di GIUSEPPE DI PIAZZA
Scoperte le “talpe” di Cosa nostra, trasferito il leggendario capitano Ultimo, liberato il killer Grigoli, assolto il senatore Andreotti… E’ sufficiente dare uno sguardo alle prime pagine dei giornali per comprendere un’elementare verità : dimenticare una certa Palermo è, ancora oggi, pura velleità , opera impossibile. Eppure c’è stato un momento, neanche tanto tempo fa, in cui l’Italia, impegnata alla spasimo nella volata verso l’Europa, a chi chiedeva che fine avesse fatto la mafia rispondeva facendo spallucce: cose passate, emergenze finite. Le prime questioni nazionali si chiamavano Euro, conti pubblici, pensioni. Faccende da paese normale, assolutamente continentali. Cosa nostra apparteneva al passato dell’Italietta da inflazione al 20 per cento.
Non era del tutto falso, ma non era neppure completamente vero: era sì finita la stagione delle bombe, dei delitti eccellenti, dello Stato preso a ceffoni dai boss, ma non era certo conclusa quell’era — sociale, politica, giudiziaria — cominciata nel 1979 con la seconda guerra di mafia. L’intreccio Cosa nostra-potere non si era, non si è, del tutto sciolto, e le ricadute — sociali, politiche, giudiziarie — sono lì, a ricordarcelo con i processi, le polemiche, i nomi che ricompaiono.
Il triennio più caldo, sul piano della memoria e dei suoi effetti sul presente, è quello compreso tra il ’90 e il ’92. Fu nel breve (ma apparentemente eterno) volgere dei tre anni che furono avviate le indagini su mafia e appalti, che si progettarono ed eseguirono le stragi Falcone e Borsellino, che si cominciò l’inchiesta-boomerang su Andreotti. L’Italia sembrava squassata dalla mafia, nacquero i comitati dei lenzuoli, le scuole del profondo Nord scoprirono anch’esse, come un tempo la nostra generazione il Vietnam, che lì, in quella terra lontana, in quell’isola disperata, c’era una guerra in corso. Si sviluppò una nuova consapevolezza, lo Stato la smise di nicchiare, furono raggiunti risultati che si chiamavano Totò Riina, Leoluca Bagarella, Nitto Santapaola, si aprì la pagina dei processi ai politici o, come pensano alcuni, dei “processi politici”. Ora quei tre anni tornano con prepotenza nei titoli dei giornali, e il paese all’improvviso si ricorda che c’è ancora un conto da saldare con il comune passato: mafia e appalti, il capitano Ultimo, il covo di Riina, l’assoluzione di Andreotti… Tutto torna. Come se la nostra storia fosse un mantra, una nenia orientale che non finisce, pronunciata però con forte accento siciliano.
In questo quadro, il processo che tra sei giorni ricomincerà a Palermo potrebbe dirsi fondamentale se non, addirittura, di una sacralità rituale. Si tratta di giudicare il tenente dei carabinieri Carmelo Canale, accusato di mafia. Canale era il braccio destro del giudice Paolo Borsellino e cognato del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, morto suicida. Canale è sospettato dalla procura di Palermo di essere stato la quinta colonna di Cosa nostra dentro l’apparato investigativo, in poche parole: uno straordinario traditore. Lui nega fieramente, e cita tra i suoi testimoni l’ex procuratore Caselli, il generale Mori, il presidente dell’Antimafia, Del Turco. E’ evidente che lo scontro sarà tremendo, forse più duro di quanto fu visto per il processo Contrada, lo 007 del Sisde condannato a dieci anni in primo grado per mafia. Due verità a confronto: l’accusa sostiene che l’imputato è un traditore, l’imputato sostiene che l’accusa farnetica. Ma a differenza del caso Contrada, per Canale in ballo non ci sono indagini su boss semisconosciuti, ma alcune vicende di enorme importanza: la fuga di notizie sulle indagini “mafia e appalti”, l’inchiesta su Andreotti, il suicidio del maresciallo Lombardo, il ruolo dei superinvestigatori dei Ros nelle precedenti vicende. Si annuncia, dunque, un novembre fiammeggiante, con udienze-choc, accusatori spesso sotto accusa, veleni profusi a piene mani.
A conferma della ritrovata centralità palermitana va poi detto che lo scontro non resterà di certo confinato sull’Isola. Già nei prossimi giorni il Consiglio superiore della magistratura dovrà rileggere quegli anni e poi prendere una decisione difficile: nominare o no il magistrato Alberto Di Pisa procuratore aggiunto a Palermo. Di Pisa nell’89 fu sospettato di essere il Corvo, l’autore cioè delle lettere anonime contro Falcone e Ayala. Fu assolto dall’accusa e ora, dopo un decennio di purgatorio, vorrebbe tornare in prima linea.
Negli stessi giorni, l’Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe italiane, dovrà decidere chi sarà il suo nuovo leader. L’ultimo, Antonio Martone, è stato fatto saltare perché ritenuto troppo tiepido nella difesa, giustappunto, della procura palermitana sotto accusa per il caso Andreotti. Il successore, dunque, dovrà essere politicamente corretto secondo il vedere dei pm siciliani. Niente male, per chi — ingenuamente — avrebbe voluto dimenticare Palermo.
1 novembre 1999