La mafia uccise nel ’79 il giudice Cesare Terranova e io decisi di fare il giornalista. Il ricordo di quei giorni

Devo in gran parte a Cesare Terranova, e al suo sacrificio, se oggi faccio il giornalista. E’ stata una concatenazione di eventi, alcuni dei quali tragici, che cominciò nell’estate del 1979.

Alla fine di una stagione marinara vissuta con i miei amici di sempre a Marinalonga, quell’anno decidemmo, Fabrizio e io, di fare un’esperienza lunga a Parigi. Io avevo in mente di lasciare l’università di Palermo e di trasferirmi alla cosiddetta Sorbonne Nouvelle per continuare i miei studi di filosofia e linguistica. A fine agosto trovammo una stanzetta in una casa abitata da due ragazze e prendemmo il treno. Io cominciai subito i corsi di accettazione linguistica all’università. Fabrizio studiava, leggeva, girava. Per la verità giravamo tanto insieme e mangiavamo spesso alla mensa degli studenti accanto al Grand Palais.

Sentivamo una volta a settimana le nostre famiglie, con telefonate veloci dalle eleganti cabine parigine. Ce n’erano un paio proprio accanto alla mensa. Fu da lì che Fabrizio chiamò quel 25 settembre, al pomeriggio.

Risposero. Lo vidi sbiancare dopo pochi secondi. Non riusciva quasi a parlare, poi gli occhi gli si riempirono di lacrime. Mi guardò.

Gli chiesi: che è successo? che è successo?

“Hanno ucciso lo zio Cesare”.

Cesare Terranova, l’amico dei miei genitori, lo zio del mio migliore amico, il grande giudice, l’uomo che ricordo nelle mie estati a Petralia, quando a cinque, sei anni, i miei mi portarono lì per farmi ritrovare la salute, ospiti di Alberto Pucci, altro caro amico di famiglia. Cesare e Giovanna erano per me di casa, nelle serate palermitane dai miei, tra bridge e meravigliose cene.

“Come l’hanno ucciso?”

“La mafia”, mi disse. Lo abbracciai. Capii all’istante che avremmo dovuto interrompere quel sogno parigino e tornare lì, dove il dolore e la tragedia ci chiamavano. Non intuii invece che in quell’istante cominciava la mia vita adulta.

Facemmo rapidamente i bagagli, trovammo un treno e a fine settembre eravamo daccapo a Palermo.

Durante il viaggio sentii montare dentro di me una grande rabbia. Non era giusto. Non era stato giusto vedere il corpo di Boris Giuliano al bar Lux, una mattina che ero andato a Palermo a fare piccole compere, portando in Vespa con me Francesca Terranova, la nipote di Cesare, atterrita da quello spettacolo senza poter immaginare cosa di lì a poco avrebbe riservato la mafia alla sua famiglia. Non facevo ancora il giornalista, ma sentivo tutta l’ingiustizia della nostra città. E la morte di Cesare Terranova rafforzava i sentimenti di quel mattino al Lux: dovevo fare qualcosa per migliorare la nostra vita, dovevo dare il mio contributo per battere la mafia. Dovevo fare un lavoro sociale. Dovevo fare il giornalista.

Il ritorno a Palermo, a inizio ottobre, fu segnato dall’opportunità che un amico di papà, il direttore de L’Ora Nicola Cattedra, mi diede: perché invece di perdere tempo con la linguistica non vieni a dare una mano al giornale? Perché non provi a fare il cronista?

Ero quello che aspettavo. Mi tuffai in quell’avventura di giornalismo e di impegno antimafia con tutto me stesso. Sono passati 40 anni, lungo i quali ho girato l’Italia. E non smetto per un solo giorno di pensare al dono che mi fece, collateralmente, Cesare Terranova con il suo enorme sacrificio: la sua vita, come quella degli altri eroi antimafia, è stata ed è esempio di ribellione civile, in nome della giustizia, della libertà.

Grazie Cesare.

© GIUSEPPE DI PIAZZA 2019