PULIZIE D’AGOSTO – Un racconto sulla ferocia mafiosa, dentro e fuori dalle famiglie

di GIUSEPPE DI PIAZZA

Jessy aveva capelli lucidi, scuri come il mare notturno. Tano li carezzava da quasi due minuti, in silenzio: un gesto che di solito lo rimetteva in pari con il mondo. Lei gli rivolse un sorriso riconoscente. Sapeva di essere molto per Tano, e Tano sapeva che a lei doveva i rari momenti di pace che la vita, stordente, assassina, gli concedeva. Ricambiò il sorriso e smise di carezzarle i capelli. Pensò che non sarebbe servito a niente continuare: la sua partita quel giorno, quella mattina d’agosto, era persa in partenza. Guardò la sua Smith & Wesson 38 Special. Era sul tavolino accanto al divano, lucida come argenteria di famiglia. L’aveva lubrificata fino a tardi, di notte. Non poteva rischiare. Controllò l’orologio mentre Jessy si staccava da lui, lasciandolo sul divanetto davanti alla tv spenta. Mancavano due ore all’appuntamento.

“Che dici? Ti faccio un bel caffè?”, chiese la ragazza.

“E fallo”, rispose lui tornando a fissare con occhi vuoti il revolver.

Mancavano due ore, è vero.

Che armi porterà Sasà? Avrà capito che devo ammazzarlo? Si sarà messo il giubbotto antiproiettile? Sarò più veloce di lui?

Le domande gli si affollavano nella mente, in disordine, restando sospese. Riguardò l’orologio: erano passati solo due minuti. Jessy di spalle gli mostrava intanto la forma perfetta del suo sedere, fasciato da un abito leggero di jersey. Era in piedi davanti alla cucina, controllava la moka.

Tano sapeva che quella giornata sarebbe stata peggio di tante giornate a Palermo.

Gli risuonarono nella mente le parole di suo zio, don Vito, il capo della famiglia, una settimana prima.

“Tanuzzu, devi fare un lavoro di pulizia. Ogni tanto ci vuole”.

“Certo don Vito, sono qui per questo”.

Il boss gli aveva messo un braccio sulle spalle, avvicinandolo a sé. E aveva sussurrato: “Ogni tanto la pulizia va fatta anche in famiglia, lo sai? Vasinnò la casa diventa lorda”.

Doveva uccidere un parente, magari lontano, ma uno della famiglia. Aspettava solo il nome.

Aveva guardato il boss con occhi che domandavano.

Don Vito l’aveva stretto ancora a sé e aveva sussurrato: “È Sasà. Diventò troppo intimo di un giudice cornuto”.

Tradusse nella sua mente: il suo cugino di secondo grado stava per pentirsi o forse si era già pentito…

Tano deglutì, poi  scosse la testa per disapprovazione nei riguardi di Sasà.

“Sarà fatto, Zizì”. E andò via. Una settimana prima, una vita prima.

Jessy gli portò il caffè, rimescolandolo.

“C’ho messo due cucchiaini, come piace a te”

La guardò provando a sottrarre rabbia dal proprio sguardo.

“Grazie, gioia mia”.

A ventiquattro anni non era ancora uscito dalla Sicilia, ma aveva già ammazzato dodici uomini. Di lui e del suo vero ruolo nella famiglia di don Vito, Jessy sapeva quello che doveva sapere, cioè poco.

Bevve il caffè in silenzio. Il suo sguardo si perse oltre il vetro della finestra, dove le gru dei cantieri navali si stagliavano come giganti cattivi su un cielo carta da zucchero.

Pensò che a quel punto mancava un’ora e tre quarti, forse meno.

Jessy si avvicinò e gli si sedette accanto. Gli prese la mano e se la portò sul seno.

“Cuore mio, sei troppo triste”, disse.

“È che penso al lavoro”

“Vabbè, e che c’è di diverso? Oggi devi fare qualche cosa di speciale?”

“No. Devo vedere una persona”, disse lui tornando a guardare fuori dalla finestra.

“Vabbè, allora me ne vado a fare spese. Magari chiamo a mio fratello Sasà e vedo se è libero, così usciamo insieme. Tu lo sai che fa stamattina Sasà?”.

© Giuseppe Di Piazza, 10 febbraio 2018 – pubblicato su “Le Frecce” mensile delle Fs