La perfezione di un raggio verde

Le presi la mano e la premetti sul mio torace: sapevo che il palmo tiepido avrebbe sentito il mio cuore battere lento, costante. Dalla finestra filtrava una luce pallida, di notte calda. Sentivamo la risacca frangersi sugli scogli lì sotto. “Dovremmo aprire le persiane”, disse Elena giocando con i peli del petto.
“Andiamo in balcone”, le proposi.
“Nuda?”
“Te la senti? Potrebbe esserci un pescatore con la lampara”
“Avrebbe la luce negli occhi, non mi vedrebbe”. E si alzò dal letto con un movimento elastico.
Sulle lenzuola rimase un’impronta leggera di calore, che evaporò all’istante. Osservavo il suo corpo davanti alla porta-finestra. La aprì. La luce della luna rischiarò la stanza, definendo in un controluce bianco, bellissimo, le forme perfette di lei. Cercavo musica nel sottofondo di quella scena, udivo soltanto il movimento lento del mare. La raggiunsi sul balcone, sotto di noi c’era mare, moltissimo mare. La abbracciai da dietro, prendendole il seno tra le mani; lei schiacciò il suo ventre sul ferro battuto della ringhiera a petto d’oca. Girò la testa verso di me, offrendomi il profilo: sentii la perfezione dell’attimo. La baciai.
“E se continuassimo qui?”. Non fu una proposta, ma solo un sussurro di verità : l’unica lingua che parlavamo da quando c’eravamo conosciuti, cioè quattro ore prima a cena dall’ingegner Z. I nostri sguardi si erano incontrati come se fossero gli ultimi due pezzi di un puzzle. Un incastro perfetto, silenzioso. Poi le prime parole. Chi sei, da dove vieni, perché sei qua, perché siamo qua. La risposta la diedero i nostri corpi, sfiorandosi, decidendo d’andare via. Un’ora dopo eravamo lontani, nel mio albergo, a sentire il respiro del desiderio.
“Sì, possiamo continuare qua”, dissi.
“E se poi arrivasse una barca…”. Mi sorrise priva di malizia, poi allacciò le gambe dietro la mia schiena. Ci muovevamo lenti, con il tempo della risacca. Sentimmo il piacere arrivare piano, con una sincronia che non è di questa terra. Il suo ventre cominciò a essere scosso da piccoli fremiti, le mie reni s’inarcarono. Fu allora che sentimmo sotto di noi il battere ritmico di un motore diesel. La lampara rischiarò una zona di mare, in cerca di polpi da arpionare. E in quell’istante, mentre lei inghiottiva il suo urlo rauco, un raggio di luna sfiorò la bombola della lampara, rimbalzando sul suo viso. Non vidi mai più, dopo quella notte, un raggio verde. Non sentii mai più, intorno a me, dentro di me, la perfezione della vita.