Gianrico Carofiglio: “Bari e le arti marziali. Ecco come sono diventato uno scrittore di noir”

di GIUSEPPE DI PIAZZA (2014)

Sul finire del secolo scorso c’erano alcune certezze: un western non si girava a Venezia e un romanzo non si ambientava a Bari. Poi apparve Gianrico Carofiglio. Per il western non cambiò molto, per Bari sì. Ecco come andò. “Una mattina di quindici anni fa ero in macchina, diretto in Procura. Mi fermai a un semaforo rosso sul lungomare”, racconta oggi all’ombra di un patio, distendendo per un attimo i suoi lineamenti da cacciatore di taglie. “Girai la testa e vidi il Teatro Margherita. Era chiuso da anni. Non so cosa mi successe, molti parlano dell’ispirazione, di momenti in cui le cose si formano una dietro l’altra… Scattò il verde e so soltanto che cominciai a fantasticare. Nella mente si compose in pochi minuti un’intera storia, la trama di un romanzo di formazione: un gruppo di ragazzi baresi che si intrufolava dentro gli edifici vuoti. Guardai quelle strade che stavo percorrendo per andare in Procura: capii d’un colpo che Bari sarebbe stata perfetta per ambientare un romanzo. Mi chiesi perché quasi non ce ne fossero. Provai a dare una risposta cominciando a scrivere. A settembre 2000 buttai giù le prime pagine di Testimone inconsapevole. A maggio 2001 lo finii”.

Nacque il quel modo, a un semaforo del centro, l’epopea dell’avvocato Guido Guerrieri e, conseguentemente, di Gianrico Carofiglio, ex magistrato, ex senatore, ex ragazzo introverso, oggi tra gli scrittori italiani di maggior successo (per la verità sempre un po’ introverso), autore di best seller tradotti in una trentina di lingue e venduti in quattro milioni e mezzo di copie. A 53 anni, Carofiglio è la dimostrazione di quanto l’Io categorico kantiano possa fare se si rivolge all’essere umano giusto. La sua crescita è stata volontà pura, e il suo successo quel coktail così poco italiano tra talento raffinato e disciplina marziale. Cose da americani, da Bary più che da Bari.

Gianrico Carofiglio (foto di Giuseppe Di Piazza). In alto: Carofiglio sul lungomare di Bari (foto di Giuseppe Di Piazza)

“Ero un sedicenne ai confini dell’asocialità”, racconta. “Capii che dovevo affrontare il problema e risolverlo. Mi procurai dei manuali su come diventare simpatici, come farsi degli amici”. Manuali? Carofiglio, sta scherzando? “Per niente: la mia mansarda è piena di manuali per imparare a fare qualunque cosa, anche il giocoliere (e indica tre palline, tre mazze e tre cerchi, che di lì a poco farà girare in aria). Comunque applicai le regole, e funzionò. Intanto praticavo il karate in una palestra al quartiere Libertà, diretta da Vito Simmi, che fu anche ct della Nazionale. La palestra era oltre il confine ideale della città sicura, compresa tra le strade murattiane. In quegli anni sognavo solo di diventare un campione sportivo”. La sua autodisciplina lo condusse nel giro di poco a vincere il titolo italiano a squadre per ben due volte: a 18 anni e a 21. Io categorico, talento e nient’altro. Il Sud non c’entra, Bari non c’entra. “I miei sono libri metropolitani, non troppo caratterizzati”, dice. Poi si tuffa in piscina e nuota, battendo un ottimo stile libero. E’ in perfetta forma, fa quasi rabbia. In piedi dove si tocca, accenna, in una sorta di dialogo con se stesso, alcuni esercizi che per movenze ricordano il Tai-Chi. La sua autodisciplina fisica comprende i pesi, la panca, il sacco da boxe che pende dal soffitto del patio, vicino a dove siamo seduti. Un sacco giallo, maltrattato, con accanto mezzi guanti da allenamento.

Nei suoi romanzi non ci sono giudizi taglienti su Bari. C’è semplicemente la città come quinta teatrale, come sfondo – umano, architettonico – per quel che accade ai suoi personaggi pieni di sensibilità, di insicurezze. Non c’è amore e neanche livore. “Sarà perché sono devoto ad Adorno. La forma più alta di moralità è il non sentirsi mai a casa, ha scritto il filosofo di Francoforte. Si riferiva all’attitudine che alcuni hanno di diventare schiavi delle certezze. Un errore che si può compiere anche indagando. Un buon investigatore non deve sentirsi comodo, a casa, seguendo solo la pista che lo convince di più. Non deve innamorarsi  di una tesi investigativa, anche se credibile, per il semplice motivo che rischia di trascurare le altre. Il mio ultimo romanzo è ambientato nel 1989 (titolo: Una mutevole verità, Einaudi) e ha come protagonista un maresciallo dei carabinieri piemontese con un cognome impegnativo, Fenoglio, trasferito dall’Arma a Bari. Fenoglio fa indagini vecchio stile, e ha davanti una comodissima soluzione per il suo caso. Invece lui non si sente a casa e non si fida della prima verità”.

Ma che cos’è Bari, nel profondo di questo scrittore? Un’amica o una nemica? Una non-casa o un accogliente set? Nel suo Né qui né altrove, edito da Laterza, scrive che “sulla conformazione della città murattiana una volta ho letto una cosa che mi è piaciuta molto”. E’ di un francese di fine Ottocento, Paul Bourget: “La trovo attraente questa città nuova, con le sue vie larghe ad angoli retti, che consentono di vedere sempre in fondo ad esse il mare, come a Torino si vedono le Alpi”. Carofiglio è un tipo da piaceri ortogonali, come il maresciallo Gioacchino Murat, vicerè del Regno di Napoli, che disegnò quei quartieri con ascisse e ordinate. Facile orientarsi, com’è facile e godibile leggere Carofiglio.

Adesso siamo davanti a una gelateria di Torre a Mare, pochi chilometri dal centro di Bari, poche centinaia di metri dalla villa con patio che è il rifugio originario di Carofiglio, il luogo dove 14 anni fa, nella mansarda dei manuali, ha scritto il suo primo romanzo.

“Prima di cominciare Testimone inconsapevole”, dice,a chi m’avesse chiesto qual era il mio desiderio avrei risposto che sognavo di scrivere un solo libro. Un romanzo che m’avrebbe fatto piacere che venisse letto da un po’ di persone a cui tenevo…”. Quattro milioni e mezzo di persone? (Sorride) “Infatti sono molto grato alla vita per quanto mi è accaduto. Ma non sono appagato”.

Carofiglio è ghiotto di un gelato che fanno qui, a Torre a Mare. Ne ordiniamo due e passeggiamo guardando il piccolo porto. Ha ragione: questo pistacchio ha qualità divine. Il senso di Sud che si respira a Bari è molto diverso da quello che si può cogliere nelle strade di Napoli, di Palermo. E’ come se la questione meridionale, in questa riva adriatica, si alleggerisse diventando improvvisamente flou, fatta di delicatezze più che di problemi. “In Una mutevole verità ho voluto dare proprio un senso di sfocatura della città”, dice Carofiglio. “Solo nelle ultime pagine, quando la storia accelera verso l’epilogo, tutti i dettagli trovano definizione: tutto va a fuoco”. Quanto ama la sua città e quanto ne è amato? “Io adesso sono amico di Bari e credo che Bari lo sia di me. L’italianista Mario Sansone, che qui insegnava letteratura, ha scritto: Bari è senza ironia e senza malinconia. Io invece credo che Bari sia in equilibrio tra non più e non ancora“.

Ci sono comunque luoghi, in questa città equidistante tra più e ancora, che danno coordinate geografiche a ogni suo romanzo. Niente di invadente. Pezzi di urbanistica, ritagli di strade, dalla Bari Vecchia alle periferie incolori. Andiamo a vederli? “Certo”.

Gianrico Carofiglio guida piano la sua piccola Fiat lungo via Giovanni Gentile, una provinciale che da Torre a Mare porta in centro. Dodici chilometri, percorsi con cautela. Quest’uomo non eccede, non mostra mai d’aver fretta né frenesie. Ha intensità e pensieri calmi. Mentre guida sembra riflettere anche sul passaggio dalla seconda alla terza marcia, apprezzandone l’innesto. Se non sapessi che ha vissuto cinque anni sotto scorta, che ha passione civica e politica, sembrerebbe di stare in giro per Goa con un monaco buddista.

Siamo tornati in città, nei luoghi dove ha ambientato le vite dei personaggi. Cominciamo dall’avvocato. “La casa di Guido Guerrieri è vicino al teatro Petruzzelli, in pieno centro. Il suo primo studio è sulla parte opposta di via Putignani, sempre quartiere murattiano. Il secondo studio è invece nella città vecchia, in piazza Mercantile. Anch’io ho avuto lì un piccolo appartamento. L’avevo preso per scrivere tranquillo, invece guardavo il mare, mi incantavo, e non scrivevo una parola. Dopo qualche mese l’ho lasciato”

L’avvocato Guerrieri frequenta una libreria notturna e l’Osteria del Caffellatte: entrambe sono idealmente in via Abate Gimma, sempre in centro. Mentre la palestra di pugilato è collocata al quartiere Libertà, dove c’è in realtà quella di karate dove il sedicenne Gianrico s’è fatto valere. Chiacchierando di quegli anni mi fa capire che ancora oggi non ha paura dello scontro fisico: è cresciuto così. La conferma – per chi la volesse – è nelle pagine de Il bordo vertiginoso della cose (Rizzoli), in cui racconta del ritorno a Bari di un uomo tormentato, alter ego provvisorio dello scrittore, che nelle notti di cuore nero progetta risse con cazzotti e calci volanti concluse sempre da spietate autoanalisi.

“In Ragionevoli dubbi la mia città sembra invece diventare Tangeri”, dice Carofiglio. “E’ il melting pot attuale: quello che ho descritto l’ho preso dal quartiere Madonnella, dove c’è la sede della Rai”.

E Nadia? Qual è l’indirizzo del suo locale nelle Perfezioni provvisorie? “L’ho immaginato a Fesca San Girolamo, vicino alla Fiera del Levante. Una periferia di quelle che piacciono a me, veri e propri non-luoghi. Andiamoci”. Parcheggiamo lungo una strada che porta a un mercato che a prima vista sembra abbandonato. Intorno strade deserte. Carofiglio si inoltra in una traversa quasi ostruita dall’immondizia. “Ecco, facciamo le foto qui”. Perché? “E’ qui che ho immaginato il locale di Nadia, nel palazzo qui accanto”. Ma perché ha scelto un luogo così brutto? “Nel degrado trovo qualcosa di unico”.

Però Bari adesso è in movimento, non  sembra per niente una città da degrado meridionale. “E’ tutta la Puglia che si sta muovendo, e non solo il turismo”, dice Carofiglio, indicando ora la bellezza di lungomare Nazario Sauro. “C’è una vera new wave regionale. Un risveglio politico, culturale, artistico”. A che cosa è dovuto? A Niki Vendola? “Anche, ma è un insieme di fattori. Pensi a quanti film vengono adesso ambientati in Puglia. Questo si deve a scelte politiche, certamente, ma anche alla ottima attività della Film Commission. Per darle un’idea, qui sono venuti a girare anche alcune produzioni indiane”. Guardo il lungomare dietro Carofiglio, disteso con eleganza nella luce del tardo pomeriggio. Hanno ragione, gli indiani. Barywood è meglio di Bollywood.

© GIUSEPPE DI PIAZZA 2014 / Corriere della Sera