Sedici personaggi uno accanto all’altro, sul proscenio. Uno alla volta si fanno avanti, e cominciano a dire. Con il loro accento, con un intercalare fatto di ucculare, vagnoni, ‘nziddi ti carni. Raccontano una storia palpitante di “mafia, terra e amore”, una sceneggiata amara piena di verità e dolore. Il sipario cala dopo 174 pagine.
Il pubblico potrebbe restare in silenzio, colpito dalle parole e dai sentimenti; incerto tra applaudire o piangere. Forse farà entrambe le cose. E’ andato in scena “Tu come tutto quello che tocchi” (Bompiani), opera prima di Clara Nubile, traduttrice dall’inglese, giovane donna forte e delicata che divide la sua vita tra Ravenna e Bombay.
Nubile scrive di quel che sa. E il lettore questo lo capisce subito, entrando nella partitura di questo romanzo che nasce per finire a teatro. I sedici personaggi si alternano nei capitoli narrando di alcuni omicidi e di molti amori, con la struttura cara al maestro Mario Merola e al grande cantore Nino D’Angelo, presente in apertura di libro con una frase che guida la lettura del tutto: “Mi presti mille lire, mi presti qualcosa da dire?”. Clara Nubile non prende niente in prestito: sa già come rendere omaggio doloroso alla sua terra. I tanti anni lontana dalla Puglia non sono, in questo, serviti a niente: lei prende la penna, a Bombay, e scrive di Sacra Corona Unita. Di contrabbandieri e di donne orgogliose, di amori sventurati e motorini truccati.
Il vero protagonista del romanzo è il pacchetto di Marlboro, un protagonista assente, sullo sfondo di ogni avventura, di qua e di là dell’Adriatico (bellissime le pagine in cui la giovanissima amante albanese di un boss della Scu cerca di spiegare perché lo ama). Le “bionde” sono il motore di tutto: “Uno scafo caricava duecento cartoni di sigarette. Se tutto andava come doveva andare, lo scafista si prendeva cinque milioni di lire”. E gli altri — autisti, scaricatori, piccoli venditori — a cascata, da cinquecentomila a centomila lire. Un’economia solida, che ha dato da mangiare per anni e anni a tantissima gente.
Nel romanzo — raccontandosi — i protagonisti mostrano grande consapevolezza: “Da noi per strada non luccicava niente: tutta spazzatura era. Tutta merda eravamo”, dice Minguccio l’amico del cuore della protagonista, Maira, una ragazza che sogna altro, che legge libri, che vorrebbe fuggire, ma che poi si innamora perdutamente del fratello delinquente di Minguccio, biondo e bello come un Brad Pitt della East Coast italiana.
Ma non è vero che non luccica niente. Nelle pagine di Nubile riluce, accanto all’intreccio, la scrittura, emozionante e vera. Pagine degne di un pulp movie di Quentin Tarantino. Meglio ancora: di un Quentin Brindisino.
17 giugno 2012