Strano caso. Questa mattina apro il computer e penso che dovrei comprare un nuovo armadio per casa. Dai preferiti di Google Chrome apro il sito di Ikea. Guardo, guardo e alla fine mi appunto il nome Trysil (199 euro, ante scorrevoli, H 205, L 154). Basta.
Poi guardo un po’ di notizie su Corriere, passo su Twitter e clicco su un link che riguarda un tal Messora (M5S), un tipo che paghiamo con le nostre tasse per fare battutazze da bar sport contro la Boldrini. Mentre leggo le notizie, appare un banner Ikea: “Armadio Trysil — 199 euro — ante scorrevoli”. Rabbrividisco, visto che credo poco o niente alle coincidenze, deduco che qualcuno spia la mia navigazione, non solo online, ma anche sui miei preferiti. O è Ikea o è Google.
Più probabilmente quest’ultimo. Questo significa che l’apertura di una pagina, il soffermarmi su un prodotto, viene memorizzato dai server di Google (padrone di Chrome, il mio browser) e poi riproposto in forma pubblicitaria in virtù, immagino, di un accordo commerciale tra Ikea (in questo caso) e Google.
Il banner con l’armadio è una sorta di promemoria ad personam: non dimenticare di comprarlo…
Confesso che mi sento deluso dai ragazzi che negli anni Novanta mi incantarono con quel loro motore di ricerca leggero e bianco. Mi sarei aspettato un po’ più di rispetto per i miei sofferti momenti di shopping.
Credo che cambierò browser. Peccato. Quell’armadio mi piaceva.