Letizia Battaglia, 81 anni di antimafia e dolcezza – per il Corriere della Sera – 11 Marzo 2016

di Giuseppe Di Piazza

Ora che ha 81 anni, Letizia Battaglia può abbandonarsi a uno dei piaceri che per tutta la vita ha dovuto tenere un po’ in disparte. La commozione. Guarda oltre le cose, al di là  della finestra del suo bell’appartamento in centro a Palermo, e si commuove. Si vedono le lacrime velarle gli occhi vivi, instancabili, che per mezzo secolo hanno guardato, e soprattutto fotografato, orrori e delizie di Sicilia. La mafia, ovviamente, primo soggetto per chi è cresciuto lì nel secolo scorso.
Quindi gli scempi che l’ottusa violenza dei boss hanno compiuto, le vite che hanno spezzato. E lei fotografava tutto. Con una punta di cinismo si potrebbe dire che a Palermo, negli anni Ottanta, non si moriva se non si veniva fotografati da Letizia Battaglia. E poi c’erano le delizie, delizie acerbe e pungenti, bambine con sguardi adulti colte dal suo obiettivo in quel punto di confine tra immaturità  e malizia. Bambine che sono state, e restano, la sua vera passione artistica.
Ripensa a un telegramma che le ha mandato per i suoi 80 anni il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e si commuove. Un telegramma privato, in ricordo di una foto tragicamente pubblica: un giovane Mattarella che tira fuori dall’auto il corpo del fratello, Piersanti, allora presidente della Regione, appena ucciso dai killer mafiosi. 6 gennaio 1980. Una data impressa a fuoco nella memoria di entrambi: lei, la fotografa; lui, il Capo dello Stato.

“In realtà ”, dice Letizia Battaglia accendendosi una sigaretta, la decima della sua mattinata, “non mi piaceva fotografare i morti di mafia, la violenza. Lo dovevo fare, e io ho sempre avuto un forte senso di responsabilità : il lavoro al giornale non potevo non portarlo. Dentro di me, però, ho sempre preferito fotografare le donne. Perché? Perché gli uomini hanno qualcosa nello sguardo che non mi convince. Nelle donne trovo sincerità ”. Lei che tra donne è cresciuta, madre di tre figlie (una, Shobha, è una grande fotografa, vincitrice di World Press Photo), ama ancora adesso circondarsi di assistenti ragazze che la adorano, la seguono, la accudiscono come un tesoro in pericolo. Eppure gli uomini sono stati per decenni il suo magnete, la calamita che l’ha tirata di qua e di là . Uomini molto importanti: suo marito, padre delle tre figlie, scomparso alcuni anni fa; il suo compagno fotografo “made in Palermo” Santi Caleca, con il quale condivise l’inizio della professione e il viaggio di ritorno da Milano per andare a lavorare al leggendario quotidiano “L’Ora”; il suo compagno degli anni della mattanza mafiosa, Franco Zecchin, fotografo transitato nell’agenzia Magnum e ora di stanza a Parigi.

Letizia Battaglia prende in mano una stampa laser A4 di una sua foto del 1980. Si vede un cadavere per terra, composto come per uno shooting pubblicitario. Perfetto nelle sue geometrie. “Era così. Scattai dopo aver chiesto a poliziotti e curiosi di allontanarsi per liberare la scena. Di quella mattina c’è però un altro scatto, che fece Franco Zecchin, in cui mi si vede subito dopo, seduta per terra”. Nello scatto si vede anche com’era bella Letizia Battaglia, con quel suo casco di capelli biondi, un abito nero alla Juliette Greco, un viso da BB giovane… Una donna completamente fuoriluogo lì sulla scena di un crimine violento, con il sangue che sporcava l’asfalto. Eppure quello è stato il suo luogo, il motivo per cui adesso le sue foto sono in tutti i musei del mondo, i collezionisti pagano cifre molto alte per i suoi scatti, è celebrata da mostre che la accostano a Diane Arbus, o da antologiche monumentali come quella che è in corso a Palermo (ZAC, Cantieri culturali alla Zisa, fino all’8 maggio: 150 foto allestite da Paolo Falcone in modo memorabile).

Prende adesso in mano una delle sue opere cardinali, “La bambina con il pallone”, immagine di una femminilità  in erba e già  complessa. “In quegli anni ci difendevamo dalla violenza aprendoci al mondo. Io e Franco invitavamo fotografi da Europa e Stati Uniti. Uno degli amici più cari è stato Josef Koudelka. Amava andare in giro con noi per la città . Un giorno eravamo in una trattoria vicino alla Cala, c’era anche Ernesto Bazan, un bravo fotografo che da tanti anni vive all’estero. Finito di mangiare, saranno state le due e mezzo, facemmo un giro lì intorno. C’era un gruppo di bambine che giocava per strada. Lei non era vistosa, anzi. Magrina, quasi spaurita. Le chiesi se si faceva fotografare appoggiando al muro. Prese il pallone e si mise per qualche secondo in posa, con il braccio che passava sopra la testa. Scattai. Poi lei tornò a giocare”. La bambina, nella foto, appare con occhi talmenti intensi che sembrano bistrati. Uno sguardo che parla di mondi antichi e segreti. “Se guardi bene, ha mille lire nella mano sinistra”, dice Letizia Battaglia fissando la stampa laser.

Nella sua vita, questa donna il cui caschetto oggi è rosso, ha fatto di tutto, oltre che diventare la più grande fotografa italiana vivente: moglie-madre a sedici anni, giovane signora palermitana, giornalista di ABC (settimanale anticonformista degli anni Sessanta, che metteva il topless in copertina), fotografa a Milano, editrice di giornali (strepitoso il suo periodico Grandevù), editrice di libri (Edizioni della Battaglia), assessore al Verde durante la prima sindacatura di Leoluca Orlando, prima vincitrice europea del premio Eugene Smith, l’oscar del fotogiornalismo (1985). E poi ha svezzato una generazione di reporter oggi in giro per il mondo.
“Io non voglio più fotografare, preferisco scoprire nuovi talenti. Per questo ho voluto fortemente il Centro internazionale di Fotografia qui a Palermo. Centosessanta autori di tutto il mondo hanno donato un’opera ognuno. Questo è il patrimonio iniziale. Poi organizzeremo workshop con nomi molto grandi che porterò a Palermo. Mostre, iniziative per favorire il rispetto della fotografia”. Il sindaco Orlando le ha consegnato simbolicamente le chiavi del Centro il giorno del suo ottantunesimo compleanno, il 5 marzo, facendola commuovere. Letizia Battaglia è meravigliosamente così.