Giallo napoletano del ’75: un’indagine svolta con l’aiuto di Maurizio de Giovanni

di GIUSEPPE DI PIAZZA

Notte d’autunno al Vomero, una di quelle notti silenziose, fredde, in cui il Male, volendo, diventa padrone. Comincia tutto alle 22.30, con un citofono che suona e uno yorkshire che abbaia. Un uomo viene accolto sulla porta dal capitano di lungo corso Mimmo Santangelo, un cinquantenne schivo, blindato nei suoi affetti. “Andiamo di là”, dice il capitano, indicando il salotto. In cucina, la moglie Gemma ancora armeggia tra pentole e strofinacci. Angela, la figlia diciannovenne, è in camera sua con qualche linea di febbre. Mimmo offre del brandy al suo ospite.

Sei ore e mezzo dopo, la casa dei Santangelo è un set dove il Male ha recitato a perfezione la sua parte. I cadaveri di Mimmo Santangelo, di sua moglie Gemma e di Dick, lo yorkshire,  sono accatastati nella vasca da bagno. Il corpo di Angela è invece composto sul letto, avvolto in un piumone. I pavimenti sono piste di sangue. L’assassino ha prima colpito alla testa l’uomo con un oggetto mai trovato, poi ha tramortito la donna e infine la ragazza. L’epilogo è di taglio e di punta: con un coltello preso in cucina, l’assassino ha trafitto e sgozzato le sue vittime. Se ne va intorno alle cinque del mattino, chiudendo dietro di sé il portone. Via Caravaggio, a quell’ora, è un deserto umido: i quartieri bene dormono, l’inverno di Napoli è alle porte. E’ il 29 ottobre 1975. Il mistero ha inizio.

Che cosa è successo davvero in quella casa? Perché, 37 anni dopo, la strage non ha ancora colpevoli? Per la verità, a Napoli, un uomo in grado di dare una risposta a queste domande ci sarebbe. Si chiama Luigi Alfredo Ricciardi, “commissario di pubblica sicurezza presso la Regia Questura di Napoli. L’uomo che vede i morti”, come lo descrive il suo genitore letterario, lo scrittore Maurizio de Giovanni. I libri del commissario Ricciardi, divisi per stagioni, sono opere dark e raffinate, ambientate negli anni della Regia Questura, cioè nei Trenta. De Giovanni si arrovella da sempre sulla strage di via Caravaggio, e lo fa perché le cose che capitano quando abbiamo diciott’anni, anche le più distanti da noi, sono nostre per la vita.

Che cosa vedrebbe il commissario Ricciardi? “Sentirebbe il dolore delle vittime, soprattutto quello di Angela, la ragazza. Il suo è un dolore enorme perché sa di essere stata uccisa dall’uomo che amava”. Quindi lei ha già risolto il giallo? “Mi sono fatto un’idea. La polizia invece credette di averlo risolto, e arrestò molto frettolosamente un nipote della signora Gemma, un ragazzo che aveva 46 di piede, mentre l’assassino – vi ricordo – lasciò un’impronta 42; il ragazzo si fece otto anni di carcere durante i quali divenne avvocato, preparò la propria difesa, e ottenne assoluzione e libertà. Così il giallo è tornato a zero”.

Perché dice che è stato l’uomo che amava Angela? “La ragazza fu colpita da molte coltellate nella zona del pube. Suo padre e la sua matrigna – Angela era figlia di una prima moglie di Santangelo – vennero messi nella vasca da bagno. A lei fu riservato un altro trattamento, direi di riguardo. L’assassino era legato alla ragazza.”.

Chiuda gli occhi e faccia come il suo personaggio. Ascolti i morti e descriva che cosa è successo. “Un gioco letterario? Corro il rischio”. E allora, prego. “Angela ha una relazione con un uomo sposato, probabilmente un medico conosciuto sul lavoro, all’Inam. La ragazza resta incinta. Il medico va a casa di lei per chiarire, lo fa a tarda sera forse per non farsi riconoscere nel quartiere. Viene accolto da Mimmo. I due uomini si chiudono in salotto. Bevono un brandy. L’amante di Angela probabilmente dice che gli spiace, ma lui non si farà carico del bambino. Il padre s’infuria, minaccia di rendere pubblico tutto. L’uomo allora prende un oggetto e colpisce alla testa Mimmo. Lo yorkshire, che è lì accanto, comincia ad abbaiare. E viene soffocato con un cuscino. Poi, con il mano l’oggetto contundente, l’uomo esce dal salotto e – in preda a un delirio omicida – decide di far fuori tutti i testimoni. Incontra per prima Gemma, che è in cucina. La colpisce alla testa. Ma capisce che non è morta. Prende un coltello e la finisce. Angela sente trambusto, si alza dal letto, va in corridoio. Lui la colpisce con immensa forza alla testa, uccidendola all’istante. Ma non lo sa. Quindi la accoltella, accanendosi sul pube. Poi torna in salotto e sgozza Mimmo che era rantolante. A questo punto l’assassino ritrova lucidità. Capisce che deve ottenere tempo. Indossa dei guanti, sposta i cadaveri in bagno. Ricompone Angela sul letto, e resta nella casa per altre quattro ore. Cerca qualcosa. Io credo il diario della ragazza, dove potrebbero esserci frasi che lo accusano. Infine va via. Dieci giorni dopo vengono scoperti i corpi e partono le indagini. Indagini che non tengono in adeguato conto né le impronte digitali, né i mozziconi di sigarette, né la scarpa numero 42, né la possibile gravidanza della ragazza. Quei reperti ci sono tutti. Secondo me sarebbe il caso di ricominciare le investigazioni scientifiche, con le tecniche esistenti oggi”. Commissario Ricciardi, pardon caro De Giovanni, lei ha ragione. Le voci dell’Aldilà hanno sempre ragione: bisogna riaprire il caso.

© GIUSEPPE DI PIAZZA /2012 / Corriere della Sera