Mondello e i misteri di vita e di morte. Storia di una spiaggia palermitana e di un ingegnere sognatore

Dal nostro inviato GIUSEPPE DI PIAZZA – per il Messaggero 20 luglio 1999 –

PALERMO – In una mattina odorosa di pomelie e fichi, sporgendosi da un crinale del Monte Pellegrino, l’ingegner Pietro Scaglia allungò lo sguardo per la prima, fatale volta, su quella delizia di sabbia che andava come un ferro di cavallo sul mare a ovest di Palermo. La zona, detta un tempo pantani di Mondello, era stata bonificata una decina d’anni prima, sul finire dell’Ottocento, dalla real Casa dei Savoia. L’ingegnere, cui di solito, da milanese, non difettava la concretezza, cedette però in quell’istante – ahilui – al sogno, e vide, come fosse vera, quella distesa ai suoi piedi, 500 metri più sotto, trasformarsi nella più bella ed elegante città giardino d’Italia. Scaglia rinunciò a tornare nella sua Milano, aprì uno studio in città, assunse una ventina tra ingegneri e disegnatori, e progettò, in forma esecutiva, il suo sogno.  Obiettivo: ottenere in concessione dal comune di Palermo quella landa, da rendere, nel giro di una quinquennio, un giardino di dolcezza e di mare. Ma i sogni, come la storia siciliana insegna, spesso qui s’infrangono come le navi di Majakovski contro la quotidianeità, garantendo dolore  e naufragio a chi vi è a bordo. Così, nel 1910, la concessione il Comune la diede, ma non all’ingegnere. Vinse un concorrente spuntato all’ultimo minuto, una società italo-belga che presentò un progetto egualmente bello, ma tanto “egualmente” da apparire agli occhi di Scaglia quasi un plagio. L’ingegnere milanese, che nell’avventura aveva investito ogni suo avere, non resse al colpo, e in un’altra mattina odorosa, sull’inizio del secondo decennio del secolo, s’incamminò nella campagna palermitana, scelse un fico o forse un carrubbo e lì si appese, ponendo fine al suo sogno privato.  Nasceva così, derivando, come quasi tutto in Sicilia, da una morte, il mito della spiagga di Mondello.

Sui tremila ettari verdi che si distendono sulla spiaggia, a circa 38° e 12’ di latitudine boreale, e a 0° e 55’ di longitudine occidentale dal meridiano di Napoli, sono sorte, grazie anche a quella società italo-belga che ancora oggi ha, incredibilmente, la concessione della spiaggia e delle sue 2.200 cabine, oltre duecento villette liberty immerse in un verde allegro fatto di palme e vite americana che in primavera, come ricorda Cristina Matranga, deputata di Forza Italia, residente del luogo, diventa un tutto lilla (<Inebriante>) di glicine e bounganvillee precoci. I villini, vera ricchezza del lido, sono stati firmati da nomi dell’architettura del tempo: da Caronia Roberti a Mineo, da Scibilia  a Bonci. Una rassegna di tanta bellezza la si può trovare nel raffinatissimo libro di Anna Maria Fundarò (“Mondello. Cento anni di storia”, edizioni Guida) corredato dalle interviste di Riccardo Agnello, creativo palermitano, presidente e animatore dell’associazione “Salvare Mondello”. <Siamo riusciti a far togliere le baracche che oscuravano il mare>, dice Agnello, <ora quegli stessi commercianti che allora protestavano, ci ringraziano: tutto è migliorato e loro fanno ottimi affari nelle nuove sedi che hanno avuto>. Il recupero dell’ambiente, dopo il quarantennio scellerato di governo democristiano, è testimoniato da un fatto assolutamente oggettivo: il mare è tornato a essere pulito. <E’ una cosa di cui nessuno parla>, dice il sindaco Leoluca Orlando, <ma che dà la reale dimensione di quanto è avvenuto. Abbiamo depurato Mondello>.  Orlando, come tutti i palermitani, ha ampi trascorsi sulla spiaggia. <Lì ho imparato a nuotare. Mi ricordo che mia madre ci portava, me e i fratelli, nella capanna (così i palermitani chiamano le cabine, ndr.) che avevamo in affitto, in uno dei cortili di Valdesi, la zona centrale della spiaggia>. Il sindaco, a differenza di tutta quanta la sua famiglia, non è socio del circolo più esclusivo, La Vela. <Erano anni duri, quelli d’inizio della mia sindacatura: non sapevo chi potevo trovarmi a tavola>, spiega oggi. Eppure La Vela, fondato una settantina di anni fa, è un luogo dolce ed elegante, con una certa tradizione sportiva, sorto per competere col circolo più antico, il leggendario “Roggero di Lauria”, più comunemente “Lauria” , suo vicino. A sfogliare i libri dei soci dei due club vi troverete la borghesia che conta e quel che resta dell’aristocrazia che un tempo contava. Tra loro, naturalmente, ci sono pure fior di atleti, persino olimpionici come Paco Wirz, ma non è certo lo sport agonistico l’ossatura dei  due club. Semmai la conversazione, l’amicizia. O forse, d’inverno, le carte, vero demone palermitano.

I nomi dei soci sono anche, spesso, i nomi dei padroni o degli ex padroni dei villini. Ci sono i Ducrot, grandi creatori di mobili e d’idrovolanti nella Palermo che fu, e oggi tour operator a Roma. Ci sono i Tasca, il cui figlio più celebre non è un uomo, anche se l’uomo, Lucio, è assai apprezzato, ma un vino, il Regaleali, che ha traversato gli oceani fino a impossessarsi delle tavole americane. E poi gli Ajroldi, gli Zanca, gli Agnello, gli Umiltà, i Fragalà, i Grassi, gli Hardouin di Belmonte… A fianco dei due vecchi circoli sono nati i club dei più giovani, soprattutto l’Albaria (di Pottino e Baglione), a cui si deve il rilancio della spiaggia come palcoscenico internazionale di agonismo, per vela e windsurf.

La grande perla centrale, incastonata nel cuore del golfo, è però lo Stabilimento, da poco restaurato grazie all’opera dei Castellucci (eredi della società italo-belga) e dell’ingegnere Umberto Di Cristina, gran sacerdote del liberty. Lo Stabilimento è un gioiello in cemento armato su palafitte, piantato sul mare e unito alla terraferma da un ponte pedonale largo e sereno. Progettato dall’architetto Rudolph Stualker, fu realizzato dall’impresa del costruttore Giovanni Rutelli, avo del sindaco di Roma, Francesco. L’inaugurazione avvenne il 15 luglio del 1913. Pezzo forte del progetto di Stualker sono le cabine, circa duecento, ognuna delle quali dotata di botola per permettere alle timorate signore di un tempo d’immergersi in mare senza essere viste in costume da occhio estraneo. Oggi nello Stabilimento ha sede il più costoso e scenografico ristorante di Mondello, “Le Terrazze del Charleston”, gestito da un libico accattivante, Carlo Hassan, giunto a Palermo nel ’51. Hassan ricorda tutto, ed è parsimonioso nel raccontare. <Da me sono venuti tutti. Dal presidente Scalfaro, che beveva vino rosso con il pesce, a Salvo Lima, un cliente abituale che servivo pure nella sua villa…>. La villa di viale Danae, fu l’ultima cosa terrena che il delfino di Andreotti vide prima di cadere sotto i colpi dei sicari. La mattina del 12 marzo del ’92 Lima usciva da quella casa, dove si erano fatti e disfatti i destini politici della città e della regione, quando due uomini in moto lo accostarono. Lui capì, cercò di sottrarsi, ma fu raggiunto e ucciso. Morì così, nel mistero e nella brutalità di una nemesi, l’ultimo vicerè di Sicilia. A due passi dalla villa di viale Danae. Ai piedi di quella montagna da dove un giorno di 90 anni prima l’ingegnere Scaglia si sporse per allungare lo sguardo su quel golfo incantato. Senza sapere che lì sotto, sulla terra di Sicilia, morte e bellezza, da sempre, sono un tutt’uno.

© GIUSEPPE DI PIAZZA / Il Messaggero – 20 luglio 1999