di GIUSEPPE DI PIAZZA
Quella notte durò meno di una notte, lo so con certezza. Camminavamo, parlavamo, ridevamo, e avrei dovuto essere felice: traversavo Roma con accanto una ragazza sconosciuta o, meglio, appena conosciuta. E tutto scorreva troppo velocemente. Era stato uno di quegli incontri che avrebbero potuto cambiare il corso delle cose. Lo cambiarono? Non lo so, so soltanto che mi aveva fermato lei. Che aveva cominciato lei.
Era sul ciglio della strada accanto alla sua Vespa bianca demodée, china ad armeggiare con i fianchetti dello scooter. La vidi con la coda dell’occhio passando lento a bordo del mio motorino, pensando alla serata che mi attendeva: spesa, casa, serie tv, sbadigli, qualche pagina di Connelly, sonno. Notai il suo casco appeso al manubrio della Vespa e lei chinata sul carter nel tentativo di aprirlo. Mi chiesi cosa le fosse capitato, ma tirai avanti, alla bassa velocità che il motorino elettrico mi consentiva. Poi sentii dietro di me un “Heeey!”. Frenai, pensando che mi fosse caduto qualcosa. Mi girai per guardare la strada dietro di me che era male illuminata un po’ per la scarsa efficienza delle lampade tra gli alberi, un po’ perché si era già verso il crepuscolo d’inizio primavera.
Non vidi niente sull’asfalto. Poi alzai lo sguardo e notai la ragazza di prima che mi faceva un gesto per richiamarmi.
“Heey!”, gridò di nuovo.
Girai il motorino e percorsi contromano quei venti metri che ci separavano.
Smontai senza levarmi il casco.
“Grazie che sei tornato”, disse sistemandosi il carré di capelli biondi. Avrà avuto trent’anni, zigomi alti, una montatura da vista in acetato che non riusciva a nascondere la bellezza degli occhi nocciola, allungati. Indossava un parka imbottito, i guanti erano poggiati sul sellino della Vespa.
“Non avevo capito che chiamavi me. Che succede?”
“Ho bucato e non so cambiare la ruota. Non è che puoi aiutarmi?”
Allora smontai dalla sella, tolsi il casco e diedi un’occhiata allo scooter. Era un modello anni Novanta, una 125GTS simile a quella che aveva mio fratello maggiore. La ruota posteriore era sgonfia. Un chiodo, forse il copertone logoro. Si era fermata e lei l’aveva parcheggiata male, in attesa di capire cosa fare. Sapevo che la ruota di scorta era sotto al carter sinistro, glielo dissi e provai a rimuoverlo ma la ruggine mi impedì di toglierlo.
“Hai un cacciavite?”, le chiesi.
“Guardo sotto la sella”. La aprì e tirò fuori la bustina di plastica con gli attrezzi essenziali. Ce n’era uno con manico nero in plastica. Armeggiai per qualche minuto, poi il carter cedette: ma la ruota di scorta non c’era.
“Niente da fare, mi dispiace”.
“Sai se c’è qualche gommista aperto?”
“Sono già le sette”, risposi guardando l’orologio, “lo escluderei”.
Mi osservò muta, e dai suoi occhi nocciola trasparì una gamma di emozioni che andavano dalla delusione allo sconforto.
“Come faccio?”, mormorò girandosi, per poi appoggiarsi all’albero accanto a cui aveva parcheggiato lo scooter.
“Posso aiutarti in qualche altro modo?”
“Non credo. Hai già fatto molto, magari devi scappare e io che mi lagno qui per una gomma bucata…”, accennò un sorriso.
“No, ho appena finito di lavorare, stavo andando a comprare qualcosa al supermercato prima di tornare a casa”
“Io devo andare a Testaccio… Già non ne avevo voglia, e ora pure questa cazzo di Vespa…”
“Ma se la lasci qui e domani ci pensi? Intanto se vuoi ti chiamo un taxi oppure…”
Alzò d’improvviso gli occhi, piantandoli nei miei. “…Oppure mi dai un passaggio tu?”. Poi, prima che potessi dire alcunché, si corresse: “No, tu devi andare a fare la spesa, scusa”
Sorrisi io, stavolta. “La spesa può aspettare, non so se il tuo appuntamento a Testaccio può fare lo stesso”
“Non lo so. Dovrei andare e non vorrei. Comunque sia, grazie: accetto il passaggio, e poi decido”.
“Decidi cosa?”
“Niente. Mettiti il casco e andiamo”, disse calzando il suo.
Rimontando sul motorino le dissi il mio nome. “Mi chiamo Phil, cioè Filippo”. Provai un leggero imbarazzo per aver fatto la traduzione che, per tutta evidenza, non serviva. Era il mio modo didascalico di vivere la vita, come se il mondo avesse bisogno costantemente di spiegazioni o sottotitoli.
“Io Francesca… cioè Francesca”, e rise daccapo salendo sullo scooter. Le sue mani cercarono un sostegno, poi scelsero i miei fianchi. Avvertii la lieve pressione delle sue dita, ma il corpo non lo sentii: il parka era come un air-bag che teneva distanti le nostre forme. Partimmo.
“Testaccio dove?”, dissi a voce alta per farmi sentire, imboccando il Muro Torto a quell’ora ancora trafficato. Andavamo sì e no a 40 chilometri all’ora, silenziosi, ma il frastuono delle macchine intorno la costrinse a ripetere la risposta due volte: “Piazza Santa Maria Liberatrice, Pi-a-zza San-ta Ma-ri-a”.
Poi gridando a sua volta aggiunse: “Ma non so se voglio andarci veramente”.
“Allora dove vuoi che ti porto?”
“Non lo so, ma lì no”
Guidavo con cautela tra le macchine mentre le domande scorrevano nella mia testa come le auto intorno: che tipo è questa? Cosa le è saltato in mente? E soprattutto: dove la porto?
“Dai, dimmi dove”
“Andiamo sul lungotevere, Testaccio è lì in fondo”
“Okay, ti lascio a ponte Sublicio”
“No, lasciami a piazza della Libertà”
“Ma è lontanissimo da Testaccio, Francesca”
“Faccio due passi. E lì intorno puoi fare la spesa”. Mi strinse i fianchi, avvertii le sue dita affondare nella mia giacca blu, leggermente imbottita.
“Sarà fatto”.
Arrivammo nel giro di dieci minuti allo strano svincolo, martoriato dalle buche, che conduce da una parte a via Cola di Rienzo, dall’altra al lungotevere verso Castel Sant’Angelo. Spensi il motorino, lei scese togliendosi il casco, io chiusi il mio nel bauletto.
“Camminerai portandoti dietro il tuo? Lo sai, vero?”
“Cammineremo”, rispose lanciando un’occhiata che non riuscii a decifrare.
Poi aggiunse: “Intanto ti accompagno a fare la spesa”
Ero in qualche modo felice d’abbandonarmi al caso. Non mi succedeva spesso, e questo mi dava una lieve vertigine. Dissi nuovamente: “Ok”.
“Phil, il market è di là”, fece indicando via Cola di Rienzo.
In cinque minuti eravamo davanti al banco del fresco. Presi le mie solite cose: banane, arance, insalata in sacchetto. Poi andai verso la zona macelleria.
Mi seguiva toccando le scatole nelle corsie, dicendo di tanto in tanto: “Prendilo, è buono”.
Le sorridevo e non lo prendevo. Sono sempre stato, come molti uomini, un abitudinario: spese noiose, sempre le stesse cose.
Scelsi una bistecca di Angus, del pane confezionato e nient’altro. Una vita da single, lo capì anche la cassiera.
Uscimmo, lei col casco che pendeva dal gomito, io con il sacchetto della spesa.
“Testaccio sì o no?”, le chiesi dirigendoci daccapo verso il fiume. Roma era ormai buia e fresca.
“Sì e no, intanto accompagnami per un po’”.
Avevo deciso già di abbandonarmi al caso e continuai a farlo con la mia solita disciplina.
Passammo davanti al caffè Ruschena, dove una vita fa avevo conosciuto un’attrice la cui vita poi decollò lasciandomi ai banchi di check-in. Sul lungotevere i platani con la corteccia a macchie erano sentinelle all’ingresso di Prati. Ci scambiammo qualche informazione guardando le vetrine dov’erano esposte in trionfo le torte ai pistacchi, fragole e meringhe più buone del mondo.
Scoprii che era romana, viveva al quartiere Trieste, faceva videografica per una piattaforma internazionale ma la sua passione era il cinema. Avrebbe voluto fare l’attrice e poi aveva mollato.
Le dissi in cambio qualcosa di me, parlandole del mio lavoro da giornalista, del mio primo romanzo pubblicato da una sconosciuta casa editrice lombarda e rimasto anch’esso sconosciuto, della mia passione per la fotografia. Non le dissi che ero single, ma la mia spesa parlava per me.
La indicò sorridendo.
“Pesante?”.
“No, sono quattro cose”
“Intendevo stare da soli”
Avrebbe visto arrossirmi se solo ci fosse stata un’illuminazione pubblica decente.
“No, mi sono abituato: è così da ormai un paio d’anni”
“Ah”, e guardo davanti a sé. Poi aggiunse: “Vorrei sapere com’è”
“Tu invece fidanzata?”
Si fermò di colpo, si girò fissandomi: “Non lo so”
“In che senso?”
“Nel senso che se arrivo a Testaccio, sarà per dare un addio”
Non commentai, guardai il fiume scorrere alla nostra sinistra. Roma sa essere improvvisamente silenziosa, quando meno te lo aspetti. Avrei desiderato un clacson, una moto rombante, un urlo. Invece arrivava solo il profumo del Tevere che lì dimentica la propria origine ferina diventando scenografia perfetta per dialoghi sentimentali. Dialoghi che in quel momento non mi sembrò fossero in programma.
Mi accorsi di non reggere il silenzio che avevo fatto scendere tra noi. Non sapevo che dire. Lei mi sembrava bellissima e misteriosa, quasi inafferrabile.
“Francesca, non ti chiedo nulla”
“E io non ti dico nulla”.
La sospensione del tempo si interruppe così, con uno scambio secco.
Rimuginò su quel che ci eravamo appena detti e dopo un minuto aggiunse: “Allora camminiamo… anzi no, mi è venuta un’idea: non camminiamo e facciamo un gioco”.
“Che gioco?”, chiesi preoccupato.
“Una domanda a testa, a cui dobbiamo rispondere con la verità. Phil, siamo due sconosciuti o quasi: a chi vuoi dire la verità? Alle persone che ami?”
Rimasi interdetto. Ripensai alle mille confessioni che avevo dovuto fare nella mia vita, il cui prezzo, in certi casi, sto ancora pagando. Francesca intanto aveva messo gli occhiali in borsa e continuava a guardarmi con quel sorriso che d’improvviso era diventato enigmatico, o forse dolce: di certo non ostile. Voleva compagnia, voleva dire qualcosa a qualcuno e io ero lì, per caso. E sempre per puro caso toccava a me ascoltarla, concedendole pezzetti di me. Non mi feci alcuna illusione sugli sviluppi che quell’incontro avrebbe potuto avere. Ma il gioco, se solo avessi saputo mettere da parte la diffidenza, era stuzzicante. Guardai un gabbiano passare radente. Emise un suono stridulo. Lo interpretai come un segnale, anche se non so di che. Quindi accettai.
“Va bene, Francesca, comincia”
Il sorriso scomparve dal suo volto, che divenne di colpo severo, come quello di un vigile che sta per fare una multa mentre tu, a bordo, in seconda fila, provi inutilmente a sdrammatizzare e lui, con quello sguardo, tira fuori blocchetto e penna.
Poi disse: “Io lo so che vuoi uomini non avete alcuna stima della verità, che vi sembra un eccesso inutile. Però stasera, caro Phil, tu mi dirai la verità e io la dirò a te”.
“Ok”, risposi veloce, e sinceramente un po’ intimorito.
“Intanto seguimi”.
Mi portò alla panchina di travertino che sta davanti a ponte Sant’Angelo; i bastioni del castello papale si ergevano dietro di noi, minacciosi. Pensai a Cavaradossi recluso e a Tosca che piangeva disperata sui legni di mille palcoscenici. C’è bellezza e c’è dolore nelle pietre di Roma. Lei si sedette sulla panchina battendo il palmo della mano sulla lastra di travertino per indicarmi che dovevo stare lì, vicino a lei. Buono e seduto. Eseguii.
Un istante dopo lei prese il cellulare, lo riattivò con l’impronta del pollice e digitò veloce qualcosa.
“Gli ho detto che faccio tardi”
Poi lo rimise in borsa.
Diedi un’occhiata al mio iPhone. C’era una notifica circondata di verde sullo schermo bloccato.
Eliana: “Dove sei? Ci vediamo?”
Lo rimisi nella tasca del giubbotto senza fare niente.
Francesca mi guardò e chiese, avendo sbirciato la schermata home: “Non rispondi?”
“No, non ho voglia”
“Voi single…”, e mi batté una mano sulla coscia sinistra, che quasi la sfiorava.
“Okay, allora comincio. Ci pensò un attimo e disse: prima domanda, perché non rispondi a quel messaggio? E di’ la verità, non fare il furbo…”
“Non ho voglia, non mi interessa davvero vederla”
“Tocca a te, Phil”
“Perché vai a dare un addio? Chi è questo tipo a Testaccio?”
“Sono due domande, ma ti perdono e rispondo: è un avvocato con cui sto da due anni e non mi interessa più”.
Un avvocato? Sarà più grande di lei, pensai. Un tipo in giacca e cravatta, pieno di soldi magari, aggiunsi tra me e me fissando due piccioni che si contendevano un pezzo di pizza bianca incastrato tra i sampietrini.
Francesca posò daccapo la mano sulla mia coscia, stavolta stringendola: “Tocca a me, Phil. Rispondi: che cosa ti piace in una donna?”
Ci pensai un attimo.
“La dolcezza, la capacità di accudimento, la tenerezza nei miei riguardi…”
“Ma che, stai cercando tua madre? Dai, Phil. Devi dire la verità, non prendermi in giro”
Deglutii. In parte era vero ciò che le avevo detto. In parte. Cioè era una risposta parziale. Pensai che quel che mi piace in una donna è molto di più, quel che trovo è sempre molto meno.
“Scusa”, dissi a voce bassa come implicita ammissione di colpa. Mi presi alcuni secondi. “Vuoi la verità? Eccola: mi piace la dolcezza ma mi deve piacere da morire anche il suo viso, devo sognare le sue tette e non deve avere il culo piatto”
“Ci stiamo avvicinando”, fece lei sorridendomi. Poi si alzò di scatto, si girò e sollevando il parka mi mostrò la curva dei jeans: “Tipo il mio?”
“Sì”, risposi abbassando il tono di voce nella speranza di nascondere l’imbarazzo.
“Phil, tranquillo. Il mio culo piace a tutti. L’avvocato va fuori di testa ogni volta che mi spoglio… Comunque ora tocca a te”
“Okay. Perché lui non ti interessa più?”
“E’ noioso e non sa scopare. Poi, quel che è peggio, immagina chissà che futuro per noi… Famiglia, figli… Ho trentaquattro anni, non so se te l’avevo detto. E non ho alcuna fretta, soprattutto di immaginare un futuro con un avvocato noioso che come massimo sogno ha quello di essere accettato al circolo dell’Acquasanta. Tocca a me?”
“Sì”
“Ho capito come dev’essere fisicamente la tua donna, ma non mi hai ancora detto che vita vorresti fare con lei. Te lo chiedo formalmente”, disse facendosi seria.
“Posso risponderti camminando? La panchina di travertino mi sta gelando il sedere”
Mi sorrise facendo spallucce. “Come vuoi, motorinista freddoloso”
Camminavo con la busta della spesa che dondolava appesa alla mano sinistra e intanto pensavo a una risposta da dare, mentre lei stava al mio fianco con il casco sottobraccio. Giungemmo davanti a via della Conciliazione, San Pietro era un gigante sonnolento, immerso in una luce morbida. Volevo una famiglia? Figli? Una donna accudente e dolce? Oppure un transatlantico del sesso che buttasse gli ormeggi nella mia vita, stravolgendola?
“Allora?”, disse Francesca toccandomi il braccio.
“Devo dirti la verità, lo so. Non è facile, credimi”
“Ti aiuto? Vorrei avere nella mia casa: una donna ragionevole, un gatto che passi tra i libri, degli amici in ogni stagione senza i quali non posso vivere…”
“Apollinaire… la sai a memoria…”
“Volevo fare l’attrice, ricordatelo, so un sacco di cose a memoria”
“No, non so se ragionevole è la parola giusta. Il gatto, i libri e gli amici, sì”
“Vai avanti”
“Vorrei una vita piena, certo, quindi con i figli intorno e una donna ogni tanto irragionevole che mi sappia far ridere. L’umorismo, questo sì…”
“…E poi le tette, il culo eccetera eccetera”
“Sì”
“Sei uno stronzo”
“Non è una domanda, Francesca”
“Okay, scusa. Però resti uno stronzo: sai che le richieste di voi uomini sono per noi una sfida continua in cui siamo destinate a soccombere, cioè un massacro. Chiusa la digressione. Ti sei offeso?”. Mi fissò, fermandosi.
Guardai dentro i suoi occhi e sentii qualcosa di nuovo, come se finora quell’incontro fosse stato soltanto la premessa di un incontro. “No, tranquilla, lo so che sono, o forse siamo, così”
Si avvicinò piantandosi davanti a me, vicina, molto vicina.
“Scusa”, sussurrò. Poi accostò il suo viso al mio. Se fosse stata mattina avrei potuto indovinare la marca del suo dentifricio. Occhi negli occhi, il mio cuore accelerò avvertendo il profumo lieve di sandalo sprigionato dai suoi capelli lisci.
Poi reclinò la testa poggiandola sul mio petto. “Mi hai perdonata?”
Riuscii a biascicare un “certo, Francesca”. Quindi si scostò.
Riprendemmo a camminare verso l’incrocio tra lungotevere e porta Cavalleggeri. La sera era diventata ancora più fresca e, con il sacchetto della spesa appeso alla mano sinistra, maledissi il momento in cui eravamo entrati al supermercato.
Traversammo la strada raggiungendo la sponda che guarda l’ospedale Santo Spirito. Non c’era nessuno a quell’ora sotto i platani già bui. Da qualche minuto avevamo interrotto il gioco della verità. Ricordai però che toccava a me. Raccolsi il mio coraggio e lo misi per intero nella domanda che le feci d’improvviso: “Lo lasci perché non scopa bene, questo l’ho capito. Ma come deve scopare un uomo per non farsi lasciare da te?”
Lei si fermò e disse: “Ora si gioca seriamente, bravo Phil”
Le sorrisi alzando le spalle.
“Ti rispondo senza problemi: deve farmi venire, cioè deve rispettarmi. Le due cose ti sembreranno separate, ma sono la stessa identica cosa. Se vuoi ti do i dettagli: mi piace essere scopata da dietro, e mi piace farlo dopo lunghi preliminari. Mi piace se mi leccano con delicatezza, non con l’avidità di chi ha paura che un cono gelato si squagli”.
Deglutii daccapo. Quella ragazza apparteneva a una specie rara: una donna che sa parlare di sesso con gli uomini. Scopare è un’attività diffusa, parlarne agli uomini no. Anais Nin, per esempio. Oppure Erica Jong, oppure – in modo meno letterario – Valentina Nappi. Scrittrici e pornostar. Poi per il resto ho sempre saputo che le donne parlano di sesso, certo, con tanto di dettagli e voti, ma per lo più tra loro. Francesca no. Mi stava dicendo la verità? Forse. Oppure voleva soltanto scioccarmi, tanto ero uno sconosciuto con cui stava facendo un gioco. Ripensai alle tante ragazze di quegli ultimi anni. Sesso veloce e anche lento, ma sesso muto, senza espressione di desideri, senza guida. Immaginai la sequenza di cattivi ricordi che avevo sicuramente lasciato in ognuna di loro. Sesso di poche volte, sesso cieco.
“Allora, Phil? Posso farti io la mia domanda?”
“Certo”.
“E a te? Come piace fare l’amore?”
“Sono un tradizionalista. Però devo innamorarmi”
“Non dire cazzate, Phil”
“Giuro. Anche solo per una sera, ma devo essere innamorato”
“Sei un ipocrita. E loro ci credono?”
“Finora sì”
“E di me ti puoi innamorare? Da qui a piazza Trilussa, non chiedo di più”. Mi fissò fermandosi, e il suo sguardo falsamente innocente ora appariva ingenuo come quello di una quattordicenne al primo ballo lento.
Risi. Quella ragazza mi stava facendo a pezzi.
“Sì”. E mi corressi subito, nel tentativo di recuperare. “Cioè, credo di sì”
“Allora fallo. Hai tempo fino a piazza Trilussa, un quarto d’ora sì e no”.
“Va bene. Ti dirò che da quando ti ho visto…”. Non mi fece finire la frase e mi baciò, lasciando cadere il casco sul marciapiede. Le sue labbra erano morbide e calde, e la sua lingua non si scusò entrando tra le mie. Fu un dialogo pieno di parole non dette. Parlavano i nostri corpi, le mie mani che carezzavano la sua schiena, e le sue che nello spazio minimo tra i nostri corpi riuscirono a trovare la cerniera dei miei jeans. Il mio sesso nudo era tra le sue mani, chiamato d’improvviso a qualcosa di inatteso, totalmente folle. Mollai il sacchetto con la spesa che cadde rumorosamente accanto al suo casco, rovesciandosi in parte.
“Francesca…”
“Zitto”
Si girò appoggiandosi alla fiancata di una Opel Corsa, buia com’era buio il lungotevere in quel tratto dimenticato. Mi guidò dentro di lei, alzando il parka e abbassando con un gesto netto pantaloni e slip. Teneva la testa appoggiata alla carrozzeria dell’auto. Chiunque passando avrebbe potuto notare quella forma innaturale che erano diventati i nostri corpi. Ma non arrivò nessuno, se non un taxi che si dirigeva nella sera verso Trastevere: i fari non ci illuminarono neanche per un secondo. Mi muovevo lentamente in lei e sentivo, attraverso la sua voce chiusa in gola, il suo e il mio ansimare, la vita scorrere decisa dentro di noi.
Chi era quella ragazza? Che cosa stavamo facendo? Perché aveva scelto me? Domande che furono lampi invisibili, dissolti nel cielo di san Pietro, una notte di tarda primavera. Poi lei venne e io con lei, due secondi dopo. Restammo ancora per qualche istante uno sull’altro, poggiati alla carrozzeria della Opel, esausti più per l’emozione che per lo sforzo.
Si ricompose rapidamente, io tirai su la cerniera, lei sistemò jeans e parka, girandosi.
Non avevo detto una parola, e fu lei a rompere quel momento sospeso, quella quiete innaturale in cui eravamo piombati noi, il Tevere, Roma, l’Europa, forse il mondo.
“Sì Phil, potresti farmi innamorare”, disse dandomi un bacio leggero sulle labbra.
“Ora però accompagnami a Testaccio, o almeno fino a piazza Trilussa”.
“Certo”, risposi con un tono che conteneva più dubbi che certezze.
La abbracciai, e ci baciammo come pochi minuti prima, come se non avessimo fatto altro nelle nostre vite che baciarci nell’oscurità del lungotevere. Lei dimenticò il casco, io la spesa: tracce di qualcosa che era accaduto su un marciapiede buio.
Il tratto fino a piazza Trilussa fu uno scambio di informazioni inessenziali, small talks direbbero gli anglosassoni. Ogni tanto ci prendevamo per mano, ci fermavano e ci baciavamo daccapo con l’avidità degli adolescenti.
Davanti all’Isola Tiberina le chiesi il numero di telefono. Me lo diede come si usa fare adesso: la chiamai mentre lo dettava, così lei poté memorizzare il mio.
“Cosa fai adesso, Francesca?”
“Vado a Testaccio. In ritardo, ma vado”
“Ah. E lo lasci”
Mi sorrise. Quindi ci salutammo con un ultimo bacio che non fu migliore degli altri: lei aveva già la testa rivolta verso il suo avvocato, verso il suo futuro, verso il bivio che aveva davanti.
Tornai al mio motorino lasciato in Prati. Sulla strada mi accorsi del casco accanto alla Opel Corsa, lo presi dalla fibbia e notai che la spesa era in parte irrecuperabile. Ripensai al mio frigo vuoto e mi scappò un sorriso. Guardai l’orologio: era mezzanotte, le ore mie e di Francesca erano volate via.
L’indomani non mi chiamò, né io chiamai lei. Non mi mandò alcun messaggio, neanche per chiedermi che fine avesse fatto il suo casco: il mio WhatsApp rimase per alcune settimane inerte come un cadavere, ad eccezione di alcuni messaggi di Eliana, Barbara, Raffaella, ai quali rispondevo con significativo ritardo.
E fu così per un mese. Un mese che ricordo come una nebulosa, dalla cui consistenza lattiginosa ogni tanto emergeva il volto di lei, i suoi occhi nocciola, il suo sorriso, la sensazione di stare dentro di lei.
Quaranta giorni dopo il nome Francesca apparve sul mio display.
“Hey”, esclamai dopo aver sfiorato il tasto verde.
“Ciao Phil. Volevo sapere come stai”
“Bene, come al solito. Lavoro, spesa tardi, vita da single non noiosa. E tu?”
“Mi sposo”
Sentii una lama gelata entrare tra le mie costole.
“Bene! Con chi?”
“Che scemo che sei”, rise lei, “con l’avvocato, e con chi?”
“Ah, quindi quella sera non è finita…”
“Quella sera è andata così”
“So la mia parte, Francesca. Dimmi la tua”
“Niente, lui mi ha aspettato per ore fino a quando l’ho raggiunto a Testaccio. Aveva comprato per me una pianta enorme di basilico…”
“Un gesto poco da avvocato”
“Non essere pieno di pregiudizi. Comunque è vero, ha sorpreso pure me: tutte quelle foglie verdi, lui seduto con davanti una bottiglia di Morellino… Mi è bastato guardarlo per capire che, tutto sommato…”
“Tutto sommato?”
“Sì, la vita è questa Phil. Il basilico e la sua barbarica baldanza, cantava Paolo Conte. Ti ricordi?”
“Quindi adesso vi sposate…”
“Sì. E ti chiamo per questo”
“Cioè mi vuoi invitare alle tue nozze? Dai…”
“No, volevo dirti che dopo il matrimonio andiamo via per qualche giorno, al ritorno lui ha molti processi e un mucchio di lavoro da sbrigare a Milano. E io sarò a Roma, sola per alcune settimane. Ti andrebbe una sera di fare una passeggiata lungo il Tevere?”.
© GIUSEPPE DI PIAZZA – 2021 – per il libro “Il dio scontroso”, Palombi editori