di GIUSEPPE DI PIAZZA
La Corral de Tierra road si allungava sotto le Pirelli Diablo come un crotalo che mostra al sole le sue scaglie assassine. Un dritto di mezzo miglio e poi una curva morbida, un’ansa che era miele sulla lingua del 1200 centimetri cubici testastretta che muoveva me, e la carrozzeria spaziale della Multistrada, verso Monterey, California. Una cinquantina di chilometri in tutto nella valley, niente coast to coast, ma da sogno a sogno sì. Era il luglio del 2010 e la nuova MTS, che sostituiva il modello uscito agli inizi dei Duemila, apriva un discorso inaspettato tra me e la moto. Non avevo mai guidato niente di simile, e dire che sto sulle due ruote da quasi quarant’anni: assetto variabile, tre mappature che potevo scegliere a seconda del percorso, la docilità di un felino sexy unita alla sua feroce agilità. La 1200 che guidavo era bianca, e mi era stata prestata da una donna con gli occhi verdi per tornare da Laguna Seca, dove avevo visto Stoner divorare il Cavatappi, all’albergo di Monterey che si affacciava sul Pacifico che lì è patria di foche, leoni marini e ducatisti.
Stop.
Ecco la parola: ducatisti. Un modo di essere-vivere-parlare-viaggiare-amare. Molte moto si usano, la Ducati si ama. Un amore che è romantico, duro da sopportare, una passione che ricorda quella che riserviamo alle donne che fanno la nostra vita degna d’essere vissuta. E non importa che sia un vecchio Moster 620 o l’ultima Panigale nata per raggiungere pianeti nuovi. Le rosse sono una religione d’amore assoluto, e i maestri tantrici, a noi che cavalchiamo il desmotronico, ci sembrano dei dilettanti.
Riprendiamo da quella curva dove ci eravamo lasciati.

La Mts 1200 aggrediva l’asfalto pettinato che si snodava quieto, miglio dopo miglio, dandomi quella sensazione di controllo perfetto che qualche volta nella vita meritiamo tutti di provare. Era pomeriggio, la giornata di test sul circuito di Laguna era finita e io tornavo a quel lungoceano che durante il giorno si era riempito di ducatisti americani. Succede tutti gli anni, a metà luglio, in coincidenza col MotoGP. Un gigantesco raduno organizzato dai motoclub americani: migliaia di Ducati parcheggiate una accanto all’altra lungo i quasi due chilometri di Cannery Row, per l’occasione chiusa al traffico. Ci sono anche Triumph, un po’ di Harley, qualche timido hondista… Ma gli occhi, statene certi, sono tutti per le rosse di Borgo Panigale. Negli Stati Uniti ci sono le Harley e le Ducati. Due grandi famiglie che hanno poco in comune. La prima è composta da pachidermi metallici figli della cultura del grande nord, quella Milwaukee che è terra di scandinavi americanizzati: motori enormi, fazzoletti annodati, bandane, mustacchi che pendono come insegne barbare; la seconda, noi ducatisti lo sappiamo dalla nascita com’è: è una famiglia che racchiude in sé la snella aggressività del felino, il morso che ognuno di noi vuole dare alla vita, lo stile italiano, condito da quel pizzico di “cool” che ogni americano, o forse ogni essere umano, sogna di avere.
Ricordo un adesivo lungo un metro e mezzo che stava sul paraurti posteriori dell’Alfa che qualche anno fa guidava Lapo Elkann. Me lo mostrò, giustamente fiero: “La vita è troppo breve per non guidare italiano”. Lui si riferiva alla propria famiglia, il gruppo Fiat, io invece la presi in modo più ecumenico, e – sorridendogli – rivolsi un pensiero commosso ai fratelli Adriano, Bruno e Marcello Cavalieri Ducati che, nel luglio del 1926, fondarono a Bologna la “Società Scientifica Radio Brevetti Ducati”. La storia di questa azienda è un po’ lo specchio del nostro Paese. Nacque geniale e innovativa negli anni Venti, venne ridotta in macerie dai bombardieri tedeschi nel ’44, risorse dalle proprie ceneri nel ’45 inventando il rivoluzionario Cucciolo, venne statalizzata nei Settanta della Scrambler, passò nel nuovo millennio agli americani, quindi a un fondo d’investimento italiano e di recente ai tedeschi. Una storia che malgrado tutto resta italiana fino al midollo. Ducati la potrà possedere chiunque, ma finché il cervello è in quei capannoni di Borgo Panigale, dove ho visto con i miei occhi gli operai brindare con i capireparto e con i dirigenti per la nascita di un nuovo modello, dove ho letto che s’è fatto un accordo sindacale d’avanguardia per garantire il massimo di produttività visti i numeri record degli ultimi anni, beh, finché è così, il futuro è al sicuro.
Stop. Il futuro. Altra parola su cui vale la pena fermarci.
“Io non so che farò in futuro”, mi disse qualche anno fa Giorgio Faletti.
“Parli di libri?”
“Libri, musica, quadri…”
Sorrisi, conoscendo la sua straordinaria voracità creativa, il genio che metteva in ogni suo gesto.
“E le moto?”, chiesi.
“Sono caduto, mi sono fatto un bel po’ male e ho deciso di smettere: non ho più l’età”. Il suo sguardo azzurro, solitamente cristallino, si velò di malinconia. Anche lui era della mia chiesa: un ducatista professo e ortodosso. Se non ricordo male aveva una GT 1000, più altri modelli di cui non parlammo. Con quella andava in giro per l’Elba. Giorgio se ne intendeva di motori, eccome. Era stato un ottimo pilota d’auto, amava le moto, scriveva ogni tanto di Formula Uno. Quando dirigevo Max, nei primi anni Duemila, gli chiesi di scrivere sulla Ferrari. Come si dice a Roma, da poco il comico e cantante Giorgio Faletti aveva “svoltato”: nel 2002 era uscito il bellissimo “Io uccido” e lo immaginavo come Paperon de’ Paperoni, con le pupille a registratore di cassa, con i dollari che scorrevano veloci nello sguardo come frutti di una slot. Prefigurai un suo cortese diniego. Invece accettò: la passione era più forte della mancanza di tempo. Scrisse un bellissimo pezzo. Io guido.
Però torniamo a Monterey, California.
Entrai in città costeggiando i giardini che separano le case basse dall’oceano. Una passeggiata lenta in cui i 120 cavalli della MTS erano diventati un puledrino innamorato. In albergo trovai Stoner con la sua baby moglie. Per la verità erano baby tutti e due. Il pomeriggio, al paddock, avevo conosciuto Nicky Hayden, l’americano più americano che c’è. Basette a forma di saetta, occhi da attore della nuova Hollywood, tagliati e sexy, un carattere simpatico e guascone. Parlammo di poche cose oltre alla Ducati. Capii che dentro molti americani, e Nicky era uno di loro, accanto al cuore batte il due cilindri a “V” di Borgo Panigale. Era un ducatista, non per cultura ma per stile di vita. Come Stoner, in cui il pensiero veniva sempre dopo il colpo di manopola. Prima si accelera, poi si pensa. Non fatelo, ragazzi, ma è così.
C’è una retorica di passione tra di noi. Piace perfino il rumore sconclusionato che talvolta le frizioni Ducati hanno. Piace la durezza del telaio, quell’impalcatura di travi che ricorda la Tour Eiffel. La guida sportiva e tosta, roba da uomini duri, non da carezzevoli ragazzi abituati alle fusa di un quattro cilindri in linea. Nella vita si può avere tutto e subito? Con un due cilindri sì. Tutti i cavalli che volete, hic et nunc. Con tedesche e giapponesi, di norma, la vita è graduale, forse esattamente com’è per molti esseri umani, priva di sogni grandiosi e priva di strappi. Ma quella notte a Monterey, con un amico fidato accanto, che era arrivato lì con la sua Mustang bianca, non c’era spazio per la gradualità. Volevamo tutto e subito. Come ogni essere umano impaziente e passionale, pronto a bruciare luminoso nella notte. Non bruciammo certamente lì, guardando le otarie e i leoni marini sonnecchiare a tre metri da noi, in acque che non ci dicevano tuffatevi. Accarezzavamo con lo sguardo la fila infinita di Ducati, elogiando uno all’altro la nostra comune religione. Ed eravamo felici: parlavamo dei nostri amori, delle nostre donne, dei nostri figli. E delle nostre moto.
@ GIUSEPPE DI PIAZZA 2015 – per il mensile “Undici”