Via Poma, commento all’assoluzione di Raniero Busco – per il Corriere della Sera

Raniero Busco non è innocente: lo era già . Lo è dal primo momento che è stato tirato dentro alle indagini sull’omicidio di Simonetta. E lo è sulla base di alcuni elementi, uno soprattutto, che la pubblica accusa non ha valutato a dovere. Qual è questo elemento? Riguardando gli atti è del tutto evidente: gli stracci. Stracci intrisi del sangue della vittima, trovati dagli agenti della Omicidi, quella notte del 7 agosto 1990, nel bagno-ripostiglio di via Poma 2. L’assassino (o il suo complice) aveva pulito le tracce del massacro con l’intenzione di spostare successivamente il corpo. Probabilmente portarlo via nella notte, per poi buttarlo in una discarica fuori città . E cosa nasconde la decisione di spostare il corpo della vittima? L’intento anche questa volta è chiaro: rompere il legame tra Simonetta Cesaroni e via Poma. Se il suo cadavere fosse stato trovato fuori città  si sarebbe, sì, risaliti all’ufficio del quartiere Prati dove la ragazza lavorava, ma il legame tra vittima e palazzo sarebbe stato più esile. Si sarebbe potuto immaginare che lei fosse stata uccisa altrove.

E chi può aver interesse a rompere il nesso tra vittima e palazzo? Solo chi è, a sua volta, molto legato a quell’edificio: una persona che ha commesso il delitto e che lì abita o lavora, oppure ne frequenta d’abitudine gli inquilini. Ma Raniero Busco non abitava lì e non lavorava lì. Che interesse avrebbe avuto a spostare il corpo di Simonetta? Le indagini puntarono subito su Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile, morto suicida il 9 marzo di due anni fa, alla vigila della sua deposizione nel processo di primo grado contro Busco. Vanacore fu arrestato 48 ore dopo il delitto, interrogato per giorni, e non disse niente. Un investigatore ricorda ancora oggi il “suo terribile silenzio”.

Il secondo sospettato fu Federico Valle, nipote di Cesare, decano degli architetti di Roma che abitava nell’attico. Fu accusato nel 1992 da un informatore austriaco, un certo Roland Voller, che era in rapporti con la madre del ragazzo, Giuliana Ferrara. Il giovane Valle venne scagionato dalla prova del Dna: non era suo il sangue trovato sulla maniglia dell’ufficio dove venne assassinata Simonetta. L’accusa ha sempre sostenuto che quel sangue poteva essere misto: di vittima e carnefice, ed è per questo che non combaciava con quello di Federico Valle. Ma questa strada non portò da nessuna parte e Valle tornò a casa senza macchia. Infine Raniero Busco. Assolto in appello perché il morso sul seno della vittima non era stato lui a darlo; e forse non era neanche un morso.

Con la sentenza di ieri della Corte d’assise d’appello cala un terzo sipario sul giallo: il delitto non cadrà  in prescrizione, quindi sarà  sempre possibile portare alla sbarra un nuovo presunto colpevole, per un quarto atto. Certo però che la pista Busco, alla luce delle deduzioni sugli stracci, doveva apparire fin dall’inizio un vicolo cieco. Eppure la pubblica accusa si è convinta del nuovo “colpevole”, aggrappandosi a una perizia poi smentita in secondo grado. A ulteriore riprova che non esistono delitti perfetti, ma solo indagini imperfette.

27 aprile 2012