La mia vita da giornalista raccontata a Prima Comunicazione, nel 2019

di FRANCO RECANATESI / PRIMA COMUNICAZIONE / 2019

Adesso sì che si diverte, nel bel mezzo della tempesta romana: Lega contro M5S, mezzo governo contro l’altra metà. Come i Sabini e i Romani 2.500 anni fa, botte da orbi ogni giorno per la conquista del Campidoglio, al quale la sindaca Raggi si è incollata come una cozza allo scoglio.

Lui scrive editoriali di fuoco, sguinzaglia le truppe, continua a tempestare gli ufficiali dei due eserciti in conflitto (che svicolano, come i milioni di topi che infestano i bassi- fondi della capitale più terzomondista d’Europa).

Lui è Giuseppe Di Piazza, giornalista di bosco e di riviera, penna fine, stratega dell’edizione di Roma del Corriere della Sera e titolare delle rubriche video ‘La Confessione’ e ‘Controluce’ su Corriere.it, ultima tappa di una girandola di testate e di mansioni, una sorta di Fregoli della carta stampata. Come tutti i giornalisti tuttofare, Di Piazza nel caos ci sguazza (rima voluta). Due anni fa è stato spedito a Roma per ridare linfa a una redazione un po’ ingrigita e ribadire il timbro del primo giornale d’Italia sulla capitale ammalata, ma pur sempre perno politico (e non solo). Per uno che ha mosso i primi pas- si della professione a Palermo, ha trascorso quindici anni a Roma, si è spostato a Milano per altri diciotto, tornare all’ombra del Colosseo è stato come ritrovare un vecchio amore scarmigliato e senza un filo di trucco. Ho pensato che fosse l’uomo adatto per mettere a raffronto le due ‘capitali’ d’Italia e dimostrare perché un qualsiasi giornale senza un presidio romano è un giornale monco.

Per un palermitano emigrare al Nord è sempre un dolore. Ma restando a Palermo il dolore è insopportabile. Ne ho conosciuti tanti di palermitani, ed è così per tutti e per tutti a Palermo nulla è come sembra, i bambini di Palermo prima dell’alfabeto imparano cos’è la morte, Palermo è sontuosa e oscena, però, come diceva Paolo Borsellino: “Palermo non mi piaceva, per questo ho im- parato ad amarla”. Rimane nel cuore, chi la lascia non vede l’ora di tornare, anche se non per viverci.

A Palermo Giuseppe ha visto la luce nell’agosto del 1958, in un quartiere non ancora campo di battaglia della malavita nei pressi dell’elegante via della Libertà, centro nuovo. Famiglia dell’alta borghesia: la mamma Rita gallerista d’arte, una sorella di un anno più giovane, Gianna, ora docente di arte contemporanea all’Accade- mia delle belle arti, il papà Luigi medico pneumologo e consigliere comunale del Pli di Malagodi. Fra i pazienti di Luigi Di Piazza c’era Nicola Cattedra, direttore de L’Ora, giornale storico del capoluogo siciliano nato nel 1900. Gli disse: “Se a tuo figlio piace scrivere posso fargli un po’ di scuola al mio giornale”. E che scuola. Cattedra apparteneva a quella genìa di direttori che sapevano trasmettere ai giovani le proprie virtù creando una gene razione di grandi giornalisti. Direttore-insegnante, come Montanelli, Ghirelli, Scalfari e poi nessuno più perché i giornali hanno perduto spazio e potere, il mestiere è cambiato con l’impetuoso avvento dell’era tecnologica e i direttori hanno avuto altro da fare che spulciare le proprie redazioni.

Giuseppe ha cominciato a scrivere (anche romanzi giovanili, tuttora chiusi nel cassetto) e il primo pezzo, solo siglato, comparve con sua grande emozione il giorno della Befana del 1980. Riguardava naturalmente un omicidio eccellente, quello di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana.

A Palermo non c’è rampollo del giornalismo di quella generazione che non sia cresciuto nel clima cupo e assordante dei delitti di mafia; non c’è famiglia che in quegli anni non sia stata toccata personalmente da lutti o altre disgrazie riconducibili alla guerra fra cosche. Appena un anno prima Giuseppe era tornato precipitosamente da Parigi, dove da pochi mesi seguiva un corso di linguistica con l’amico Fabrizio, stravolto dalla notizia dell’uccisione del giudice Cesare Terranova, amico di famiglia e zio di Fabrizio. Abbandonò l’idea di Parigi, decise di vivere e raccontare la sua Palermo.

Assegnato in un primo tempo al settore cultura, assieme al compagno di liceo Fulvio Abbate, chiese a Cattedra di occuparsi di cose “vere”, “cose di periferia”. Divenne il ragazzo di bottega di Antonio Calabrò che guidava TeleL’Ora, una bottega preziosa
che stava sfornando giovani di grande valore come Nicola Lombardozzi, futuro caporedattore esteri e corrispondente da Mosca di Repubblica, e Mario Azzolini,
comunista di paese iscritto alla Fgci. Ragazzi d’assalto che andavano, filmavano,
tornavano, montavano, scrivevano. Anni Ottanta, pionieri di un modo nuovo di
fare televisione, giornalisti e tecnici quasi tutti piccoli funzionari del Pci. Divenne-
ro presto piccole star locali, additati per le strade quando correvano sul posto a bordo
della Škoda del giornale. O della 500 bianca di Azzolini.
Il ‘posto’ era quasi sempre bagnato di sangue. La mattina del 30 aprile 1982, in redazione giunse la notizia dell’omicidio di Pio La Torre, segretario regionale del Pci, ma la Škoda era fuori. “Venite con me”, disse trafelato Azzolini. Nella sua sgangherata 500 salirono anche Calabrò e Di Piazza: tutti e tre in silenzio e con gli occhi gonfi di lacrime.

Il giovane Di Piazza era stanco, provato dalla cappa mafiosa, dal dover raccontare faide e delitti. Gli chiedevano sempre le stesse cose anche all’Europeo – di cui era diventato corrispondente per intercessione di Pietro Petrucci – prima Lamberto Sechi e poi Claudio Rinaldi: “Raccontaci la guerra di mafia”. A 22 anni Giuseppe firmò sul settimanale proprio la cover story della morte di La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo.

Inutilmente sperò di poter trattare altri argomenti quando la fotografa Letizia Battaglia gli procurò una collaborazione all’Occhio di Maurizio Costanzo. Niente scrittura, doveva soltanto scovare e segnalare storie cruente o pietose, Letizia sarebbe andata a fotografare i personaggi e un inviato da Roma a raccogliere elementi per il racconto. Giuseppe avrebbe dovuto fare da trombettiere, come si dice in gergo.

All’inizio dell’84 Di Piazza superò brillantemente l’esame da professionista e ad agosto presentò le dimissioni da Tele L’Ora. “Non ce la faccio più a vivere in questa città”, disse a Cattedra. Era appena tornato dal suo ultimo servizio: l’apertura di due grandi sacchi della spazzatura trovati sul marciapiede davanti all’ingresso di Anatomia patologica. Dentro c’erano due cadaveri che sotto il sole cocente si erano rapidamente decomposti. Quando gli agenti sciolsero i nodi, un liquame fetido si riversò sul selciato. Giuseppe Ayala, sostituto procuratore, estrasse dal taschino un fazzoletto profumato tamponandosi il naso. Di Piazza corse al giornale con una sola idea in testa. Stremato da una città che amava e odiava alla follia. Lo capisco, pur non essendo palermitano. Lo conobbi – io inviato di Repubblica, lui giovane cronista – perché per un paio d’anni mi occupai di mafia frequentando assiduamente Palermo; provai lo stesso disgusto quando dovetti vedere i luoghi e raccontare una carneficina, epilogo di una faida tra due famiglie mafiose, avvenuta in una porcilaia: in terra una poltiglia di liquame misto a pezzi di cervello e parti del corpo mozzate. Un agente di polizia si allontanò vomitando.

La fuga portò Di Piazza a Roma, accolto dall’amico Pietro (Petrucci) nella redazione di Cooperazione, rivista del ministero degli Esteri, e da Enrico Deaglio fra i collaboratori di Lotta Continua. Come un giornalista bulimico, prendeva tutto quello che gli capitava: corrispondente per L’Ora, copywriter per un’agenzia di comunicazione, fotografo per la Global Photo americana. Tornò a Palermo nel febbraio del 1986 ma come inviato di Reporter, nel frattempo fondato da Deaglio, facendo valere le sue vecchie amicizie: lo scoop della pianta dettagliata dell’aula bunker, segretissima, fece il giro dei giornali di tutto il mondo. E forse tre mesi dopo contribuì a convincere Vittorio Emiliani, direttore del Messaggero, a offrirgli finalmente il posto fisso.

Comincia ufficialmente qui, nelle stanze di via del Tritone, l’avventura professionale del transfuga siciliano che al quoti- diano romano sarebbe durata quindici anni. Prima agli interni, poi capocronista editorialista, capo della giudiziaria e infine caporedattore centrale, fidatissima spalla di Pietro Calabrese e di Giulio Anselmi. E intanto sposa Roberta, moglie americana, nascono e crescono tre figli (tutti maschi), s’innamora di una città caotica e ammaliatrice.

Ma quando Calabrese lo chiama a Milano, sul cuore prevalgono la curiosità e il gusto della sfida. Calabrese è l’uomo al quale Cesare Romiti e Paolo Mieli hanno affidato la guida della divisione digitale della Rcs, Di Piazza prima progetta il portale Concento poi dirige Agr, agenzia radiofonica che fornisce notizie alle emittenti della syndication Cnr e a Radio Italia Network. La direzione di Max e di Sette, il progetto del sistema ‘Corriere Innovazione’ del Corriere della Sera concludono i diciotto an- ni milanesi. Se conosco l’animo del palermitano, sono pronto a scommettere che la ridiscesa ardita si concluderà – ma chissà quando – con il ritorno alla base. Intanto mi interessa sapere come un osservatore a tutto campo, tornato a Roma due anni fa, ha ritrovato il suo antico amore.

Giuseppe Di Piazza – Ho lasciato una città che nell’84 mi aveva accolto come un figlio, l’ho ritrovata cupa, incattivita. Una città palesemente maltrattata. Le auto si sono moltiplicate, sporcizia dietro ogni angolo, strade dissestate, alberi che cado- no a ogni colpo di vento.

Franco Recanatesi – Tiri fendenti quasi ogni giorno alla giunta Raggi. Nei tuoi editoriali parli di degrado inaccettabile e di “colline del disonore” per le strade arrivando a chiedere le dimissioni della sindaca: “O si risolve la questione rifiuti o si va a casa”.

G. Di Piazza – A memoria di giornalista non si ricorda un sindaco che abbia ammesso che “la capitale è fuori controllo”. Io non dico che il degrado romano sia tutta colpa sua, ma cer- to i cinquestelle si stanno impegnando per battere un record mondiale.

F. Recanatesi – Ha mai chiesto a Virginia Raggi un confronto faccia a faccia?

G. Di Piazza – In due anni non sono mai riuscito ad avere un’intervista. Ha risposto picche a ogni richiesta. “Interviste solo per iscritto”, è stata ogni volta la risposta: cioè dialogo senza replica, l’antigiornalismo. Abbiamo rapporti difficili con il Campidoglio, una chiusura quasi totale. Quand’ero al Messaggero il clima era totalmente diverso: con le giunte, di qualsiasi colore, il rapporto era diretto. Ho l’impressione che la Raggi e il suo movimento non sappiano come reagire al disamoramento dei propri elettori. Non reagiscono agli alberi che cadono, alle buche che provocano incidenti, agli autobus che prendono fuoco; alla città ‘mondezzaio’ che crea un danno colossale d’immagine in tutto il mondo; alla metropolitana più sgangherata d’Italia: ma come puoi giustificare che da mesi sono chiuse le tre stazioni centrali della metro? E che per riparare un gradino della scala mobile non bastano sei mesi: un gradino, mica il parafango originale di un’antica Bugatti. E la stazione Termini? C’è da aver paura ad arrivare di notte nella stazione della capitale d’Italia. Loro niente, immobili.

F. Recanatesi – Ora al bombardamento della giunta romana partecipa anche Salvini.

G. Di Piazza – Stanno facendo campagna elettorale sulla pelle di Roma. Da un lato i cinquestelle che provano a nascondere i due anni e mezzo di governo locale inerte. Dall’altro la Lega che vuole lucrare attaccando a testa bassa, come se in Italia non governasse con i cinquestelle.


F. Recanatesi – Le liti sul governo di Roma dopo quelle sul reddito di cittadinanza, la quota 100, la flat tax, la Tav, la famiglia e i diritti civili: ormai sono separati in casa.

G. Di Piazza – Certo, forse però lo scontro furibondo sul Campidoglio è l’atto definitivo del divorzio. I grillini non reggono, pagano l’inesperienza e una certa presunzione. Figuriamoci a Roma dove hanno fallito quasi tutti. E loro lo sanno.

F. Recanatesi – Hai scritto che non vedono l’ora di passare il testimone.

G. Di Piazza – Ne sono sicuro.

F. Recanatesi – Roma-Milano: chi vince per uno che le ha vissute intensamente entrambe?

G. Di Piazza – È sbagliato metterle a confronto. Non sono alternative, ma complementari. Milano è impresa, innovazione, alta professionalità, meritocrazia, moda, design. La nostra unica città europea. Roma è caos esistenziale. Un set. Non ti viene mai chiesto un pedigree. A Roma tutto è possibile e niente è possibile. Un calderone affascinante, la città descritta fedelmente da Fellini e ora da Sorrentino. Ti faccio un esempio pratico: a Milano un invito a cena viene fatto con settimane di anticipo, a Roma con una telefonata: “Ahò, vieni a mangiare da me stasera?”.

F. Recanatesi – Se tu dovessi scegliere?

G. Di Piazza – Lavoro a Roma, la mia famiglia è a Milano, i miei figli sparsi per il mondo. Mi va bene così, un po’ qua un po’ là.

F. Recanatesi – Figli sparsi per il mondo. La grande fuga: l’Italia non è un Paese per giovani?

G. Di Piazza – L’Italia rende difficile il futuro ai suoi giovani. È un Paese modulato sui cinquantenni, senza meritocrazia, che spesso toglie speranze alle nuove generazioni. I miei due figli maggiori – Luigi e Carlo – hanno studiato economia a Milano e poi si sono specializzati all’estero. Il terzo, Giorgio, studia filosofia a Milano. Il grande, Luigi, lavora a New York da Eataly Usa, dove fa il buyer. Carlo studia strategia aziendale ad Amsterdam. Però vedo, come parziale nostra consolazione, un certo fermento sui temi di startup e innovazione. Una piccola luce per molti ragazzi, bravissimi, super formati, che troppo spesso ‘doniamo’ ad altri Paesi europei o agli Stati Uniti.

F. Recanatesi – Parliamo di giornali. Quali sono i competitor più agguerriti per il supplemento romano del Corriere della Sera?

G. Di Piazza – Competere con Il Messaggero è competere con il mio passato. Quindi una specie di avventura emotiva. Con Repubblica è diverso, competizione nazionale e locale. Molto divertente.

F. Recanatesi – Il declino dell’informazione cartacea è senza freni?


G. Di Piazza – In difficoltà vedo i vecchi mezzi d’informazione, e quelli nuovi per ora non garantiscono al settore ciò che ha perduto. Nel ’94 vendevamo circa 7 milioni di copie di quotidiani al giorno, il record. Oggi stiamo sotto i tre. Nel 2008 fatturavamo 3 miliardi di pubblicità, oggi siamo a uno. Cifre che avrebbero distrutto qualunque settore. I giornali invece resistono, e lo faranno ancora per molto. Un esempio di resistenza e investimento lo sta dando proprio Rcs, da quando è di Urbano Cairo, uno dei pochi editori italiani che sta puntando forte proprio su nuovi prodotti di carta. In ogni caso, sono convinto che quando, come si usa dire, uscirà l’ultima copia del New York Times, i giornalisti serviranno sempre anche senza giornali di carta. Sarà sempre necessario chi osserva un fatto, lo capisce e poi lo riferisce a chi non c’era. Un lavoro d’intermediazione di senso che non smetterà di essere utile. Indipendentemente dal mezzo usato per riferire i fatti, analizzarli, commentarli.

F. Recanatesi – Tutti noi abbiamo avuto dei maestri. I tuoi?

G. Di Piazza – Nicola Cattedra, Pietro Petrucci, Pietro Calabrese, Giulio Anselmi. Più di recente, Paolo Mieli. Da tutti ho imparato qualcosa.

F. Recanatesi – Di Piazza romanziere. ‘I quattro canti di Palermo’, ‘Malanottata’, ‘Il movente della vittima’ raccontano con intrecci noir la Palermo degli anni Ottanta e la guerra di mafia con un giovane cronista protagonista e vittima: Leo Salinas. Cioè tu.

G. Di Piazza – Sì, sono in gran parte autobiografici. Io ragazzo in una città afflitta da una infinita guerra civile. Morti ammazzati come pane quotidiano, cadaveri incaprettati. Lo Stato massacrato dalla mafia. Attenzione nazionale solo quando ammazzano Falcone o Borsellino. Io racconto la guerra, ma anche la crescita dei siciliani. Se io sono a Roma qualcosa vuol dire.

F. Recanatesi – Di Piazza fotografo. Mostre in tutta Italia, a cominciare da quella milanese del 2013 al Palazzo delle Stelline che mi divertì molto: ritratti di direttori di giornale: Manfellotto, Protti, hai messo in posa anche Brunetti e Ravetta che guidano questo giornale.

G. Di Piazza – Mi piace fotografare, però meglio i paesaggi che le persone. Sto preparando un’altra mostra a tema: il Tevere. Ma è un hobby, come le moto e la Roma.

F. Recanatesi – Già, ti ho visto arrivare a cavallo di una Mp a tre ruote.

G. Di Piazza – La moto è una passione mai tramontata. A 13 anni affittavo di nascosto e illegalmente motorini a Palermo. Si pagava per quarti d’ora. Poi ho avuto motori sempre più potenti, dalla Guzzi Dingo Gt alla Bmw fino a una vecchissima Transalp.

F. Recanatesi – La Roma calcio cosa c’entra con un palermitano? Hai un vice, Flavio Haver, con il quale parli quasi più di Džeko e De Rossi che della Raggi o Zingaretti…

G. Di Piazza – A Palermo quasi tutti tengono per una seconda squadra, la maggior parte per la Juve. Il mio tifo per la Roma è nato tardi, nell’84, quando la squadra era campione d’Italia e giocava la Champions. Un amico mi portò a vedere Roma-Dundee e lì mi innamorai dei colori giallorossi. Anche perché l’Olimpico era pieno di campioni ma anche di femmine bellissime. Alla Favorita di Palermo le femmine non c’erano, era uno stadio quasi saudita.

F. Recanatesi – Finale obbligato: gioco della torre. Comincio naturalmente con Salvini-Di Maio. Chi butti giù?

G. Di Piazza – Non lo so, sono tentatissimo da entrambi per motivi differenti.

F. Recanatesi – Zingaretti-Calenda.

G. Di Piazza – Calenda. I coraggiosi corrono sempre il rischio di finire giù.

F. Recanatesi – Ferrante-Fallaci.


G. Di Piazza – Ferrante. Ho amato tanto Oriana Fallaci.


F. Recanatesi – Agatha Christie-Stephen King.


G. Di Piazza – Agatha Christie. Non sono un devoto del giallo a orologeria.


F. Recanatesi – Montanelli-Scalfari.


G. Di Piazza – Montanelli. Con tutto il rispetto possibile.
F. Recanatesi – Ronaldo-Messi.


G. Di Piazza – Ronaldo. Messi ha in sé pezzi del dna di Maradona.


F. Recanatesi – Fellini-Sorrentino.


G. Di Piazza – Sorrentino: è giovane, può risalire sulla torre.

F. Recanatesi – Vespa-Floris.


G. Di Piazza – Vespa. Tanto la torre è soltanto un plastico sul tavolino, si sa.


F. Recanatesi – Springsteen-Battisti.


G. Di Piazza – Springsteen. Uno dei miei amici del cuore è Alfredo Rapetti Mogol, non so se mi spiego.

Intervista di Franco Recanatesi / Prima Comunicazione / Maggio 2019