Palermo – Amsterdam – per l’Europa 2011

Avevo trascorso l’estate dei miei 19 anni in un dancing sul mare di Palermo. Facevo il disc-jockey, avevo una gamba ingessata grazie al calcio ed ero vagamente innamorato di una ragazza bionda che viveva a Roma. Vivevo nel tempo sospeso che precede le scelte della vita: ogni cosa era possibile, comprese le più scellerate. E sul finire di quella magnifica estate del 1977, mentre molti coetanei si preparavano con la mia solidarietà  a celebrare in una Bologna blindata la Festa contro la repressione, decisi di non sottrarmi alla regola del tempo sospeso: avrei fatto anch’io qualcosa di scellerato. Anzi di scellerato e memorabile. Qualcosa che fosse anche stupido e, perché no, mitico, per celebrare la fine di un’estate di divertimento e di lavoro, se il dee-jay in riva al mare poteva considerarsi lavoro: le ragazze lì per consolare, i mancati balli, le seduzioni tenere dell’innocenza, l’alba sugli scogli tra Rizlà  e zibibbo. Eravamo quattro amici, Fabrizio, Sergio, Dario ed io: ci riunimmo, discutemmo a lungo. E alla fine la cosa che ci sembrò rispondere meglio ai requisiti che l’impresa doveva avere era una, e una soltanto: andare in R4 da Palermo ad Amsterdam. Noi quattro in R4. Così, per vedere da vicino piazza Dam.

Non so se qualcuno di voi ricorda che cos’è stata per la nostra generazione la “quattrelle”, come la chiamavano i francesi. Motore 850, quattro sportelli, forma da station-wagon ante litteram, cambio al cruscotto con leva orizzontale che entrava e usciva dal suo alloggiamento, a seconda della marcia che ingranavate. Il modello che allora possedevo era della fine degli anni Sessanta, il più spartano mai progettato dalla Renault. Colore grigio perla, quattro sedili in plastica non imbottiti, tesi su una struttura metallica che era uguale sia per chi stava davanti, sia per chi stava dietro. I finestrini si potevano aprire solo per chi viaggiava nei sedili anteriori, fino a metà , facendoli scorrere. Per chi sedeva dietro, niente. Non c’era autoradio, e l’unica aria che circolava era quella che entrava da due micro bocchette sotto al parabrezza. Fra di noi scherzavamo dicendo che avevamo l’aria condizionata, ma dall’esterno: se fuori faceva freddo, dentro l’R4 si gelava; se fuori era torrido, dentro si bolliva.

Ecco, con una macchina così, affrontammo i 3.740 chilometri che separavano Palermo da Amsterdam, facendo il giro largo dalla Francia. Solo andata, si intende. In totale i chilometri furono 7.480, visto che dopo quasi due mesi a casa ci tornammo. In quattro a bordo, con bagagli contenuti in zaini militari, tende canadesi e sacchi a pelo usati di giorno come imbottitura per i sedili di plastica e di notte come letti. Il concetto di comfort dovevamo ancora tradurlo dall’inglese e farlo nostro: in quel momento ci accontentammo di quanto eravamo riusciti a mettere insieme per rendere comodo il viaggio. Cioè, niente.

L’equipaggio costituì una cassa comune di qualche migliaio di lire, con la quale facemmo la spesa di partenza: pasta, riso, pelati, bottiglia d’olio, sale, poco altro. Da Palermo, quando si va al Nord, la direzione da prendere è Est: non fate domande, oppure guardate la carta geografica. E a Est si trovava l’allora incompiuta delle incompiute: la Palermo-Messina. Autostrada per 50 chilometri, poi interruzione di 130, ripresa finale dell’autostrada per 40 circa. A Messina per fortuna ci attendeva Caronte, inteso come ferry-boat: a bordo, le migliori arancine con carne mai provate nella mia vita. Ripensandoci credo che molti siciliani siano andati a vivere al Nord solo per poter mangiare, traversando lo Stretto, le arancine di Caronte.

La partenza era stata quieta. Sergio che era un giocatore di serie B di pallacanestro, quindi di dimensioni non tascabili, ebbe difficoltà  a trovare il giusto incastro, ma ce la fece. Fabrizio e Dario, intorno al metro e 80 ce la fecero con più facilità . Io che ero della loro taglia presi subito la guida e la cedetti una volta sbarcati sul Continente: almeno potevo allungare bene la gamba sinistra, spingendo la frizione.

Giungemmo a Roma sulle ali dell’entusiasmo: 914 chilometri a una velocità  media di 60-70 l’ora. Una quindicina d’ore di viaggio, su una Reggio Calabria-Salerno (vista da Sud si chiama così) che sembrava un deserto buzzatiano.

Anime caritatevoli e femminili ci ospitarono a Roma, accampati sui pavimenti. Una sorta di pit-stop e poi via, verso la tirrenica. Direzione: Ventimiglia, dove giungemmo di notte, giusto in tempo per trovare un campeggio oltre frontiera. Il passaggio allora avveniva lento, con controllo di documenti. Andare in giro per l’Europa dava un senso autentico di espatrio: si cambiava tutto, a cominciare dalla lingua, dal denaro. Noi eravamo già  stati in Inghilterra e Scozia, con un charter pericolante, ma la Francia era il magnete più grande. Fra di noi citavamo una frase che Leonardo Sciascia forse non disse mai: “Molti siciliani riconoscono una sola capitale, Parigi”. E noi eravamo tra loro.

Scoprimmo la Costa Azzurra, il suo mare tiepido di settembre, i tuffi dalle rocce di Cape d’Antibes, le nostre prime baguettes. Cannes fu una rivelazione, elegante e solida. Passammo giorni morbidi, facendo amicizia sulla spiaggia con ragazze e ragazzi francesi. Scambiandoci numeri di telefoni e indirizzi che non utilizzammo mai.

Volevamo andare verso la Provenza: sapevamo della lavanda, ci attendevamo profumi di bucato fresco, donne con cestini sottobraccio, distese di fiori e colline degradanti. Ci spostammo ad Aix-en-Provence. La promessa venne mantenuta: furono giornate di scoperte e gite, di scherzi fra di noi e campeggi divertenti: cucinammo un indimenticabile riso al limone in una notte di stelle, guardando la costa dall’alto. Compravamo Libération, il piccolo mito della nostra generazione. La R4, che da quando eravamo in Francia aveva migliorato le sue prestazioni, sfiorò i 90 all’ora in un tratta tra Aix-en-Provence e Arles. L’anfiteatro romano ci accolse come in una frattura spazio-temporale: troppa romanità , troppo Colosseo per essere in Francia. Avevamo studiato a scuola, ma non troppo. Era una meraviglia, e lì, come a Nimes, ci facevano allora la corrida.

Il viaggio fu lento, come era allora il tempo: telefonavamo ogni tre-quattro giorni a casa, a turno, per dire che eravamo vivi. Telefonate a carico del destinatario, una formula che imparammo subito, con il nostro scarsissimo francese.

Andammo a Toulouse, giornate di atmosfera accademica, per noi tutti che entravamo al secondo anno d’università . I parcheggi sotterranei in centro, la città  linda e vivace, colma di ragazze bellissime. Demmo una forma al concetto di paradiso.

Raggiungemmo La Rochelle, scoprendo che le ostriche non erano — in rari posti del mondo — un cibo caro, e la lasciammo in direzione Loira. Un campeggio a Tour, su un isolotto al centro del fiume, ci spiegò i danni dell’umidità  sul corpo di un uomo, ancorché forte e temprato come possono essere quattro atleti diciottenni. Il gelo passava ogni strato.

Parigi fu tappa lunga ed emozionante. Il primo giorno passammo un paio d’ore a cercare la Bastiglia. Ce la indicavamo: arrivavamo nella piazza e non c’era niente. Un mistero. Che risolvemmo leggendo una piccola guida turistica della Francia che avevamo tra i bagagli. Una tragedia culturale, un vuoto incolmabile. Chiedemmo di essere seppelliti vivi al Pere Lachaise quando scoprimmo la verità . Uno di noi balbettò che eravamo assenti il giorno in cui a scuola spiegarono che venne distrutta. Da que
l giorno, fra di noi, l’argomento diventò tabù.

Infine Amsterdam. Un ostello della gioventù che s’affacciava sui canali, accogliente, pieno di ragazzi di tutto il mondo. Lì venimmo a sapere dell’esistenza del burro di arachidi, che i gestori offrivano al mattino in sandwich clamorosi, fatti di pane soffice, marmellata di fragola e peanut butter. E nei giorni dell’ostello comprendemmo l’importanza di avere rapporti costanti con l’altro sesso. C’erano gruppi di ragazze bionde che venivano da nord, avevano sacchi a pelo bellissimi, molto diversi dai residuati bellici con cui viaggiavamo. Capelli lisci, lunghi, intorno a occhi azzurri ridenti, disponibili all’incontro, all’amicizia, a capire che cosa fossero quattro ragazzi siciliani in giro per l’Europa. Noi lo spiegammo a gesti, a parole, a baci.

Amsterdam furono le notti in piazza Dam, avvicinati da spacciatori d’ogni fattezza, con merci tutte diverse e mai sentite. E furono i pomeriggi a spiare le ragazze che si vendevano in vetrina, nel quartiere a luci rosse. Oppure le sere nei bar a fumare con ragazzi di mille nazionalità , bere birra, chiacchierare in lingue miste, noi che l’inglese l’avremmo scoperto lentamente, per necessità .

Tornammo a metà  ottobre. L’R4 ebbe il buon gusto di rompersi alle porte di Roma, a 950 chilometri dall’arrivo. Ne avevamo fatti più di seimila: troppi per un cambio che forse ne aveva già  centomila. Si spaccò di notte, a Settebagni. Dormimmo sul bordo dell’autostrada, chiusi dentro i nostri sacchi a pelo. Mancava poco al compimento dell’impresa.

Roma fu l’accoglienza caritatevole, la città  eterna che apre le sue braccia a quattro disgraziati. Il cambio venne sostituito, riprendemmo la marcia. Giungemmo in una Palermo che ci aspettava: università , famiglie, speranze, fidanzate. La nostra macchina puzzava di vita, l’odore migliore che a vent’anni si può fare. Furono in tutto quasi 7.500 chilometri. I più brevi della mia esistenza.