A Casalnuovo (Napoli) un pizzaiolo quarantenne, padre di tre figli, fa lavorare nel suo piccolo forno la moglie. Lei dà una mano senza essere regolarmente assunta. Arrivano gli ispettori del Lavoro e dicono: vi dobbiamo fare una multa per lavoro nero. Undicimila euro circa. L’uomo li implora: mi rovinate, non riesco più a dare da mangiare ai miei figli. Piange davanti a loro. Si umilia. Ma gli inflessibili ispettori, niente, gli fanno una multa in due tranche: duemila euro entro tre giorni, novemila entro fine mese. L’uomo, chiedendo prestiti a tutta la strada, paga la prima tranche, quindi si chiude in macchina, collega con un tubo la marmitta all’abitacolo, accende il motore e si uccide.
La tremenda storia, raccontata col giusto tatto da Giusi Fasano sul Corriere di oggi, contiene alcune domande che dovrebbe porsi ogni cittadino, cominciando dai legislatori: che senso di giustizia stiamo esercitando? Che misura diamo ai nostri atti? Che Stato è quello che si mostra forte con i deboli e (troppo spesso) debole con i forti?
Il problema è la misura. Gli ispettori del Lavoro non hanno discrezionalità , ma forse in questo caso avrebbero dovuto averla: bastava avessero dato un’occhiata ai giornali nei giorni scorsi, dove si leggeva che un’agiata signora dei salotti romani ha nascosto per decenni quasi 1.500 appartamenti al fisco, evadendo felice. Da un lato decenni di impunità e di belle cene, dall’altro una moglie che dà una mano al marito nel tirare la carretta.
Non so se Matteo Renzi ha letto questa storia, o se gliel’abbiano riferita. Certo è che, nel darsi un programma di governo, dovrebbe sfidare l’impossibile: ridare una misura a questo nostro acciaccato, meraviglioso, vergognoso Paese affinché nessuno più venga spinto al suicidio da uno Stato ora inflessibile, ora cialtrone.