La mia unica tessera, quella dell’Anpi che mi chiede il comandante “Barbato”

Una mattina dei miei vent’anni, sarà  stato il 1982, venne a trovarci nella redazione de L’Ora Pompeo Colajanni, con il suo impeccabile tre pezzi e i baffi curati come un eroe ottocentesco. Pompeo veniva spesso, un saluto, una battuta, un commento sulla situazione politica, chiacchierava un po’ con tutti i cronisti, soprattutto i più anziani, ma aveva preteso da noi avventizi, chiamati i “biondini”, che gli dessimo del tu. Una forma di rispetto della tradizione comunista: saremo giovani, vecchi, dirigenti o appena iscritti, operai o deputati, ma in ogni caso i compagni si danno del tu. Compagno segretario, compagno bracciante… Gli demmo del tu, io e gli altri ragazzi che riempivano la cronaca d’allora.

Quella mattina, sarà  stato sul finire d’aprile, Pompeo, dopo aver fatto il giro delle scrivanie, si avvicinò a me, che dovevo essere intento a pestare forte sui tasti delle Olympia. Mi fermai e m’alzai per salutarlo. Lui allargò il suo viso risorgimentale in un sorriso e mi disse: “Ti ho portato una cosa importante”. Quindi mi porse un rettangolo di cartoncino che s’apriva a libretto. Fuori portava inciso un marchio che conoscevo bene: ANPI, sostenuto da un tricolore in campo rosso. “Tra pochi giorni è il 25 aprile e questa è la tua tessera. Sarai anche ragazzo, ma si è partigiani nello spirito”. Me la consegnò così, senza altre parole. L’aprii: c’era il mio nome e, soprattutto, la sua firma come capo dell’ANPI. Pompeo Colajanni, comandante “Barbato”. Non riuscii a dire molto, mi porse la mano, gliela strinsi.

Dopo un paio d’anni mi trasferii a Roma, tre anni più tardi Pompeo morì. Ogni 25 aprile penso a lui, al suo sorriso, e al suo sguardo in una famosa fotografia scattata sulle rive del Po, a Torino, il 28 aprile del 1945. Aveva appena liberato la città  dai nazi-fascisti, guidando la 1° Divisione Garibaldi Piemonte. Ai suoi ordini c’erano migliaia di uomini, molti dei quali siciliani. E poi ripenso a quella tessera, che è rimasta la sola che abbia mai avuto, A.S. Roma a parte. E’ certamente in casa, dentro una scatola sopravvissuta a molte città  e a molti traslochi. Una scatola che cerco da quindici anni. Un po’ come la mia gioventù.