di GIUSEPPE DI PIAZZA
Studio professionale, interno giorno.
Una giovane donna bussa alla porta in rovere. Entra. Scambia un rapido saluto con il professionista, un uomo maturo con occhiali di tartaruga e barba curata, che l’aspetta per la seduta settimanale.
– Si stenda pure
La donna guarda il suo analista con quel misto di rispetto e rabbia di chi si aspetta troppo e sa che, come altre volte, non otterrà molto.
– Certo (e tira su le gambe sulla chaise longue di Eames, identica a quella dove s’è seduto l’analista, alla sua destra. Lui accavalla le gambe. Indossa una giacca di velluto lisa sui gomiti, niente cravatta, pantaloni morbidi di flanella leggera e davanti a sé non ha un poggiapiedi)
– Prego – le dice
Comincia sempre così: “si stenda pure”, “prego”.
E lei, come sempre, rabbrividisce. E’ primavera inoltrata, quindi non è per il freddo. Ma per quel che dirà durante la seduta, o che vorrebbe dire.
– Dottore, potrebbe aprire la finestra? – prende tempo.
L’uomo si alza e apre le imposte, da fuori non arrivano forti rumori: siamo a un quarto piano di una zona tranquilla e borghese, con affaccio su una via silenziosa disseminata di piccoli platani.
– Sta bene? –chiede l’analista – Nel senso, va bene la temperatura?
– Sì grazie.
– Allora cominci pure.
– Pure – ripete lei meccanicamente
L’uomo la osserva. La giovane donna trae un sospiro e si schiarisce la gola con un rumore sordo.
– Dottore, sono sempre allo stesso punto.
Nessuna reazione.
– Nel senso che non faccio progressi. Ho passato una settimana scialba e allo stesso tempo convulsa. Ho scritto mille messaggi, ho fatto chat con tante persone, ho detto un cumulo fesserie e ho riso come una pazza, ho cucinato, ho provato la mia nuova parte, gliel’avevo detto, no? Mi hanno preso per un film, si girerà in autunno e io sarò una delle due protagoniste femminili. Mi piace, sa? Dovrò pure fare una scena d’amore un po’ spinta, ma tanto il mio agente interverrà, non è quello che mi fa paura, è che mi sento bloccata.
– Nel lavoro?
– No, dentro. E’ come se un lucchetto mi impedisse di uscire da me. Si può dire o sembra che voglio uscire pazza? (ride nervosamente, l’analista non fa alcuna espressione). Dico che mi piacerebbe uscire dal mio personaggio, quello che mi sono scelta a vent’anni. Gliene avevo già parlato: la ragazza sincera, che si stupisce sempre, priva di malizia, volenterosa e preparata, una ragazza… posso ancora dire di me che sono una ragazza?
– Prego
– … ecco, una ragazza che non smette di essere ragazza, e ora che sono un’adulta mi percepisco ancora come quell’adolescente, ma allora l’età lo giustificava. Ma ora? Gli altri mi guardano e sanno che sono così, la solita ragazza sincera che si vuole stupire eccetera eccetera. Ma io non sono così, lei dovrebbe averlo capito, no? No? (l’analista non commenta, fa un cenno con la mano per invitarla ad andare avanti). Insomma, lei l’ha capito, io lo so. Sono bloccata. Prigioniera di me stessa. Eppure dovrei essere libera. Quelle storie di cui le ho detto qualche mese fa…
Si ricorda, vero? (l’analista inarca le sopracciglia, con espressione interrogativa). Ah, non le sovviene? Glielo ricordo io. Sto da quattro anni con un regista, un uomo meraviglioso, un po’ più grande di me, un vero talento. Ci siamo incontrati su un set e da allora non ci siamo più separati, è una storia meravigliosa, facciamo una vita meravigliosa, lui scrive cose interessantissime, gira bei film, ma c’è un problema: io non sono la sua musa. Ha presente Monica Vitti per Antonioni? Liv Ullman per Ingmar Bergman? Niente. Lui scrive cose di fantascienza e io non sono un buon alieno, mi ha detto. Ha girato un corto in cui i protagonisti erano i mostriciattoli di Esselunga, quelli che si prendono con i punti, però giganteschi e carnivori, che quasi verrebbe di andare a fare la spesa alla Coop (ride daccapo, un po’ stridula. Poi prende fiato, cerca qualcosa con gli occhi) Non è che avrebbe un dolcetto? Magari un marron glacée… Un Bacio perugina… Ha un freezer? Non è che ha un Minibon?
– Dovrei avere dell’acqua. Ne vuole?
– No grazie, lasciamo stare, poi li compro. E’ che appena parlo di lui ho voglia di zuccheri. Che cosa vuol dire, dottore? Mi devo preoccupare? Questo amore mi farà ingrassare? Non posso permettermelo, almeno fino a che non giro il film, in autunno.
– La sua forma fisica la preoccupa?
– No, di solito no. Ho un sedere forte, conosco i miei limiti, ma ai registi va bene. Mi dicono che non devo recitare col culo, a quello ci pensano le altre (ride forte, sguaiatamente, si ricompone rapidamente). A me chiedono espressività: li vede questi occhi? Io guadagno con questi due, anche se sono pure un po’ strabica… Sa che la voglia di zucchero non m’è passata? Stavo per raccontarle una cosa che mi ha detto il mio compagno, a proposito della parte che ho nel film di settembre, e ho un irresistibile desiderio di uno dei dodici pezzi della vecchia Bomboniera. Se li ricorda? Al cinema? Il cassettino di cartone che scorreva e loro lì, a deliziarti uno dopo l’altro mentre tu tenevi gli occhi incollati al grande schermo, con quei doppiatori pazzeschi che davano a James Bond una voce più bella di quella che in realtà aveva Sean Connery. “Bond, il mio nome è James Bond”, con la voce profonda di Pino Locchi, si chiamava così il doppiatore… Ma se lo immagina che tristezza in inglese? Però le stavo dicendo degli zuccheri e di questo mio compagno… (smette improvvisamente di parlare, si tocca i capelli e comincia ad arrotolare una ciocca intorno all’indice)
– Prego
– Dicevo di lui. E’ un uomo meraviglioso, forse l’ho già detto. Mi ripeto, vabbè. Tutto tra noi va bene. Lo amo. Penso sempre a lui… (fa una pausa). Forse sempre è un po’ esagerato. Questa cosa che non sono la sua musa un po’ mi innervosisce, meriterei di più, io lo so, magari un regista che mi ami di più, che scriva i film per me, che parli solo di me, che non guardi le altre attrici e se proprio deve prenderle prenda quelle brutte, brutte ma brave, si intende, ma non belle come me. Non sono gelosa, però lui con questa storia della fantascienza sembra che ami più le stelle che le star (ride di nuovo, smette subito. Riprende). Lei pensa che dovrei lasciarlo?
– Perché me lo chiede?
– Non lo so. Forse è l’uomo sbagliato. Una brava persona, molto seria, ma certe volte penso che il lucchetto della mia vita sia lui.
– Cosa glielo fa pensare?
– Direi una stupidaggine
– Non abbia paura, dica pure
– Lo sento troppo uguale a me e troppo diverso da me. Ci somigliamo, come fratelli. No, no in quel senso. Il sesso va benissimo. Me-ra-vi-glio-so. Glielo assicuro. Non è quello il problema. E’ che…
– Continui
– Da qualche mese mi scrivo con una persona. Se fossimo negli anni Ottanta sarebbe un amico-di-penna. Ci raccontiamo tutto, lui mi fa ridere
– Per iscritto?
– No, messaggini, però ci sentiamo molto anche al telefono. E anche su FaceTime. Lui vive in un’altra città, ha la sua vita, è più grande di me, fa lo scrittore. Ho letto un paio di suoi libri e mi ha incuriosito. Poi un’amica comune ci ha messo in contatto per un progetto che aveva, una sceneggiatura e aveva bisogno, lui sì, di una musa. La mia amica, che fa la talent scout per alcune case editrici, conoscendomi bene ha detto che io sarei stata la sua perfetta ispirazione.
– Perché?
– Perché ha detto che vivo da adolescente senza esserlo, perché la mia età è un mistero, perché sono una donna sola.
– Ma non convive con il suo compagno?
– Sì, ma dentro di me sono sola, dice lei. Io non credo che abbia ragione, ma le ho dato retta. L’idea di conoscere non il solito attore-regista-agente mi ha incuriosito. E ci siamo scambiati i primi, formalissimi messaggi. Poi, lentamente siamo andati un po’ avanti, ci siamo detti qualcosa di personale, chi eravamo, quali autori amavamo, lui improvvisamente m’ha detto che ha quattro figli…
– E lei come ha reagito?
– Niente. Non ho tenuto in considerazione la notizia, tanto non stavamo facendo niente di male
– In che senso?
(la donna guarda fissa in un punto davanti a sé e non risponde, come incantata)
– Forse stavamo facendo qualcosa di buono. Altro che male. Ci stavamo conoscendo. Quando poi, non so perché, mi ha parlato di Julio Cortazar mi si sono accese tutte le lampadine. Le ho già detto il mio debole per la letteratura argentina? No? Bene, ci siamo ritrovati a citare in una lunghissima telefonata i nostri autori preferiti della scuola di Buenos Aires. E’ stato come un cortocircuito. Lei che ha esperienza in queste cose, ci si può innamorare di un uomo perché si ha la stessa passione letteraria?
– Ci si può innamorare di chiunque. Dipende dal momento nostro, da quale fase della vita stiamo attraversando.
– Quindi Borges, Ocampo, e Bioy Casares non c’entrano niente?
– Lei ritiene di essere innamorata di questo amico-di-penna, come l’ha chiamato?
– No (pausa). Non lo so. So che adesso guardo spesso l’iPhone e mi sento scema. Aspetto i suoi messaggi? E’ una fase compulsiva? Non lo so. Certo che non posso fare a meno di lui, anche se non ci siamo mai incontrati di persona.
– Ha pensato di farlo?
– Cosa, incontrarlo nella sua città? Sì, c’ho pensato. Ma non so se è una buona idea. Lui ha la sua vita.
– E lei la sua
– Sì. Ma senza quei messaggi, senza quelle telefonate lunghissime fatte di nascosto, mi sento sola. Forse è la solitudine di cui parlava la mia amica talent scout quando ci ha presentati. Vivo con il mio compagno ma sono come l’abitante di un monolocale disadorno: io, la mia musica, le mie piante curative… Sa dottore, io sono una donna cresciuta in modo molto solitario, con una famiglia lontana da me anche se stavano nell’altra stanza. Io pensavo al mio mondo, sognavo sin da piccola di fare l’attrice, recitavo per i miei peluche e loro mi applaudivano, sa? Penserà che sono pazza, lo dica, su.
– No, ma vada avanti
– Recitavo per i miei peluche sistemati come un pubblico sul mio lettino. Uno di loro vive ancora con me.
– Nel senso che dorme con il suo compagno e con il peluche?
– Certe volte sì. Mi devo preoccupare?
– Continui, la prego
– Mi sembra di non avere mai uno scambio completo con nessun essere umano. Sono bella, lo vede (e si tira su il seno, ostentatamente, sorridendo seduttiva) e questo è sempre stato un dono e un problema. Mi vogliono e poi però non mi vogliono più. Lui, il mio compagno mi tiene con sé, viviamo insieme, ma non condividiamo tutto quello che io vorrei. Quella storia della musa… Ok, lasci perdere: non è quello il problema. E’ che ho domande complicate e da lui ottengo risposte semplici. Io sogno di avere risposte complicate, che mi costringano a pensare in profondità al mondo, a me stessa. Un po’ come quelle che lei non mi dà (e fa un broncetto malizioso, artefatto). Penso che il problema sia lì: le mie domande e le risposte che non ho. Sono sola davanti ai problemi, io con tutto il mondo di dubbi che ogni giorno ho. Ma lei potrebbe aiutarmi rispondendo ad alcune questioni capitali?
– Faccia un esempio
– Perché le cose buone fanno ingrassare? Perché gli uomini prima guardano le tette e poi gli occhi? Perché non sono la musa di nessuno? Perché non so decidermi a fare un figlio? Perché le mie amiche ogni tanto diventano mie nemiche? Perché non ho vinto neanche un premio internazionale come migliore attrice? Perché i romanzi d’amore mi piacciono più di quelli di spionaggio? Potrei continuare per ore, ma sono certa che lei non mi darebbe alcuna risposta. E neanche il mio compagno. E neanche l’amico-di-penna. In questo siete tutti uguali. E io sono sola con le mie domande. Eppure sono connessa a tutto il mondo, uso i social, ho tanti followers, molti adoranti fan… Dottore, però una risposta può darmela. Secondo lei, soffro o no di solitudine?
© GIUSEPPE DI PIAZZA 19 aprile 2020 – sul finire del “lockdown”