Giovanni Gastel, la mia prima intervista con il grande fotografo e la nascita di un’amicizia mai finita

Dal nostro inviato

GIUSEPPE DI PIAZZA – per Il Messaggero 1987 –

MILANO – Quando s’è sposato, un anno fa, decine di ragazze stupende hanno pianto per lui, lungo e dinoccolato com’è, con quel suo sguardo scuro e talora vago. Lacrime

patinate, sgorgate da occhi super fotografati, che rigavano guance da copertina. Lacrime di top-model. Alcune di loro hanno anche avuto l’ardire di telefonare: «Giovanni, perché l’hai fatto?».

«Sto con mia moglie da dieci anni e abbiamo un figlio di un mese», spiega oggi,

sorridendo, Giovanni Gastel che a 31 anni siede felice al tavolo dei primi cinque fotografi italiani di moda. Ma le storie più belle che circolano sul suo conto non sono certo quelle sul suo fascino (enorme e irregolare, dovuto a quei modi squisiti che sembrano appartenere ad altri tempi). La storia più bella d quella che racconta di come un ragazzo milanese, apparentemente senza arte né parte può ritrovarsi, in poco meno di 5 anni, nell’olimpo dei click, guadagnando cifre che a noi comuni lavoratori danno il capogiro. Una bella storia del sogno italiano.

«A diciassette anni stavo con una mia compagna classe che odiava i libri.  Io,

invece, i libri volevo scriverli. Amavo la poesia, e riuscii a pubblicare una raccolta di versi. Lei mi diceva: “Smettila con la carta e con la penna, comincia a fotografare. Per farle piacere, provai. In casa c’era una vecchia Rolleiflex di papà. La rimisi in pista, e con quella feci i miei primi scatti. Orrendi, lo giuro».

Giovanni Gastel fa lunghe pause. Il racconto che fa di sé sembra divertirlo.

Sembra scegliere le parole per dare un effetto di fiaba. O forse non le sceglie e la sua è una fiaba davvero, una fiaba che affonda le radici in una famiglia dove lo zio si chiamava Luchino Visconti (regista maximo) e la nonna Carla Erba (medicinali e dintorni, avete indovinato).

Giovanni riprende a parlare poggiando iI mento sulle mani, mentre i gomiti formano un angolo acutissimo sul tavolo tondo, bianco e laccato, della redazione di Donna. E’ li che ci incontriamo durante pausa del suo lavoro di studio.

«Cominciai con i matrimoni, con le foto-tessera e con le riproduzioni per le aste romane di

Christie’s.  Andò avanti per sette, otto anni. Poi l’incontro con Carla Ghiglieri, la donna a cui devo il mio successo, la mia agente. Andai nel suo ufficio e le portai il book (raccolta dei lavori migliori, ndr) che ero riuscito a mettere insieme in quegli anni. Lo guardò, e pochi minuti dopo quel meraviglioso book era finito nel cestino.”E’ roba brutta – mi disse – ma vedo che hai stoffa. Un mese dopo mi fece avere il primo lavoro con Vogue. Una settimana più tardi con Donna. Facevo lavori di still life (nature morte, oggetti.

niente persone, ndr)».

Con la foto di moda, poi, Giovanni Gastel ha avuto quel che si dice un amore a prima vista: «La prima volta che provai quel genere, la foto fini in copertina», e indica un numero dell’82 di Donna. Ora, cinque anni dopo, Krizia, Missoni, Trussardi e Versace sono i suoi più affiezionati clienti. E in giro per il mondo si fanno sempre più numerosi i fotografi alla Gastel.

Qual è il segreto di questo milanese dai modi ottocenteschi? «lo ho dei canoni di eleganza più che di bellezza. Quale donna non mi piace? Come generazione sono contro le

sex-symbol alla Newton: donne con tutte le curve forti, con seni evidenti e sederi vistosi. Al contrario amo molto i colli lunghi e le mezze deformità; per esempio, le teste piccole su corpi importanti. E poi adoro le mani lunghe, lunghissime. La mia donna ideale, quando fotografo, è la donna-giraffa. Ho bisogno di facce levigate dove la luce non si fermi. Mi servono questi visi per poter mistificare, per poter parlare di un mondo che non esiste».

Gastel, lei parla di deformità e poi mostra nelle sue foto delle donne (come le chiama lei, donne-giraffe) di una bellezza straordinaria.

Insomma, se questa è deformità, noi umani semplici cosa siamo, mostri? «Facendo questo lavoro si perde un po’ il senso della misura. Ci ritroviamo a dover scegliere le modelle per un servizio e diciamo Via questa: è proprio orrida. Via quest’altra: ma perché non cambia lavoro?’ E sono ragazze, vi assicuro. che se per caso riusciste a invitarle a cena, i vostri amici farebbero a pugni per venire con voi. Il fatto vero è che le modelle vengono scelte quasi come un accessorio dei vestiti da fotografare o da portare in passerella».

Che possibilità hanno oggi i giovani fotografi di sfondare? «Spazio ce n’è a volontà.

Il problema è che devono avere un minimo di personalità. Devono cioè saper creare. E la differenza si vede dalle piccole cose. Da un guizzo, da un’idea».

Dicono che i fotografi di moda al lavoro sono spesso insopportabili: trattano rudemente le modelle, urlano, pretendono l’impossibile. Di Iei, invece, le ragazze con cui lavora si innamorano quasi immancabilmente. Ci spiega quest’altro segreto? «E semplice: io non so lavorare se c’e tensione, se ci sono malumori in studio. Sarà questo. O forse sarà la mia educazione». Una buona educazione.

© GIUSEPPE DI PIAZZA 1987 / Il Messaggero