Una donna sola con i suoi gatti, chiusa per quattordici settimane in una baita sui monti della Georgia, nel sud degli Stati Uniti. Vede solo due persone, che vanno caritatevolmente da lei di tanto in tanto: l’anziano padre e un agente letterario, forse per controllare che sia ancora in vita. La trovano di solito seduta davanti al suo computer; si nutre a stento, lavora anche sedici ore al giorno. Scrive. Scrive romanzi belli, eleganti e spaventosi che hanno venduto — a diciannove anni dall’esordio — 35 milioni di copie in 37 paesi. E li scrive infallibilmente in quelle quattordici settimane, forse un omaggio inconsapevole al numero 14 (in quel caso si trattava di giorni) che servivano a quel mostro geniale di Georges Simenon a finirne uno dei suoi.
Questa donna si chiama Karin Slaughter, ed è al momento la regina del thriller americano. I suoi occhi sono di un azzurro che ricorda più che il mare certe stalattiti: gelide, inscalfibili. I suoi modi sono cortesi e distanti, con improvvise fughe nell’umorismo come quando al giornalista che le chiedeva se avesse mai avuto a che fare con i tremendi crimini che descrive nei suoi libri, lei rispose seria: «Sì, una volta ad Atlanta mi rubarono il motorino, andai alla Polizia e dopo due ore lo ritrovarono. Fu quella la volta che mi avvicinai di più all’orrore».
Nata in un piccolo borgo della Georgia 49 anni fa, Karin ha due sorelle maggiori e ha lavorato dopo il college in un’agenzia di comunicazione da lei creata ad Atlanta, dove la sua famiglia — padre concessionario d’automobili — si trasferì sul finire degli anni Settanta. Quando lei era ancora alle elementari, la città fu scossa per due anni dalle gesta di un serial killer: uccise 28 persone, per lo più bambini, e la piccola Karin cominciò a nutrirsi di paura, instillata, subita. Fu quello il «clic» iniziale? Neanche lei, nelle tante interviste se n’è detta certa, ma quel che è sicuro è che poco dopo cominciò ad andare a scuola portando il pranzo preparato dalla sua mamma in un «lunch box», una «schiscetta» direbbero i milanesi, che aveva stampata sul coperchio di latta un’immagine di Marilyn Monroe sul tavolo dell’autopsia. Perché? Perché le piaceva, spiegò alla preside inorridita che convocò i genitori. Il padre difese i gusti della figlia davanti all’autorità scolastica e da quel momento conquistò per sempre — se ancora ce ne fosse stato bisogno — il cuore di quella bambina con gli occhi di stalattite.
L’agenzia di comunicazione durò poco, la piccola Karin divenuta adulta e bellissima, voleva solo scrivere romanzi. Li scrisse invano per sette anni finché un agente letterario la prese con sé e le fece pubblicare la sua opera prima. Da allora fu una galoppata nel successo. Nell’amata Georgia inventò la sua Vigata, a cui diede il nome di Grant County, un posto dove si muore e si viene torturati con una certa facilità. Nella County opera il suo primo personaggio, la coroner e pediatra Sara Linton, una donna che rimanda, per stessa ammissione dell’autrice, alle meravigliose incertezze esistenziali dell’agente Clarice Starling ne «Il silenzio degli innocenti». In tutto sei romanzi di enorme successo, seguiti dalla sua seconda serie, che ha come protagonista l’agente Will Trent, investigatore affetto da dislessia, per niente musco- lare e macho, ma di straordinaria intelligenza (altri undici titoli).
Nei suoi due romanzi più recenti (2019-20), Slaughter decide di far incontrare nell’indagine Trent e Linton, un po’ come hanno fatto Don Winslow e Michael Connelly, grandi estimatori di Karin, con i loro personaggi maschili. E in questi giorni, il 24 settembre, esce in Italia il secondo, «La moglie silenziosa» (Harper- Collins), che vedrà ancora una volta insieme Will Trent e Sara Linton.
Nelle pagine di Slaughter, quel che salta subito agli occhi non è la scrittura netta ed elegante, non è la trama che ti tiene legato dalla prima all’ultima pagina, ma la sua capacità quasi autoptica, fredda, di affrontare e descrivere la violenza inflitta agli esseri umani. Ha sempre detto che lei non intende nascondere niente di quanto d’efferato l’uomo è capace di fare a un suo simile, e di essere interessata a comprendere il perché di tanto male. «Non sono impaurita da come descrivo — ha detto in un’intervista a Contorni di Noir —, ma mi tocca sicuramente da vicino. É molto importante, nel descrivere la violenza, essere realistici, perché ho visto in altri casi che è stata trattata in maniera romantica o anche sessuale, come fosse appetibile o interessante. Invece si tratta di atti orribili, brutali». (Magari a molti sarà già noto, ma vale la pena di ricordare che Slaughter, in inglese, significa massacro).
© GIUSEPPE DI PIAZZA/Corriere della Sera 2020