di GIUSEPPE DI PIAZZA
Nel tempo libero, Leoluca Orlando indossa un caftano blu che lo rende, da una certa distanza, indistinguibile da un commerciante del souk di Tunisi. Ha la stessa pelle bronzo scuro, gli occhi che sono braci contornati da borse, ormai tasche, per quanto il tempo le ha rese profonde. D’altronde l’uomo, che ha festeggiato da poco i 66, è sulle breccia da quasi un quarantennio. Rientrato a metà degli anni Settanta in Italia dopo una lunga formazione in Germania e in Inghilterra, il rampollo del mitico (e chiacchierato) avvocato Salvatore Orlando Cascio si diede da subito anima e corpo alla politica, quell’angolo di politica buona che a Palermo, in quel tempo, era incarnata dal presidente della Regione Piersanti Mattarella. Democrazia cristiana anomala, tanto anomala che Cosa nostra nel giro di due anni la fece cessare con il piombo. Orlando allora andò dai giudici e accusò tutto l’establishment democristiano del delitto Mattarella. Ed era solo il buongiorno. Poi fondò la Rete e divenne per tre volte sindaco: ’85, ’93, 2000. La chiamarono “primavera di Palermo”.
Da poco più di un anno, separati i destini prima da Rutelli poi da Di Pietro, è sindaco per la quarta volta, eletto con il 74 per cento dei voti, non sostenuto dal Pd.
“La mia coalizione ha preso il 14 per cento. Io 60 punti di più. Sarei un sindaco di centro sinistra? Ma su. Il mio partito si chiama Palermo. Come il partito di Mangiarotti si chiama Parma e quello di Tosi si chiama Verona. Aggiungerei anche Marino, la cui tessera – mi sembra – è soltanto Roma. Siamo sindaci che vanno oltre gli schemi dei partiti. E la nostra esperienza insegna che l’equazione partito-primarie-governo è morta. Ha presente persone perbene come Veltroni e Bersani?”.
La sua città, quella della primavera, mi sembra però che stia vivendo un autunno profondo: immondizia, disoccupazione, disordine edilizio…
“Palermo ha vissuto dieci anni di barbarie. Questa città è un bene comune, ma tornando a fare il sindaco, ho scoperto che non esiste più la comunità palermitana. Io sto cercando di ricostruire tutto, di convincere la gente che dopo l’inverno torna la primavera”
Su uno dei viali che portano a Mondello, qualche sera fa c’era una montagna di immondizia alta tre metri e lunga dieci. Sembrava un’istallazione d’arte contemporanea. Sarebbe questa la speranza di una primavera?
“Passo il tempo a denunciare l’inciviltà di molti miei concittadini. E le confesso una cosa, che oggi ho capito perfettamente: col cavolo che chi ha votato per me la pensa come me!”
Ma che fa l’azienda dei rifiuti?
“Fallita. Da meno di un mese, della raccolta si occupa direttamente il Comune”
E’ vera la storia dei 450 figli assunti in un solo giorno all’Amia, la vecchia azienda?
“Verissima. Qualche anno fa, a ridosso delle elezioni comunali, il sindaco di allora (Diego Cammarata, ndr) e i suoi collaboratori chiamarono 450 dipendenti dell’Amia, offrendo loro uno scivolo e un pensionamento anticipato. In cambio avrebbero assunto “per concorso” i loro figli. Tutti accettarono e i ragazzi vennero assunti: la commissione in un solo giorno disse di sì. L’indomani vennero promossi tutti e 450 dalla prima alla seconda categoria”.
Direbbe a un suo figlio di restare a Palermo a studiare, lavorare?
“Purtroppo le mie due figlie, i loro mariti e i miei tre nipoti sono andati tutti all’estero. Per l’esattezza: fu-ggi-ti all’estero. Non potevano rassegnarsi a questa città e alla sua cultura dell’appartenenza”
Scusi, ma lei è il sindaco di Palermo. Come ha accettato che la sua famiglia “fuggisse”?
“L’ho accettato perché io sono rimasto qui, a battermi per dare ai giovani un futuro. Vorrei che da Palermo i ragazzi andassero via, ma solo per scelta. Non per necessità. E chi volesse restare, qui dovrebbe trovare opportunità, rispetto, lavoro”
Si ricorda il dialogo tra lei e una delle sue figlie quando le ha annunciato che andava a vivere all’estero?
“Certo. E’ venuta e m’ha detto: papà, noi ci trasferiamo a Quebec City. Io ho pensato, da padre autoritario e siciliano, che una domanda avrei dovuta fargliela. Allora le ho chiesto: andate via Montreal o via Toronto?”
E’ una battuta?
“No. Mi dica lei: che cosa potevo obiettare?”
Mi spiega la cultura dell’appartenenza?
“Se volevi un lavoro, al Nord ti chiedevano: che cosa sai fare? Al Sud: a chi appartieni? Purtroppo devo dire che da un po’ di anni questa cultura dell’appartenenza ha invaso anche il Nord”
Qual è lo slogan per questo suo mandato?
“Palermo pulita. E stop al pizzo di strada”
Che cosa intende?
“I parcheggiatori abusivi. Quindici anni fa ti chiedevano un obolo e se non lo davi, si rassegnavano. Ora no: fanno parte di una specie di racket”
S’è accorto che davanti a quest’albergo di Mondello dove la sto incontrando c’è un parcheggiatore abusivo 16 ore su 24?
“Sì. Ma almeno noi li multiamo”
Lei è entrato e uscito dalla politica nazionale più volte. E’ stato eletto con percentuali da plebiscito: 74, 75 per cento… Come si spiega il fenomeno Grillo?
“Beppe Grillo è il termometro che indica la malattia, non la cura”
E Renzi?
“Un sindaco come me non espresso dai partiti. Fa bene a voler scardinare il Pd, così il campo di gioco si allarga e gioco anch’io che ne sono fuori”
E Letta?
“Sta facendo un lavoro difficile, mi sembra che ultimamente balli sul precipizio”
Lei, Renzi, Letta. Tutti ex democristiani…
“La prego, io sono democratico e cristiano (sorride)”
Va bene. Ma è possibile che in Italia ce la possano fare solo gli ex dc?
“Beh, finché gli ex comunisti non la pianteranno con il complesso che loro non possono governare…”.
© GIUSEPPE DI PIAZZA 2013 / Corriere della Sera