di GIUSEPPE DI PIAZZA – 2018 –
Questo è il testo che ho scritto per Amore Criminale (Rai) nel 2018, in cui si narra dell’uccisione di Maria Tino, vittima di femminicidio. Il mio racconto, interpretato in tv da Veronica Pivetti, è dal punto di vista della vittima.
Sono io quel corpo riverso, da cui cola un rivolo scuro che sporca la panchina, la terra, le mie scarpe coi mezzi tacchi. Mi vedo dall’alto, immobile, donna senza più vita, o forse con gli ultimi istanti che fluiscono via, come quel rivolo che scende giù lento. C’è una mano gelida che vorrebbe trascinarmi lontano, afferrandomi per la pancia: è qui che ho accudito i miei figli, è qui che i languori, la paura e il dolore si sono concentrati da quando sono al mondo. Provo a resistere alla forza della mano che prima o poi mi porterà lontano da questo parco dove sta spegnendosi la mia vita. Però voglio guardarmi un attimo ancora, voglio assistere da qui, da questo luogo sospeso tra cielo e terra, al teatro nero che è la mia morte.
A pochi metri dal mio corpo riverso ci sono due bambini che guardano impietriti, il loro urlo è strozzato nelle gole. Un minuto fa giocavano a palla non lontano da noi. Li avevo notati con la coda dell’occhio mentre Massimo arrivava e mi puntava contro la pistola. Dopo il primo colpo, dopo la prima fitta, ho temuto che potesse fare del male anche a quei due cuccioli. Invece no, ha sparato una seconda volta e poi una terza, non contro di loro – contro di me – e io ho sentito che quei proiettili mi stavano mordendo il cuore, aprendo la pancia… Ho guardato daccapo i due bimbi, ma avevano perduto definizione: mi apparivano sfocati. I loro visi non li avevo notati bene. Erano visi di bambini. Ricordo che mentre cercavo di capire dove mi avesse raggiunto il terzo colpo, avevo stretto gli occhi come per rimettere a fuoco i loro lineamenti. Mi sono accorta solo allora che i loro volti mi erano familiari: sembravano quelli dei miei figli, i visi di Pietro e di Conny… Che tenerezza, e che dolore! Bruciava tutto, lì dentro di me. Ma la sensazione fisica non era abbastanza forte per sopraffare lo strazio che mi dava vedere i miei figli in quei piccoli corpi, lontani da me, mai più raggiungibili.
Dall’alto noto adesso che il mio carnefice, dopo aver esploso quei tre colpi, non è fuggito. E’ rimasto in piedi a fissare la mia fine, quasi commosso. C’è sempre autocompatimento negli assassini. Si fanno pena, vorrebbero la solidarietà del mondo. E’ il loro ultimo inganno. Per quanto mi riguarda, il mio primo lo subii da lui molto presto, poco più che adolescente. Io lo chiamavo amore, si sarebbe rivelato un inferno.
A diciott’anni si è inclini all’assoluto, ai pensieri che non hanno confini. Si vorrebbe per sé tutto, e non si è mai pronti al niente che spesso la vita ci riserva. Io a lui, a quei suoi occhi di brace, avrei dato tutto. Eravamo giovani, e lui mi parlava di futuro: amore, famiglia, vita insieme. Si chiamava Angelo Gabriele, e io pensavo fosse bello come l’arcangelo. Invece era un diavolo mentitore. Mi prometteva amore e mi taceva del suo vero futuro: alcol, scommesse, calci, pugni, tutte le botte che avrei preso, presto, molto presto, con quei due bimbi che erano dolci miniature nelle nostre vite, inutile scudo per quello che ai suoi occhi, occhi di brace dell’inferno, sarei diventata: carne da macello.
Era feroce e geloso, ubriaco e cattivo. Provò a uccidermi una, due, tre volte. L’ultima quasi ci riuscì. Io poco tempo prima l’avevo denunciato, per provare a tenerlo lontano da me. Non servì a nulla. Riusciva sempre a spargere la sua violenza nella mia vita, rendendomi oggetto debole tra le sue mani ruvide e sporche, sotto la sua lama acuminata con la quale quella sera mi trafisse.
Mi aveva aspettato in casa, mi aveva colto di sorpresa, colpendomi a mani nude e poi la lama dentro, una, due, tre, quattro… ventitré volte. Non so come non morii.
Guardandomi adesso dall’alto, riversa su quella panchina, con intorno la gente che comincia ad arrivare, capisco che non era quello il giorno scritto nel libro del destino. Dovevo solo aspettare: ci avrebbe pensato un altro uomo, non meno folle, non meno cattivo.
Fu inganno anche questa seconda volta. Ero sopravvissuta alle coltellate di mio marito, e stavo provando a ricominciare. Quando incontrai Massimo pensai fosse lui l’occasione della mia rinascita. Più grande di me, di buoni modi ma di carattere sbiadito… Nel giro di poco, la sua insicurezza si è trasformata in gelosia ossessiva. Diceva di amarmi e mi spiava, diceva di essere l’uomo della mia vita e mi seguiva come fossi una criminale… Qualche settimana fa ho provato a chiudere, gli ho detto che non ce la facevo a reggere i suoi fantasmi, che avevo i miei figli di cui occuparmi… Non ha voluto credermi, mi ha chiesto un ultimo incontro, un ultimo chiarimento. Al parco, in pubblico, ho detto io. Al parco, in pubblico, ha ripetuto lui. Non ha portato dei fiori per riconquistarmi, non ha chiesto scusa per la sua ossessione, per i suoi vaneggiamenti: non ha proprio detto niente. Quando mi ha visto ha estratto la pistola e mi ha sparato. Una, due, tre volte.
Vedo adesso il mio sangue colare sempre più lentamente. Sento la mano gelida tirarmi con maggiore energia lontano da qui. Non ho più la forza di resistere. Chiudo gli occhi. Rivedo i visi di Pietro e di Conny. Vorrei piangere. Invece volo via a ritroso, riesco a malapena a scorgere me stessa sempre più piccola su quella panchina, il mio carnefice in piedi, la gente accorrere come figurine urlanti. Ho vissuto da sola in un mondo di uomini assassini, dove nessuno ha mai davvero voluto proteggermi. Sono stata il loro sacrificio umano. Una vita a perdere. La mia.
© GIUSEPPE DI PIAZZA 2018