di GIUSEPPE DI PIAZZA per il Corriere della Sera –
Glaviano, cominciamo da Anna Wintour, la leggendaria direttrice di Vogue America?
“Anni Settanta, New York. Io ero già un fotografo di moda affermato, con studio a Central Park South. Lei era una ragazza inglese che lavorava come redattrice a Playgirl, la versione femminile di Playboy. La portai alla sua prima sfilata: l’esordio di Gianni Versace, nello showroom della Cadillac sulla Fifth Avenue. Quel giorno Anna scoprì la moda”
Siete rimasti in buoni rapporti?
“Non mi saluta più. Forse perché sono un testimone degli anni di Playgirl. Si tende sempre a voler far dimenticare gli inizi”
Per Marco Glaviano, 82 anni, fotografo da più di mezzo secolo, gli inizi non sono per niente da dimenticare. Anzi. Nipote del futurista Gino Severini e dello scultore Nino Franchina (che con Guttuso, Pasqualino e Barbera formò il Gruppo dei Quattro), Glaviano studia architettura nella sua Palermo e intanto suona il vibrafono. Finché un altro zio, Basilio, che faceva l’assistente alla regia di Rossellini, gli regala una Leica. Amore a prima vista.

Cosa l’ha conquistata?
“Poter ritrarre il bello in tutte le sue espressioni. La bellezza è un’esigenza dell’umanità, da sempre”
Lei sta per essere omaggiato con una sorta di museo diffuso. Il 9 dicembre la famiglia Cipriani (Harry’s bar e non solo) presenterà a Milano un volume monumentale che raccoglie più di 300 sue foto esposte in tutti i locali della casa, ben 26, da Venezia a New York, da Ibiza a Istanbul. Quasi soltanto foto di modelle e di jazzisti.
“Le mie due passioni. La moda, la musica”
Lei ha avuto quattro mogli, di cui tre modelle. Passione ben dimostrata.
“Mi hanno sempre lasciato per uomini più belli di me”
Le dico dei nomi di donne che ha fotografato e lei commenta.
“Faccia pure. Alla mia età posso dire quel che mi pare”
Cindy Crawford.
“Aveva 17 anni, veniva da Chicago. Si presentò a un mio casting newyorchese mandata da John Casablancas, il fondatore dell’agenzia Elite. Era avvilita perché, mora e con gli occhi scuri, veniva respinta in continuazione: volevano le bionde con occhi azzurri. La presi subito. E cominciò una storia lunga. Posso dire con una battuta che sono un mantenuto: continuo a guadagnare con le foto fatte a lei in quegli anni.”

Claudia Schiffer.
“Professionale, molto brava, fredda”
In che senso?
“Nel senso che non ricordo di essere mai andato a prendere un caffè con lei”
Paulina Porizkova.
“Fui fulminato dalla sua bellezza”

Ma non è mai stato tentato durante uno shooting di provare a conquistare una di queste bellezze “fulminanti”?
“Neanche per idea. Ero concentrato, avevo un solo obiettivo: fare ottime foto”
Per quali committenti?
“Vogue America su tutti. Sono stato uno dei tre fotografi nella loro storia ad avere un contratto di esclusiva per anni e anni”
Ma se sul set nasceva qualcosa?
“Allora ci sposavamo”
Dove fotografava?
“Avevo comprato un loft a Central Park South”
Comprato?
“Si guadagnava bene”
Una ventina d’anni dopo, a metà dei Novanta, fondò il più grande studio newyorchese, Pier59.
“Seimila metri quadrati su più livelli. Tra i soci c’erano Santo Versace e Leonardo Mondadori. Feci costruire un ascensore-piattaforma per portare su la mia Rolls Royce. Sa il problema dei parcheggi…”
Rolls Royce?
“Ma sì, gliel’ho detto: si guadagnava bene”
Carol Alt. Nel libro di Casa Cipriani mi ha colpito un suo ritratto del 1986. Era stata la protagonista di Via Montenapoleone dei Vanzina, omaggio alla “Milano da bere”.
“Andavo nei weekend agli Hamptons. Ero in macchina col mio amico John Casablancas, e sulla strada di Long Island ci venne fame. Accostammo ed entrammo in un diner. La cameriera venne a prendere l’ordinazione. Alzammo gli occhi e poi ci guardammo: chi era quella meraviglia? E perché serviva ai tavoli? John le chiese subito di andare a trovarlo in agenzia a New York. Carol aveva 17 o 18 anni. Quel pomeriggio cominciò la sua carriera”
Isabella Rossellini.
“Isabella per me è una storia di famiglia. Le ho già detto che uno dei miei zii Franchina era stato assistente di Roberto Rossellini. Mi ricordo che un po’ di anni fa Isabella mi chiama e mi dice che un suo nipote voleva fare il fotografo. Mi chiede se potevo prenderlo con me in studio, a New York. Certo, rispondo. Così Alessandro è stato mio assistente per cinque anni e oggi è un bravo fotografo”
Lei lasciò Milano a metà degli anni Settanta per andare a New York. Cosa non le bastava di Milano?
“Milano era viva, molto viva. Io avevo una sorta di loft-studio, in via Plinio. Passavano in tanti da lì. Lavoravo per Vogue, per Annabella, per Amica. Frequentavo un giro di artisti, di intellettuali, andavamo la sera a bere da Oreste in piazza Mirabello. Mi ricordo Piero Manzoni, Umberto Eco… E poi vedevo nascere la moda italiana. Una mia bellissima amica, Rosanna Armani, che faceva la redattrice a Playboy, un giorno mi parlò di un fratello geniale che ancora non riusciva a sfondare ed era costretto a fare il vetrinista alla Rinascente. Sì, Giorgio. La storia è nota, Milano era quella. Gianni Versace e il suo genio totale, Krizia, e poi i grandi fotografi d’allora, Helmut Newton, Gianpaolo Barbieri, oppure i giovanissimi come Giovanni Gastel. Che Milano, che vitalità… Ma non era New York. Così partii”.
Come fu accolto a Manhattan?
“Andai a stare al Chelsea Hotel, quello delle star che morivano di eroina nei corridoi. Non era caro, e incontravi tutti. Riuscii a lavorare per Harper’s Bazar, il grande rivale di Vogue. Così andavo a tutte le feste portandomi dietro qualche modella, agli opening, alla Factory di Warhol… Ricordo che la rete Abc dedicò allora ad alcuni di noi un documentario che si intitolava “I nuovi immigrati”. Poi fui scoperto da Vogue America”.
Chi erano i suoi amici in quella New York?
“Prima dei Cipriani, Arrigo e Giuseppe, avevo un amico fraterno, Arturo Di Modica, lo scultore siciliano del toro di Wall Street. Fece lui a mano tutti gli arredi in ferro battuto del locale di Cipriani a downtown. Capolavori”.
Glaviano, un sogno vivere di fotografia.
“Non più, la nostra fotografia è morta. Ora ci sono i cellulari”.
Consiglierebbe a un ragazzo di fare il fotografo?
“No, meglio che impari a fare video”.
Ma una delle sue tre figlie fa la fotografa, no?
“Vizi di famiglia”.
© GIUSEPPE DI PIAZZA 2024 / Corriere della Sera