Le torture a Giulio Regeni, le ragioni di un padre

Provo uno strazio immenso a leggere, giorno dopo giorno, i particolari sugli ultimi giorni di Giulio Regeni, nelle mani dei suoi torturatori al Cairo. Rivedo in lui i nostri figli, la purezza e la dedizione di una generazione che crede in quello che il meglio della nostra ha saputo insegnare loro: il rispetto dei diritti, il senso di eguaglianza e di eguali opportunità , l’amore per la vita e per la giustizia.
Valori che hanno animato la parte migliore della nostra storia, penso al Risorgimento e alla Resistenza.
In più, in Giulio rintraccio la meravigliosa internazionalità  dei ventenni italiani di oggi, Generazione Erasmus li chiama il mio amico Beppe Severgnini, ragazzi cresciuti senza avvertire i confini nazionali come un limite, ma come una base di partenza per unirsi al mondo, a un’Europa che per loro, a differenza di noi venuti su con le frontiere, è un unico grande Paese. Giulio Regeni era così: studi in Italia, specializzazione in New Mexico, dottorato a Cambridge, occupandosi — con la dedizione di un giovane storico — alle trasformazioni (in peggio, in meglio) dei paesi arabi. Stava al Cairo per conto di una delle più prestigiose università  del mondo, alunno di un’istituzione che ha tra i suoi ex alunni premi Nobel, presidenti americani e primi ministri inglesi.
Il meglio della cultura e della politica dei paesi liberi. Giulio era con loro, ultimo figlio di quella storia.
Leggo oggi i dettagli delle torture, le confessioni (anonime) di tre agenti speciali egiziani che raccontano che è stato preso, seviziato e ucciso perché ritenuto una spia (“Solo una spia può venire qui a studiare i sindacati, no?”, dice uno degli agenti quasi a giustificarsi).
Ha scritto bene Umberto La Rocca, subito dopo il ritrovamento del corpo: che cosa ci aspettiamo da un regime golpista che appoggiamo solo per paura del radicalismo islamico?
Le ragioni della politica sono queste. Appoggi il cattivo perché temi il peggiore. Ma se poi le ragioni della politica le caliamo dentro la vita spezzata di una famiglia, nel dolore assoluto di due genitori che leggono giorno dopo giorno che cosa sono state le ultime ore del loro tenerissimo gioiello, allora le ragioni della geopolitica vanno a farsi benedire. Torna un sentimento primordiale, selvaggio, l’unica cosa che potrebbe — nel mio caso — diventare ragione di vita, per gli anni insulsi che mi resterebbeo dopo la simile fine di un mio figlio.
Le ragioni di una vendetta che non è solo ricerca della verità . E’ qualcosa di più ancestrale e spaventoso. La gelida furia di un padre, Stellan Skarsgård, cittadino dell’anno nella commedia nera “In ordine di sparizione”. Guardatelo. Capireste le scelte di un padre.