Per il libro “Letizia Battaglia” (2010)

“Omicidio a Bagheria, un uomo, in campagna”. Il redattore di guardia alla radio che illegalmente intercettava la Polizia disse quelle sette parole con tono concitato. Un omicidio è pur sempre un omicidio. Anche a Palermo. Anche nel 1979, anno che data l’inizio della Seconda Guerra di Mafia — sanguinosa, assolutamente catastrofica per Cosa Nostra, per lo Stato e per la Sicilia. Il capocronista si guardò intorno. Era mezzogiorno, e il salone di cronaca de L’Ora si stava svuotando: i “vecchi” avevano già  consegnato i pezzi, i capi stavano controllando il materiale che andava in tipografia: all’una sarebbe uscita la prima edizione del quotidiano, un giornale del pomeriggio, come usava quando ancora non c’erano i telegiornali ogni mezz’ora, non c’erano i telefonini, non c’era internet, c’erano invece la Democrazia Cristiana, il Partito comunista e i gettoni telefonici. Il capocronista si guardò intorno e vide me. Ero un “biondino”, cioè un giovane di bottega. “Vai tu”, mi disse. Sapendo bene che non avevo mai scritto di omicidi, in realtà  non avevo ancora mai scritto di niente che somigliasse alla vita vera: mi producevo, in quei miei primi mesi a L’Ora in scellerate divagazioni giornalistiche su libri irrecensibili, su convegni noiosissimi, e su vicende culturali il cui senso mi sfuggiva regolarmente. Avevo 21 anni. Dovevo ancora imparare tutto. A cominciare dai delitti, materia prima irrinunciabile per chi nel Novecento ha avuto la ventura di nascere in Sicilia, oppure nell’Ulster.

La mia prima maestra di delitti fu Letizia Battaglia. “Tu, come ti chiami, esci con Letizia”, ordinò il capocronista. Letizia in quegli anni era uno strano e leggendario animale mitologico: un fotografo a due nomi. Di solito sentivo dire: c’è Letizia-e-Franco. Due fotografi, un solo nome-baule, come avrebbe detto Lewis Carroll; un nome che portava dentro molto di più: lo stregatto, il bianconiglio… Letizia-e-Franco. Franco era, ed è, Franco Zecchin, un milanese che — come con scherzoso affetto fu scritto qualche anno dopo — aveva compiuto quattro errori: venire a Palermo, farsi crescere un lungo codino, fotografare con “dolorosa perizia” tutti i morti ammazzati di quegli anni, essere scelto dall’agenzia Magnum. Franco in quegli anni era il compagno di Letizia. Ma quel giorno il binomio si sciolse e io imparai a guardare un morto, a trattarlo, a descriverlo solo e soltanto grazie a Letizia Battaglia. Salimmo sulla mia 500 L rossa con volantino Ferrari. E correndo a 50-55 chilometri all’ora, raggiungemmo la campagna di Bagheria. Il morto era lì, a faccia all’aria su un viottolo interpoderale. Era sui cinquant’anni, il colore della pelle cotta dal sole, il ventre sfondato dalle pallottole. Aveva la patta aperta. Il sesso all’aria. Dissi qualcosa sul delitto a sfondo sessuale a Letizia, che intanto stava fotografando. Lei mi spiegò che i pantaloni glieli aveva aperti, come si fa in questi casi, il medico legale durante la prima ispezione del cadavere. Mi avvicinai alla vittima, la guardai con meno pregiudizio: non era uno sporcaccione ucciso nel bel mezo dell’opera. Fantasticai: forse era una vittima della mafia, forse era un mafioso… Capii molto poco, ascoltai Letizia che mi spiegava come comportarmi sul luogo di un omicidio, provai a rendermi conto, e andammo via: lei con le foto, io con il mio imprinting sconclusionato. Nella Sicilia dei misteri, ebbi però la mia consolazione: il morto si rivelò poche settimane dopo vittima di un omicidio passionale, il caso venne risolto, forse il solo caso risolto nella Palermo del 1979.

Da quel momento cominciò per me la seconda stagione della mia vita con Letizia Battaglia. La prima era stata una dozzina d’anni prima. Io avevo otto anni, e vestito a festa, un pomeriggio di un sabato degli anni Sessanta, accompagnai mia sorella alla festa di compleanno della sua migliore amica d’allora, Patrizia. La mamma di Patrizia ci accolse in un bellissimo attico nel centro nuovo di Palermo, la festa fu divertente, c’era persino un puparo che fece Orlando, Rinaldo e Angelica — la Chanson de geste in salsa palermitana. La padrona di casa, mamma di Patrizia, si chiamava Letizia Battaglia Stagnitta, era bellissima, aveva intorno a sé l’alone della ribellione e dentro di sé la luce di un futuro che non poteva essere fatto solo di feste, case belle, quieta Palermo. Due anni dopo sarebbe arrivato il Sessantotto, e quella mamma così diversa dalle altre mamme era pronta, eccome se era pronta. La sua casa era casa di femmine: Letizia e poi Cinzia, Angela (che poi sarebbe divenuta Shobha, la incantevole, geniale e dolce Shobha) e la piccola Patrizia: tre figlie, la vivacità  imprevedibile fatte bambine. Casa di femmine e di vita che scorreva nelle vene, velocissima. Facile capire che per me quell’attico divenne un luogo curioso e attrattivo, dove sperare che mia sorella fosse invitata di nuovo. Furono anni di scuola elementare, primi amori, Palermo borghese e bella, non c’era neanche stata la strage di Viale Lazio…

A Letizia quella città  divenne presto stretta, andò a Milano, lavorò per ABC, un settimanale che noi ragazzini in fiore guardavamo con gioia: trattava di politica, di attualità , era di sinistra e per di più in bianco e nero, ma metteva su ogni numero una femmina con le “minne di fuori”, a seno nudo. Imparammo molto da ABC.

La seconda stagione fu quindi quella de L’Ora, la mamma di Patrizia, di Angela e di Cinzia era in realtà  Letizia Battaglia, la fotografa. Lei che mi portava su un delitto, e non mi offriva più Cocacola e patatine… Ero intenerito e affascinato da questa donna e dalla sua frangetta bionda.

Cominciai a frequentare la sua casa-studio, io giovane cronista amante della fotografia (con i miei primi soldi guadagnati scrivendo un pezzo comprai una Nikon FE2 nera, un gioiello di fine anni Settanta) e lei che mi invitava, a due passi da giornale, per farmi scoprire che cos’era la foto di cronaca, la vita dei fotoreporter, i suoi ragazzi di bottega, a metà  strada tra scuola di teatro e scuola di fotografia. L’altro grande maestro di quegli anni era infatti Michele Perriera, uno dei fondatori del Gruppo ’63. Da raffinatissimo sperimentatore, Perriera volle donare a Palermo una vera e propria scuola di teatro. La chiamò Teates, arrivarono ragazzi da tante città  italiane, alcuni recitavano e poi, dopo aver conosciuto Letizia-e-Franco, scattavano. Riccardo Liberati, promettente attore e ancor più promettente fotografo, scattò un’immagine che divenne copertina di molti magazine: bambini palermitani che giocavano al morto ammazzato divsegnando sagome con il gesso intorno ai corpi dei loro amichetti sdraiati sull’asfalto. Un’altra immagine che fece il giro del mondo fu scattata nell’83 da un altro ragazzo della bottega di Letizia, Filippo la Mantia, oggi chef di successo a Roma. Raffigurava una testa perfettamente esangue e posata sul sedile passegero di una Ford Escort, parcheggiata davanti alla Stazione Centrale di palermo. La testa era coperta da un giornale, il corpo era nel bagagliaio. La polizia scoprì che si trattava di un rapinatore punito in modo esemplare per aver violato qualche tabù: per esempio, una rapina nel posto sbagliato. Nella foto di La Mantia colpiva l’effetto museo delle cere: ambiente nitido, per niente sporco, testa asciutta ben sistemata sulla tappezzeria, occhi chiusi. Nell’insieme, un effetto straniante quasi da scenografia cinematografica, ben adeguato ai tempi che allora vivevamo.

Letizia gestiva questi ragazzi, insegnava loro tutto, con una generosità  davvero non comune. E poi riceveva ospiti straordinari, ricordo uno spaesato Josef Koudelka, per unmese nella casa-studio di letizia e Franco. Le sue fotine, centinaia di foto in piccolo formato delle sue opere più importanti, che conservava in scatoline di cartone. Lui usciva per Palermo con Letizia, mentre io e Filippo La Mantia, di nascosto, guardavamo i suoi mini-capolavori. Emozionati per la violazione e per il privilegio: Koudelka era già  Koudelka.

Gli anni Ottanta erano cominciati con alcune foto memorabili e con un cappotto di cammello insanguinato. Era la mattina del 6 gennaio 1980, sole pieno su una Palermo tiepida, che si godeva l’aperitivo a Villa Sperlinga, elegante e piccolo giardino pubblico della palermo bene. Eravamo tutti lì, Letizia e Franco passavano sempre — due chiacchiere, una foto, una siga… Mia madre aveva una galleria d’arte, tra le più note del Sud Italia, a poche centinaia di metri da Villa Sperlinga. Davanti alla galleria, in via Libertà , abitava il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, un uomo perbene. Poco dopo mezzogiorno, mentre noi finivano i nostri aperitivi e Letizia e Franco andavano a piedi verso casa, la quiete del 6 gennaio venne interrotta da alcuni colpi di revolver. Un paio di killer, sotto il sole tiepido dell’Epifania, spararono a Mattarella mentre era appena salito in macchina con la moglie. Quei colpi furono sentiti da Letizia e Franco. Corsero, erano a cento metri dal luogo dell’omicidio, erano i primi istanti dopo l’agguato: una donna gridava imbrattata di sangue, un uomo veniva trascinato senza vita fuori dall’auto da un paio di persone accorse… Loro si avvicinarono, Franco si avvicinò tanto da sporcare di sangue, e anche tanto, il cappotto di cammello che era stato del papà  di Letizia. Fecero delle foto incredibili: la morte vista talmente da vicino da sembrare fiction, il dolore palpabile nello sguardo di quella donna, l’urlo silenzioso che la foto non può restituire. Loro non sapevano chi stessero fotografando. Fecero uno dei più grandi scoop della loro vita. Io arrivai una decina di minuti dopo. Chiesi a mio padre e mia madre: avevano sentito i rumori venire dalla strada, poi le sirene. Erano usciti dalla galleria d’arte, avevano colto il dramma, non lo avevano contestualizzato. Nessuno poteva immaginare che la mafia ammazzasse il presidente della Regione. Non avevamo ancora visto niente. Intanto, tornati al giornale, Franco raccontava, Letizia era scossa — nessuno di loro si preoccupava di tutto quel sangue sul cappotto. Era la sigla rossa della seconda guerra di mafia.

Poi Cosa Nostra cominciò a uccidere come animata da un insaziabile desiderio horror: poliziotti, carabinieri, segretari regionali del Pci, colonnelli, procuratori della repubblica, consiglieri istruttori, prefetti, centinaia di boss e picciotti… Letizia e Franco erano sempre lì. A fotografare con “dolorosa perizia” tutti quei morti ammazzati, ritraendo con dolore e giusta esposizione il disfacimento di una civiltà . Io dopo cinque anni di quella vita mi arresi, lasciai Palermo, mi trasferii a Roma. Loro rimasero nel fortino, a combattere. Letizia partecipò alla Primavera di Palermo, divenne assessore all’ambiente, fondò con Franco Zecchin un giornale di pura rottura — colto, elegante e di misura imponente — che chiamò “Grandevù — grandezze e bassezze della città  di Palermo”. Per avere un’idea di che cosa fosse, basterà  dire che in una stessa pagina convivevano un articolo sulla regolamentazione antimafia degli appalti, con elencate — punto per punto — tutte le nuove norme, e uno struggente articolo intitolato “Amore, prendimi” che cominicava così: “Amore, ho paura della luna, tiepida luce, per menti insonni”. In questa stravagante duplicità  c’è tutta Letizia.

Nel 1985 a New York fu insignita, prima donna, prima italiana, del premio “Eugene Smith”. Io intanto ero andato a lavorare a Reporter, piccolo quotidiano sorto dalle ceneri di Lotta Continua, che vantava uno staff di tutto riguardo: Enrico Deaglio direttore, Giuliano Ferrara prima firma della politica, Adriano Sofri capo della cultura, Nini Briglia capo degli spettacoli… Quando seppi della vittoria di Letizia allo “Eugene Smith”, andai da Sofri, al quale mi rivolgevo con deferenza venata di terrore puro, e gli proposi un articoletto sulla notizia. Mi disse subito sì, contento che Letizia avesse vinto. Scrissi di corsa, felice per lei e per me, che avevo potuto rompere il ghiaccio con il grande leader.

Qualche tempo dopo Letizia venne a Roma con sua figlia Patrizia. Mi propose di andare con loro a vedere Philip Glass all’Opera di Roma. Accettai entusiasta, misi un papillon e feci da cavaliere alle due dame. Letizia ritrasse Patrizia e me, uno accanto all’altra, luci bellissime, seduti all’Opera. Mi regalò una stampa grande con una dedica: “A Giuseppe, dal nostro palco”. Un palco che non dimenticherò, dal quale lei mi ha insegnato a vedere i colori della vita, le luci della cronaca, la necessità  di fare giornalismo.