memoria rappresentata da una stradina, per niente prestigiosa, lunga una ventina di metri a lui intestata. Il resto è vacanza spensierata, spruzzata qui e là  di lusso e nobiltà , su uno sfondo di gioia popolare che Mondello, per i palermitani di questo secolo, è quasi sempre stata.

Sui tremila ettari verdi che si distendono sulla spiaggia, a circa 38° e 12’ di latitudine boreale, e a 0° e 55’ di longitudine occidentale dal meridiano di Napoli, sono sorte, grazie anche a quella società  italo-belga che ancora oggi ha, incredibilmente, la concessione della spiaggia e delle sue 2.200 cabine, oltre duecento villette liberty immerse in un verde allegro fatto di palme e vite americana che in primavera, come ricorda Cristina Matranga, deputata di Forza Italia, residente del luogo, diventa un tutto lilla () di glicine e bounganvillee precoci. I villini, vera ricchezza del lido, sono stati firmati da nomi dell’architettura del tempo: da Caronia Roberti a Mineo, da Scibilia a Bonci. Una rassegna di tanta bellezza la si può trovare nel raffinatissimo libro di Anna Maria Fundarò (“Mondello. Cento anni di storia”, edizioni Guida) corredato dalle interviste di Riccardo Agnello, creativo palermitano, presidente e animatore dell’associazione “Salvare Mondello”. , dice Agnello, .
Il recupero dell’ambiente, dopo il quarantennio scellerato di governo democristiano, è testimoniato da un fatto assolutamente oggettivo: il mare è tornato a essere pulito. , dice il sindaco Leoluca Orlando, . Orlando, come tutti i palermitani, ha ampi trascorsi sulla spiaggia. . Il sindaco, a differenza di tutta quanta la sua famiglia, non è socio del circolo più esclusivo, La Vela. , spiega oggi. Eppure La Vela, fondato una settantina di anni fa, è un luogo dolce ed elegante, con una certa tradizione sportiva, sorto per competere col circolo più antico, il leggendario “Roggero di Lauria”, più comunemente “Lauria” , suo vicino. A sfogliare i libri dei soci dei due club vi troverete la borghesia che conta e quel che resta dell’aristocrazia che un tempo contava. Tra loro, naturalmente, ci sono pure fior di atleti, persino olimpionici come Paco Wirz, ma non è certo lo sport agonistico l’ossatura dei due club. Semmai la conversazione, l’amicizia. O forse, d’inverno, le carte, vero demone palermitano.

I nomi dei soci sono anche, spesso, i nomi dei padroni o degli ex padroni dei villini. Ci sono i Ducrot, grandi creatori di mobili e d’idrovolanti nella Palermo che fu, e oggi tour operator a Roma. Ci sono i Tasca, il cui figlio più celebre non è un uomo, anche se l’uomo, Lucio, è assai apprezzato, ma un vino, il Regaleali, che ha traversato gli oceani fino a impossessarsi delle tavole americane. E poi gli Ajroldi, gli Zanca, gli Agnello, gli Umiltà , i Fragalà , i Grassi, gli Hardouin di Belmonte… A fianco dei due vecchi circoli sono nati i club dei più giovani, soprattutto l’Albaria (di Pottino e Baglione), a cui si deve il rilancio della spiaggia come palcoscenico internazionale di agonismo, per vela e windsurf.

La grande perla centrale, incastonata nel cuore del golfo, è però lo Stabilimento, da poco restaurato grazie all’opera dei Castellucci (eredi della società  italo-belga) e dell’ingegnere Umberto Di Cristina, gran sacerdote del liberty. Lo Stabilimento è un gioiello in cemento armato su palafitte, piantato sul mare e unito alla terraferma da un ponte pedonale largo e sereno. Progettato dall’architetto Rudolph Stualker, fu realizzato dall’impresa del costruttore Giovanni Rutelli, avo del sindaco di Roma, Francesco. L’inaugurazione avvenne il 15 luglio del 1913. Pezzo forte del progetto di Stualker sono le cabine, circa duecento, ognuna delle quali dotata di botola per permettere alle timorate signore di un tempo d’immergersi in mare senza essere viste in costume da occhio estraneo. Oggi nello Stabilimento ha sede il più costoso e scenografico ristorante di Mondello, “Le Terrazze del Charleston”, gestito da un libico accattivante, Carlo Hassan, giunto a Palermo nel ’51. Hassan ricorda tutto, ed è parsimonioso nel raccontare. . La villa di viale Danae, fu l’ultima cosa terrena che il delfino di Andreotti vide prima di cadere sotto i colpi dei sicari. La mattina del 12 marzo del ’92 Lima usciva da quella casa, dove si erano fatti e disfatti i destini politici della città  e della regione, quando due uomini in moto lo accostarono. Lui capì, cercò di sottrarsi, ma fu raggiunto e ucciso. Morì così, nel mistero e nella brutalità  di una nemesi, l’ultimo vicerè di Sicilia. A due passi dalla villa di viale Danae. Ai piedi di quella montagna da dove un giorno di 90 anni prima l’ingegnere Scaglia si sporse per allungare lo sguardo su quel golfo incantato. Senza sapere che lì sotto, sulla terra di Sicilia, morte e bellezza, da sempre, sono un tutt’uno.

20 luglio 1999