Da cronista a fotografo, la mia esperienza – per il Corriere della Sera

Che cosa si prova a passare dall’altra parte della barricata? Che differenza c’è tra essere un giornalista che sceglie foto e un fotografo che viene scelto? Da poco più di un mese sto sperimentando questa variazione di stato. E non è male, ve lo posso assicurare.

In trentadue anni di carriera, credo di aver messo in pagina migliaia e migliaia di foto. Ognuna aveva un motivo d’essere sul giornale che mandavo in tipografia: la scena di un delitto, il ritratto della vittima o del carnefice, le rovine di un terremoto, il sorriso della diva. Ogni immagine partecipava, col suo taglio, con il suo bianco e nero o con il suo colore, alla narrazione complessiva degli avvenimenti. Certe volte era proprio la foto stessa a essere evento; penso agli scoop di un solo scatto, agli istanti indimenticabili conficcati nella memoria collettiva: l’R4 di Moro, il cratere di Capaci, piazza Tien An Men, Cannavaro che alza la coppa…

Per ventun’anni ho lavorato nei quotidiani, per undici nei periodici. Potrei dire a questo punto che le foto sono state le mie compagne di lavoro. Fidate e amate. C’è stato persino un momento, a metà  degli anni Ottanta, che le scattavo come corredo delle mie inchieste e le fornivo ai giornali e alle agenzie per cui allora lavoravo. Ho sempre fotografato — reportage, cronaca, ritratti — ma solo ora, grazie alla mia prima mostra, sto sperimentando che cosa significhi sottoporsi al giudizio del pubblico, mostrando le proprie, privatissime visioni.

“Io non sono padano” è stato il titolo dell’esposizione con la quale ho debuttato alla galleria di Barbara Frigerio, a Milano. Immagini di pianura padana, trasfigurata dal mio obiettivo, forse pittorica e astratta, in ogni caso restituita alla vista dei visitatori come un incanto esotico. Che altro poteva essere per me, nato a Palermo e cresciuto a Roma, la nebbia, la geometria incolore dell’inverno padano, il suo torbido intravedere? Il risultato è emotivo e, credo, di un certo rigore.

Certo, mi colpisce immaginarmi fotografo-artista. Ho sempre pensato a me stesso per quello che sono: un giornalista nato nella cronaca, cresciuto a pane e delitti, svezzato dalla passione formale per la costruzione dei quotidiani, innamorato dei periodici illustrati. Lungi dal poter immaginare che un giorno mi sarei ritrovato sui giornali, come artista recensito, o come accadrà  a Fotografica autore che incontra il suo pubblico spiegando il senso delle proprie opere. Il salto comunque è avvenuto, e credo sia — fortunatamente — con atterraggio morbido. E’ bellissimo — confesso — poter osservare una persona che non conosco giudicare una mia opera, restare colpita da questo o quel dettaglio. E’ uno studio che finisce per confermare le regole della comunicazione: ciò che pensa l’emittente è vano, quel che conta è solo la percezione del ricevente. E di fronte a una fotografia, riceviamo molto. Molto più di tante parole.

27 novembre 2011