La scomparsa di Giulia Afan de Rivera e il giallo della distruzione dell’impero Florio: fu delitto o suicidio?

Nel 1989 moriva a Roma l’ultima figlia di Ignazio e Franca Florio, sposata con il marchese Afan de Rivera. per Il Messaggero scrissi questa ricostruzione di un giallo che divide ancora: chi portò alla rovina il più grande impero del Sud dopo la Belle Epoque?

di GIUSEPPE DI PIAZZA – 1989 per Il Messaggero –

Chi ha ucciso i Florio? Chi ha fatto scomparire, nel volgere di un secolo, la più grande (forse l’unica) famiglia di grandi borghesi siciliani? Due sono le ipotesi: la prima, il delitto perfetto; la seconda, la furiosa autodistruzione.

Loro, i Florio, non hanno più tesi da sostenere per il semplice motivo che recentemente si sono estinti, e i morti – si sa – non sostengono alcuna tesi. Ma se di delitto si è trattato, l’assassino è lungi dall’essere scoperto e punito. Se invece è stato un suicidio, bisogna capire perché mai una famiglia ritenuta ricca e potente al pari, per intendersi, dei Rothschild, abbia deciso di distruggersi, mandandosi in rovina per poi scomparire.

L’ultima della dinastia ad andarsene, nel silenzio di un pomeriggio romano senza pioggia, sul finire di gennaio, è stata Giulia Florio, 80 anni, detta Giugiù, sposata con il marchese Achille Belloso Afan de Rivera Costaguti, nobiltà d’antico lignaggio prima spagnolo, poi partenopeo e infine romano. Donna Giulia era la figlia più piccola di Ignazio e Franca Florio, la coppia più celebre della belle epoque siciliana. Venne a Roma con papà e manna nell’autunno del 1924, giusto in tempo per non veder franare nell’amata Palermo l’impero di famiglia che già scricchiolava da due decenni, sonoramente.

Nella Capitale, Giulia trovò amore e lavoro. E al riparo dai moti della nostalgia e del rimpianto, visse per 50 anni al fianco del marchese Achille nello stupendo palazzo Costaguti in piazza Mattei, nel Ghetto.

Lei, assicurano i cinque figli, non si lamentò mai delle fortune perse. Non puntó mai il dito contro i responsabili. Forse, non capì mai se i Florio, la sua ricchissima famiglia, fossero stati uccisi o si fossero suicidati.

Eppure, per un omicidio il movente ci sarebbe, eccome. Basti pensare che i beni di casa Florio esattamente un secolo fa, consistevano in un centinaio di piroscafi, diverse industrie, tonnare, stabilimenti per mettere il tonno in scatola, fonderie, case enologiche per la produzione del Marsala, un arcipelago (le Egadi), innumerevoli partecipazioni bancarie, ville, palazzi e gioielli da far invidia alla zarina, cara amica di famiglia.

Dice oggi don Ascanio, capitano di vascello, figlio maggiore del marchese Afan de Rivera Costaguti: “Omicidio? E’ possibile, il governo italiano, agli inizi del Novecento, dovette scegliere tra dedicare le risorse al Nord o dedicarle al Sud. Decise per il Nord, e nel Meridione lo sviluppo si fermò. Che il governo avesse scelto, pochi se ne resero conto, sicuramente non i Florio. E così per loro non restò che il fallimento”.

Più duro è Cecé Paladino, un uomo di 56 anni, alto, forte, tanto forte che il regista Damiano Damiani, dovendo parlare di lui, lo descrisse con “un Odisseo, il titanico Cecé”. Lui è un altro dei pochi discendenti dei Florio.

Vive a Palerno, nella villa a mare dell’Arenella, sola sopravvissuta al pauroso crack degli anni Venti. Dice: “Era una città, la nostra, che agli inizi del secolo aveva un senso: dava e riceveva. La famiglia di mio nonno era stata volano della borghesia. Aveva cioè creato una classe. Poi questa nuova classe venne assassinata. Vuol sapere come si chiama l’assassino? Si chiama Nord. Si chiama governo Giolitti. A quel tempo serviva decidere: o cresce il Nord o cresce il Sud. E i governanti sabaudi si posero questa domanda: è meglio che mio figlio faccia l’operaio o è meglio che faccia il dirigente? La risposta fu ovvia, e gli operai li presero al Sud, pagandoli due soldi. Ma prima si doveva eliminare la classe dirigente del Sud. Così cominciò la rovina di casa Florio”.

Casa illustre, la Florio, che si piccava d’avere tra i suoi ospiti abituali il kaiser di Germania, la dinastia inglese, i regnanti olandesi e i Savoia. Le foto che ritraggono il kaiser a Palermo, a passeggio su di una carrozza di casa Florio, adornano i muri dell’albergo Villa Igiea, intitolata da Ignazio Florio a sua figlia Igiea, sorella maggiore della marchesa Giulia, sposata Salviati e morta nel ’74. Chi frequenta Palermo sa che Villa Igiea è un albergo, forse il più affascinante della città. Al suo interno nasconde la celebre “sala Basile”, un tesoro del liberty europeo. Era infatti floreale la visione che Ignazio e Franca Florio avevano della vita. Rose e fiori, si direbbe quasi. Spendere e spandere, dilapidare, regalare, esibire. Verbi mai detti, ma gridati con i fatti soprattutto da don Ignazio, ultimo capofamiglia, uno degli uomini più ricchi d’inizio secolo, morto con trecentomila lire in tasca nel 1950, nella casa romana dove la figlia Igiea lo ospitava. Un uomo che spese tutto quel che aveva, e aveva tanto che lui stesso non sapeva quanto.

Fu, in altre parole, la forsennata autodistruzione di un imprenditore. Una catena di follie che porta dritti dritti alla seconda tesi: il suicidio economico.

Dice la nipote, donna Clotilde Afan de Rivera Costaguti, alta e bella come la nonna Franca Florio: “La rovina di famiglia potrebbe essere dovuta semplicemente all’incapacità del nonno di gestire il patrimonio. Perché? Forse perché si era rassegnato all’idea di non aver avuto un erede maschio (l’unico, Ignazio, detto Baby Boy, morì a 8 anni nel 1903, ndr.)”. Neanche il fratello di don Ignazio, Vincenzo, inventore della Targa Florio, ebbe figli maschi. Per l’esattezza, di figli non ne ebbe proprio. Passava il tempo a progettare percorsi di gara, oppure a dipingere paesaggi montagnosi siciliani attraversati da bolidi, oppure a far satira (nel ventennio) di gerarchi e gerarchetti. Negli ultimi anni scriveva al fratello, trasferitosi a Roma, affrancando le lettere con imitazioni a tempera di francobolli (“Arrivavano regolarmente, era un pittore bravissimo” dicono i nipoti).

L’ultimo grande impegno di don Vincenzo furono le mongolfiere. Ne costruiva di grandissime, con tutti i nipoti e gli amici sulla spianata a mare davanti alla villa dell’Arenella. “Poi le facevano partire” ricorda donna Clotilde. “Dove andavano? In alto, vuote, senza senso. Ma erano bellissime”. Questa signora dagli occhi chiari e grandi tagliati dritti ha pudore nel confessare che lei è l’unica, per taglia, a poter indossare gli abiti della nonna. Le stanno perfettamente. Anche quello con cui Franca Florio fu ritratta da Boldini, e che ora si trova alla Galleria del costume di Firenze. E’ un abito fourreau nero, che lascia intravedere sotto i ricami la seta bianca. La scollatura è da capogiro, ma la caviglia (come si doveva) resta coperta. Eppure, in un carboncino di Boldini conservato a palazzo Costaguti, le gambe di donna Franca Florio sono ritratte nella loro statuaria perfezione. Scrisse Renato Guttuso, nel marzo dell’86: “Nell’epoca in cui i giovanotti spiavano le signore scendere dalle carrozze per vedere il lampo di una caviglia, la donna più famosa ed elegante del tempo sollevava sottane e sottovesti, e scopriva le sue gambe inguainate in calze, nere, fino a metà della coscia…”. Boldini firma il disegno, mette la data (10 novembre, del ‘900) e aggiunge: “Giornata memorabile”.

Di memorabile, i Florio, hanno lasciato tutto. E sono andati via, in un lampo. La loro storia comincia ai primi dell’800, con l’arrivo a Palermo di un mercante proveniente da Bagnara Calabra, Paolo Florio. Muore subito. Lascia un figlio piccolo, Vincenzo, e una vedova. Il bambino diventa adulto e rileva la bottega di spezie in Via dei Materassai. Poi compra un battello. E nel giro di trent’anni di navi ne ha una flotta. Acquista tonnare, ha l’appalto del servizio postale tra il Continente e la Sicilia. Prima con i Borboni e poi con lo Stato italiano.

Dello Stato favorisce la nascita. Garibaldi, prima di morire, lo ringrazierà “per le gentilezze prodigate ai fratelli di armi”. Poi gli subentra il figlio Ignazio, che porta l’impero economico al massimo splendore, compiendo la fusione con gli armatori Rubattino di Genova. Ignazio sposa pure una nobile, Giovanna d’Ondes Trigona, vincendo così le residue resistenze dell’aristocrazia siciliana nei confronti dell’ascesa dei Florio. Mette al mondo due figli maschi – Ignazio e Vincenzo – e una femmina, Giulia. I due fratelli guidano la famiglia fino alla totale distruzione, vinti dai debiti verso la Banca Commerciale. Muoiono il primo nel 1950, il secondo nove anni dopo.

L’inchiesta, mai aperta, sarebbe di quelle delicate: omicidio o suicidio?

© GIUSEPPE DI PIAZZA 1989 / Il Messaggero