Questa breve intervista è stata pubblicata dal Corriere nel 2016 in occasione della mostra antologica di Giovanni Gastel, a Milano, curata da Germano Celant. Nel giro di un anno (tra il 2020 e il 2021) se ne sono andati entrambi, lasciando un vuoto nella cultura italiana. In me, la morte di Giovanni ha lasciato una voragine: ci eravamo conosciuti nell’87, entrambi all’inizio del nostro lavoro, ed era nata una grande amicizia rinnovata nel tempo e nel cambiamento delle cose, delle città, della vita. A lui devo moltissimo: come giornalista e come fotografo. Ripenso a certe nostre conversazioni nei pomeriggi del suo studio in via Tortona. Ai segreti confessati, ai sogni consegnati ognuno nelle mani dell’altro. La sua mancanza, oggi, non ammette per me rassegnazione.
di GIUSEPPE DI PIAZZA
“Ho dovuto riguardare tutte le mie foto, dagli inizi: ed è stato come rivedere la mia vita in un secondo. La stessa cosa che ripetono gli scampati agli incidenti, non le pare?”, dice sorridendo Giovanni Gastel sfogliando con l’indice le pagine dell’Ipad. E’ nel suo studio-factory di via Tortona e sta controllando il pdf del catalogo di 500 pagine firmato da Germano Celant, che illustrerà la mostra antologica sui suoi primi quarant’anni di carriera. Una mostra monstre, ricchissima di immagini, circa 250, che sarà possibile visitare a Milano (Palazzo della Ragione, dal 23 settembre al 15 novembre, allestimento di Piero Lissoni).
Gastel, se dovesse descriversi, direbbe che è figlio di una magnifica congiunzione: il Passato e la Moda. Due entità che hanno guidato il suo lavoro multiforme cominciato quasi contro la storia delle sua famiglia: i Gastel, imprenditori milanesi (profumi, cosmetici) e, per parte di madre, i Visconti di Modrone, che stanno a Milano come i Tudor stanno all’Inghilterra. Sua mamma, Nane, era sorella di Luchino Visconti, mentre la nonna, Carla Erba, discendeva dal fondatore dell’impero farmaceutico. Per un ragazzo con tali parentele, abbandonare a 19 anni la facoltà di Lettere e aprirsi uno studio fotografico è stato come scagliare uova alla prima della Scala. Suo padre gli tagliò i viveri, non prima di fargli due ultimi, gelidi regali: uno specchio e un pettine. “Dovrai fare fototessere, ti serviranno, no?”, gli disse congedandolo.
All’inizio scattò anche ritratti a pagamento, ma presto, nei primissimi Ottanta, Giovanni Gastel si iscrisse per merito al novero dei migliori giovani fotografi italiani. Molto lo deve alla sua agente di allora, Carla Ghiglieri, e a Flavio Lucchini, geniale fondatore di riviste (Moda, Mondo Uomo). Aprì il suo primo studio in un palazzo milanese che solo a ricordarlo gli dà buonumore. “Sta a un angolo di via Mascagni ed era di proprietà della marchesa Pia Barbò Fracassi di Belgiojoso d’Este. Uno di quei nomi che sarebbe piaciuto a Paolo Villaggio. Noi lavoravamo in cantina, dove i funghi spuntavano allegri…”.
La carriera di Gastel diventa travolgente e, dopo quarant’anni, ora sarà esposta a Palazzo della Ragione. Oltre alle foto selezionate da Celant, ci saranno una timeline degli avvenimenti più importanti di questi quattro decenni e una ventina di bacheche orizzontali, lunghe ognuno un paio di metri, dove Gastel racconta se stesso e la propria infinita famiglia attraverso memorabilia, giornali, foto d’epoca, copertine di periodici, oggetti. Il pezzo forte sono i servizi di moda, donne elegantissime, still life divertenti e inaspettati, realizzati fino ai primi Duemila con Polaroid giganti. “Da solo compravo più lastre dell’intera Svizzera”, racconta col suo consueto umorismo. “Però ho sperimentato ogni tecnica, e ora lavoro in digitale. Qual è il mio scopo? Rendere omaggio al bello, all’eleganza”. Celant, in modo sintetico, scrive invece che Gastel, da sempre, “redige qualcosa d’impalpabile che è un racconto di sé”. Un bel racconto, con donne seducenti, straordinarie immagini, molta allegria.
© GIUSEPPE DI PIAZZA 2016 / Corriere della Sera