La signora ingioiellata si avvicina all’amica e dice: “Ti dovevo restituire la borsa? Ah, l’ho dimenticata a casa! Che vuoi, ho l’Alzheimer precoce”. E scoppia a ridere, seguita dall’amica.
Altra scena. Il manager quarantenne siede al tavolo per la riunione. Guarda gli altri che aspettano il suo documento. Lui, dandosi uno schiaffetto in fronte, si avventura in una risata e dice: “Scusate, l’ho dimenticato di là : i primi segni dell’Alzheimer!”. Risata generale.
Alzheimer e risate, risate e Alzheimer.
Invece non c’è niente da ridere.
Immaginate se una persona, a passeggio con voi, inciampasse e per sdrammatizzare dicesse: “Che vuoi farci, ho il cancro alle ossa”. Oppure quello che, tremando dal freddo, per buttarla in ridere dicesse: “Non vi preoccupate ho un tumore inguaribile al sistema nervoso”.
Ecco, le similitudini sono queste. A chi piacerebbe questo tipo di battute?
Invece molti credono che l’Alzheimer sia una malattia da ridere, da usare in luogo di un qualunque piccolo, normalissimo buco di memoria. No, l’Alzheimer è una tragedia che colpisce moltissime famiglie (i malati in Italia nel 2013 erano 492 mila), che spezza la vita di una donna o di un uomo prima che la morte tecnicamente sopraggiunga. La nostra vita, il nostro essere è fatto di esperienze, ricordi, affetti. Un malato di Alzheimer — come si accorgerà presto Silvio Berlusconi, che per qualche ora alla settimana alla loro cura dovrà dedicarsi — è un essere umano che ha perso tutto: il bagaglio delle proprie conoscenze, le proprie relazioni, i propri affetti. E davanti a sé, com’è noto, ha soltanto la morte.
Si può scherzare su tutto ciò? Si può essere così ottusamente insensibili?