Le ville di Palermo raccontano vita, fasti e morte di una città che ha perduto parte del proprio incanto

Le ville, a Palermo, sono la biografia muraria della città. Dei suoi fasti e dei suoi dolori. Delle sue fortune – immense, colte, spesso svanite – e delle sue disgrazie. Residenze da Gattopardi e residenze da assassini di gattopardi.

Tra una villa palermitana e un’altra, la sera del 3 settembre 1982 si compì il destino del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Era una sera calda e appiccicosa, quando il prefetto e la moglie Emanuela, a bordo della loro A112 bianca lasciarono la prefettura, ospitata dalla elegantissima Villa Whitaker, in via Cavour, un edificio in stile gotico-veneziano realizzato nel 1884 dell’architetto Henry Christian, per dirigersi alla loro residenza, Villa Pajno, una costruzione magnificente edificata nel 1883 in via Libertà, e immersa in un parco con immensi ficus magnolioide. A metà strada tra le due ville, in via Isidoro Carini, i kalashnikov dei Corleonesi spezzarono la vita dei coniugi Dalla Chiesa e del loro autista, Domenico Russo, che viaggiava su una Fiat al seguito. Nella notte dell’eccidio, qualcun altro raggiunse però Villa Pajno. Qualcuno che ebbe la sfrontatezza di aprire la cassaforte di Dalla Chiesa e di ripulirla d’ogni carta, d’ogni appunto. Parole, forse, che avrebbero fatto tremare la prima Repubblica. Parole che non leggeremo mai.

Nell’equilibrio tra lusso e decadenza c’è la storia delle ville palermitane, che sono per la città quello che i canali sono per Venezia: identità, storia, misteri, leggende.

Se vi capitasse di passare per via Serradifalco, una via stretta che va dalla Zisa alla Circonvallazione, il vostro sguardo potrebbe poggiarsi su un rudere maestoso, un edificio neogotico, abbandonata da anni: Villa Alliata di Pietratagliata. Lì vi dimorò fino alla sua morte, avvenuta nel 1979, il principe Raniero Alliata, chiamato il principe mago. Un occultista che, secondo i racconti resi da un suo parente, il giornalista Bent Partodi in un bel libro edito nel 1987 da Sellerio, ridusse in soggezione una ragazza straniera, tale Helga, agitando davanti a lei spettri, fantasmi, anime perse. Il principe, che fu stimato glottologo e naturalista, visse lì recluso per oltre cinquant’anni. Si barrò dentro nel 1925 un po’ per la vergogna d’aver perso al circolo Bellini una memoribile partita a Chemin de fer (e un’altrettanto memorabile quantità di soldi), un po’ per coltivare in santa pace la passione per l’occulto. Parodi fu discepolo dello zio mago e partecipò a diverse sedute notturne, che decise però di abbandonare quando dalla bocca dello zio venne fuori un ectoplasma con le sembianze della Bestia. Un po’ troppo anche per un giovane in cerca di emozioni. Il principe morì nel 1979 e da allora la sua Villa neogotica andò trasformandosi, come un ectoplasma, in pietra morta, in balia di bivaccatori e senzatetto.

Villa Whitaker – In alto: Villa Boscogrande, scelta da Luchino Visconti per ambientare molte scene del Gattopardo

Le storie sono anche liete, storie di lusso e di cultura. Villa Malfitano, Villa Tasca (grandi vini, grandi ospiti: dai re Borbone a Bismark, da Margherita di Savoia a Jacqueline Kennedy), Villa Alliata Cardillo (che dà nome a un’intera borgata)… E poi un nome su tutti: Giuseppe Tomasi, che non visse a Villa Lampedusa, su via dei Quartieri ma dove suo nonno, Giulio Fabrizio Tomasi, cui l’autore del Gattopardo ispirò la figura del principone Fabrizio Salina, studiava le stelle dalla sua specola. Ma non è lì, nella vera residenza, che Luchino Visconti volle ambientare le scene di palazzo Salina. Scelse un edificio non molto lontano, Villa Boscogrande, nella zona dove i palermitani ricchi avevano le loro case di villeggiatura: la piana dei Colli. Giorgio Bocca, quando fece la sua prima inchiesta sulla città, negli anni Sessanta, notò la stranezza dei tanti palermitani che, giunti a giugno, coprivano con le lenzuola i divani delle case di città, per poi fare i bagagli e partire per le vacanze. Destinazione, Mondello: ben sei chilometri di strada. Nel Settecento, Mondello non c’era e i ricchi si costruivano la villa ai Colli: quattro chilometri dalla città. Anche quella era estate.

Villa Boscogrande fu edificata dalla famiglia Sammartino non proprio all’insegna della sobrietà. L’ispirazione, dicono le carte, fu la reggia di Versailles. E probabilmente fu proprio questo a sedurre quel meraviglioso esteta di Visconti.

© GIUSEPPE DI PIAZZA / 2015 / Corriere della Sera