Germano Celant ha fatto un lavoro grandioso con la sua mostra “Art and Foods”, alla Triennale di Milano, visitabile da maggio a ottobre. Ma come suol dirsi, Celant ha fatto 30, ma non 31. Alle pareti infatti ci sono — nelle tre sezioni in cui è articolata la gigantesca mostra — decine e decine di foto, scattate da autori in alcuni casi immensi, non descritte da didascalie. O almeno, descritte da gruppi di didascalie dove non è indicata la corrispondenza dida-foto. Il visitatore che si china a leggere le dodici didascalie di fila deve capire da solo quale delle foto alle pareti è di Fedele Toscani, quale di Ugo Mulas, chi dei personaggi ritratti è Oldenburg e chi Rauschenberg.
Sarebbe bastato, come è in uso in ogni museo del mondo, disporre le didascalie alle pareti in ordine simile a quello con cui sono appese le foto. Almeno si sarebbe intuito che la didascalia in alto a sinistra si riferisce alla foto in alto a sinistra e la didascalia in basso a destra, alla foto in basso a destra. Ci voleva tanto?
Eppure la mostra è stata realizzata senza badare a spese (e, visto il cattivissimo uso delle didascalie, sembrerebbe anche senza badare ai visitatori). Qualcuno rimedierà , da qui a ottobre?

