Bombardare la Serbia si, punire l’Eritrea no. Perchè?

Nel 1999, dopo una lacerante crisi di coscienza, il governo D’Alema autorizzò la Nato a usare le basi italiane per il decollo dei bombardieri che dovevano punire la Serbia di Milosevic. Gli aerei Nato colpirono Belgrado, che era occidentale come una nostra qualunque città . Bombe sui serbi, per punire il presidente Milosevic per l’attacco al Kosovo, che era evoluto in un quasi genocidio.

Quattordici anni dopo, centinaia di eritrei vengono a trovare la morte sulle nostre coste, scaricati da trafficanti di carne umana. Gli eritrei fuggono da un regime feroce non meno di quello di Milosevic, con un’aggravante tipicamente dittatoriale: che la ferocia è rivolta innanzi tutto sui propri connazionali. Il dittatore si chiama Isaias Afwerki, è al potere da vent’anni, e l’Occidente si guarda bene dall’intervenire militarmente per proteggere i principi del diritto internazionale e per tutelare la vita degli oltre cinque milioni di eritrei.
In Serbia sì, in Eritrea no.

Assisteremo al lento genocidio degli eritrei senza battere ciglio, guarderemo distratti la confinante Somalia (dove Al Qaeda la fa da padrone), e continueremo a contare i morti sui barconi dei trafficanti di uomini.
E’ questo il ruolo dell’Occidente? E’ questo il ruolo dell’Onu?

Non si può ridurre tutto a una questione di controllo dei confini, di revisione (indispensabile) della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Tutto è quasi inutile se non si concorda una strategia comune con i paesi mediterranei (reduci da caotiche primavere arabe) e se non si inteviene alla fonte del problema: nel caso delle ultime ondate, su Eritrea e Somalia. Come? Lo deciderà  l’Onu, se ne avrà  la forza. Intanto noi europei facciamo i conti con la vergogna che quelle bare allineate rappresentano per tutto l’Occidente, così preso dallo spread da non poter più stabilire quanto valga la vita di un uomo, di centinaia di uomini e donne e bambini, in fuga da un dittatore assassino.