Il 10 febbraio del 1986 si apriva a Palermo il maxiprocesso alla mafia: 475 imputati, l’istruttoria firmata da Falcone e Borsellino. Fu il primo grande atto di guerra dello Stato contro la mafia. Quel giorno ero inviato di Reporter, un bellissimo quotidiano diretto da Enrico Deaglio. Feci la cronaca della prima udienza e questa lunga intervista a Cecè Paladino Florio, uno degli ultimi discendenti della grande casata imprenditoriale siciliana.
di GIUSEPPE DI PIAZZA – per Reporter 1986 –
PALERMO – A un certo punto Cecè mi dice: «Siamo fantasmi». E fissa la Gauloise che ha tra le dita. «Anime perse che aspettiamo di scomparire». Ha lo sguardo di fuoco, quest’uomo alto, grande, con una barba scura che sarebbe poi quella dei personaggi di Velasquez, impettiti e furbi, con il pizzo pronunciato e i baffi che vanno a destra e a sinistra, all’insù. Parla seduto accanto a sua moglie, una donna minuta dai lunghissimi capelli biondi e gli occhi blu profondi. Si chiama Silvia, e da sempre la chiamano
Silvana: «Ai miei tempi, quando eravamo giovani», dice sotto lo sguardo affettuoso di suo figlio Alexey, diciannovenne dell’85 «ero considerata quasi una puttana. Feci l’amore con Cecè prima di sposarlo. Lo dissi in famiglia, alla mia educatrice svizzera e agli altri. Per noi era normale la libertà». Continua il racconto Silvana, intercalando esclamazioni in francese e in dialetto siciliano. Cecè, va, viene, parla con i dieci amici che animano gli angoli di questo straordinario salotto palermitano. E’ mattina, fuori prima pioveva e ora c’è il sole. Il mare, che si vede da ogni finestra di questa villa, che era una delle più belle della Sicilia, appare fino all’orizzonte, partendo da destra, cioè dal porto e dai cantieri navali.
Siamo all’Arenella, ospiti in casa Florio. Cecè, 53 anni, che Damiano Damiani descrisse «come un Odisseo, il titanico Cecè», è uno degli ultimi eredi della più grande famiglia borghese che Palermo abbia mai avuto: per intenderci, la Targa Florio, le tonnare Florio, il marsala Florio, le fonderie Florio, gli stabilimenti Florio. Un’epopea morta e sepolta, che vive nei ricordi di questa coppia e nelle stanze infinite di questa villa. Una borghesia che è morta e loro “ultimi fantasmi” che non hanno trovato pace. “Abbiamo vissuto in Etiopia, in Somalia e poi dodici anni in Madagascar”, racconta Cecè. «Avevamo una capanna a Nosy-be, che in malgascio vuol dire isola grande, una perla nell’Oceano Indiano. I nostri figli sono andati a scuola lì, unici bianchi nelle classi nere. Scuola pubblica. Mentre a noi toccava di lavorare, ricostruendo quello che la decolonizzazione ci aveva portato via. Raccoglievamo oloturie, sai le minchie di mare, le lavoravamo e le esportavamo a Hong-Kong, dove vengono ritenute altamente afrodisiache. Così potemmo comprarci le prime barche…”.
Alla fine, nell’81, prima di venir via, Cecè, nipote del commendatore Vincenzo Florio, era il più grande armatore del Madagascar: una ventina di barche sopra i venti metri e decine di piloti. «Ma tornavamo sempre a Palermo, a turno». Tornavano alla memoria, ripercorrevano i ricordi. Venivano qui all’Arenella, cinque chilometri dall’aula bunker, e pensavano all’Africa, e a Palermo «la felicissima», quella dei loro nonni.

«Ora potrebbe anche morire, ‘sta città. E se scomparisse», immagina Cecè, «sai che cosa verrebbe a mancare al mondo? Niente. Assolutamente niente. Nessun rimpianto per questa Palermo. Certo, succederebbe qualcosa a Roma: cadrebbe il governo. Perché? Ma perché non ci sarebbero più i soldi della mafia, e quei cinque o sei del terzo livello non potrebbero più garantire il loro appoggio al governo di Roma».
Cecè parla del passato. «Era una città, la nostra, che all’inizio del secolo aveva un senso: dava e riceveva. La famiglia di mio nonno era stata il volano della borghesia. Aveva creato una classe, cioè. Poi, questa nuova classe venne assassinata. Sì, uccisa. Perché la borghesia a Palermo non è morta di morte naturale, ma di omicidio. Vuoi sapere come si chiama l’assassino? Si chiama Nord. Si chiama governo Giolitti. Si chiama sviluppo delle aree settentrionali. A quel tempo, serviva a decidere: o cresce il Nord o cresce il Sud. E i governanti sabaudi si posero questa do-manda: è meglio che mio figlio faccia l’operaio o è meglio che faccia il dirigente? La risposta fu ovvia, e gli operari li presero al Sud, pagandoli due lire. Ma prima si doveva eliminare la classe dirigente del Sud. Così cominciò la rovina di casa Florio».
Casa illustre la Florio, che si piccava d’avere tra i suoi ospiti abituali il kaiser di Germania, la dinastia inglese, i regnanti olandesi e, beffa tra le beffe, anche i Savoia. Le foto che ritraggono il kaiser a Palermo, a passeggio sulla carrozza di casa Florio, adornano i muri dell’albergo Villa Igiea, intitolato da Ignazio Florio a sua figlia Igiea bambina ai primi del ‘900, bisognosa dell’aria di mare.
Continua Cecè: «Dopo l’assassinio della borghesia palermitana, nessuno prese il suo posto. Lo Stato del Nord avrebbe dovuto prenderlo. E invece, no. In questo modo il potere fu della mafia, vecchi saggi che vegliavano sulla nostra sicurezza e che punivano i crimini. Ora non c’è più neanche questo. La società è allo sbando, e i nuovi ricchi vivono di ignoranza e ostentazione».
E lei, Cecè, che cosa pensa di questa mafia? I giudici di Palermo hanno detto che il quartiere dell’Arenella era dominato dalla famiglia Fidanzati, trafficanti di stupefacenti, accusati di molti misfatti…
«Ti racconto di quando la polizia, qualche tempo fa, venne e mi domandò se conoscevo Gaetano Fidanzati. Risposi di sì. Ma non per questo mi possono accusare di mafia. Siamo cresciuti insieme, io e Tanino (Fidanzati). Pescavamo insieme facevamo a cazzotti da ragazzini.
Ora se entro in un bar e sento che da un angolo qualcuno dice «per Cecè è tutto pagato», e se questo qualcuno è Gaetano Fidanzati, io mi volto e lo vado a salutare, come vecchi amici, compagni di gioco… e io sono mafioso? Dimmelo tu».
Silvana racconta del Madagascar e di Palermo, mescolando i ricordi e i giudizi: «Comunque, qualcosa accomuna i siciliani ai malgasci: la loro isolanità e il rispetto per i vecchi. Ora, anche la corruzione, che qui da noi ha raggiunto livelli africani».
Parla del processo: “Lo sanno tutti che è un bluff, che non hanno prove. Sì, è vero, ci sono le delazioni di quello lì, come si chiama?, Buscetta. Ma si sa anche che quello li è un cocainomane… e si dovrà vedere se quel che ha detto è vero». Ma è un processo, dicono i giudici, a un pezzo di mafia militare. Non è un processo «politico». Non vi sembra che sia già importante che sia cominciato un primo processo alla mafia? Cecè: «I giudici per mestiere devono fare i processi. E io non devo applaudire uno che fa il suo mestiere. E’ un po’ come i politici: non deve essere un vanto che quel politico là non ruba. I politici non devono rubare punto e basta. Il loro mestiere è di non rubare. Quindi nessun applauso per uno che non ruba: altro non fa che, come tutta la gente del mondo, il proprio mestiere».
Ma non vi sembra che finalmente qualcosa stia cambiando? Che lo Stato abbia ricominciato a fare il suo mestiere? Cecè: «Si è solo rafforzato lo stato piemontese, siamo tornati al 1870. Oppure: i partner della mafia si sono scocciati di questa mafia, dei Salvo, dei Ciancimino, e hanno deciso di cambiare partner. E poi finiamola con questa storia del processo alla mafia militare: per ogni killer in galera, a Palermo ne nascono due nuovi».
Insomma, che speranze ha questa città? «Per ora nessuna. Forse tra tre generazioni, quando i nuovi ricchi, i macellai con i miliardi, cominceranno ad avere un po’ di cultura, qualcosa cambierà».
Intanto Cecè, Silvana, Chico e Alexey si preparano a trasferirsi lontano: «Andremo in Costarica a vivere, ma qualcuno di noi quattro, a turno, tornerà a Palermo». E se Palermo, nel frattempo, scomparisse?
© GIUSEPPE DI PIAZZA 1986 / Reporter