di GIUSEPPE DI PIAZZA
Eravamo niente più che ragazzi, armati di poco. Davanti a noi, tra il 1980 e il 1984, andò in scena la morte di una città o, come fu scritto, della speranza di chi la abitava. Noi tre, Mario Azzolini, Nicola Lombardozzi e io, guidati da Antonio Calabrò, da poco non-più-ragazzo e già però molto esperto di quel teatro letale chiamato Palermo, eravamo i giornalisti di Tele L’Ora, il tentativo nobile di dare un’altra voce a quella città umiliata dal calcagno mafioso. Eravamo giovani, sì, ma lavoravamo sotto l’ala del grande giornale, quello di Vittorio Nisticò e Nicola Cattedra, di Etrio Fidora e di Mario Farinella, di Giuliana Saladino e Aldo Costa. Con loro al piano di sotto, ci sentivamo altro che ragazzi: eravamo l’avanguardia hi-tech della lotta che insieme si combatteva. Una televisione privata voluta dal partito comunista, presieduta da un imprenditore d’impronta liberale, Mimì La Cavera, e guidata da dirigenti appassionati che molto sapevano di quella vita assurda a cui Palermo era costretta.
Antonio Calabrò, il direttore, all’inizio del 1981 ci chiamò a partecipare a quel tentativo: fare un telegiornale integrato con la redazione del quotidiano e, intanto, raccontare per immagini la mattanza mafiosa, il disarmo dello Stato. E poi la politica, le malefatte delle amministrazioni. A me – che a ventidue anni ero un “biondino”, cioè un aspirante giornalista, e seguivo in cronaca la scuola – la televisione mi parve un sogno. Così, nel giro di nulla, mi trovai catapultato in onda come secondo conduttore di un Tg che divenne presto un punto di riferimento per la città.
La struttura del telegiornale era decisamente innovativa. Non c’erano mezzibusti, non c’erano veline né tantomeno gobbi (chi se li poteva permettere?). Però c’erano troupe che tutto il giorno, senza orario, erano in giro con noi a raccontare la vita e la morte nella Palermo della guerra di mafia. Un operatore, un fonico, e quando serviva un addetto alle luci. Microfoni di ottima qualità e videocamere che sembravano trumeau, come usava al tempo. Nastri Ampex che incidevano la spericolatezza dei nostri servizi, le voci urlanti del dolore, le luci incupite dei bassi della città ferita, ma anche la gioia dei poliziotti che caricavano su un cellulare i rari mafiosi che allora venivano presi. Era più che altro una videogallery orrorifica. E poi la cronaca politica, le riprese del consiglio comunale, i volti della complicità, le risa scomposte in luogo del lutto.
Tutte queste immagini erano il “tappeto” su cui camminava due volte al giorno il nostro Tg. La più grande innovazione fu girarlo nello stanzone della cronaca de L’Ora. La scaletta che preparavamo era nelle mani del conduttore che alle 14 annunciava i titoli, presentava la prima notizia e poi si avvicinava alla scrivania dove il collega che aveva scritto l’articolo per il giornale dava i dettagli, come fosse una breve intervista, parlando sulle immagini. Quindi si passava al titolo successivo e al cronista successivo. L’effetto era di grande vivacità, niente di statico o di “ufficiale”: ma soltanto vita pulsante; per la verità, più spesso morte pulsante.
Eravamo ragazzi e lo erano anche gli operatori e le segretarie di redazione, poco più che diciottenni. Rosaria e Loredana, le ricordo bene. I loro primi passi in un mondo feroce che maneggiavamo con l’energia, sovente spensierata, dei ragazzi. Era un’avventura a cui tutti partecipavamo. La sera che le prime due troupe erano già su due diversi omicidi, e ne avvenne un terzo, fu proprio la piccola Rosaria a caricarsi una telecamera gigante in spalla e a girare il servizio. Sui luoghi, ovunque fossero, anche sull’Etna, si andava con l’unica vettura di servizio, una Skoda quattro sportelli che sfiorava, lanciata, gli 80 all’ora. Non ne avevo mai vista una prima d’allora e non ne vidi più per anni; costava poco, comunque camminava.
All’inizio dell’84 io mi trasferii a Roma, Tele L’Ora continuò ancora per qualche mese. Conserverò per sempre, tra mille, il ricordo di un servizio a Borgo Nuovo. Era mattina, notammo una partita di calcio tra bambini, su uno sterrato. Ci sembrò che la palla fosse sgonfia. Ci avvicinammo: era un topo morto, lungo una ventina di centimetri. I bambini furono felici di farci vedere come palleggiavano. Qui Palermo, primavera 1982. In diretta su Tele L’Ora.
Per il libro “L’Ora – Edizione straordinaria – Il romanzo di un giornale raccontato dai suoi cronisti” 2019