Selfie, la messa in piega dell’io

C’è stato un tempo in cui, se si era bravi, si riusciva a fare l’autoscatto. Una levetta ticchettava muovendosi a ritroso sullo chassis della macchina fotografica e l’autore dell’ autoscatto correva a prendere posto nel gruppo. Ogni tanto venivano bene.
Poi “autoscatto” è diventata una iniziativa editoriale porno. Autoscatto delle parti più segerte. Ognuna/ognuno per sé, le foto per tutti.
Da un annetto impazza invece una parola di derivazione inglese che tutti conoscete: “selfie”. Una parola che mi mette i brividi. Come se all’improvviso farsi gli autoscatti, solo perché lo diciamo all’americana e lo facciamo con Android o iPhone sia diventata una cosa speciale. Come se non fossero esistiti decenni di magnifici (e lubrici) autoscatti.
Ci facciamo un selfie? La garanzia, visto che il cellulare resta nelle mani dell’autore, è che il gruppo verrà  deformato. Pazienza.
Ma perché impazza questa parola? La verità , probabilmente, è nel fatto che i telefonini hanno ucciso le macchine fotografiche di poco costo, che ognuno adesso ha in tasca uno smartphone (più di 30 milioni in Italia) e quindi l’autoscatto è diventato di massa. Per non sembrare una volgare messa in piega dell’io (o del noi), s’è dovuto trovare una parolina, meglio americana (cioè “cool”), che lo sdoganasse nella coscienza dei più. Se facciamo una cosa americana, sarà  certamente giusta. Giusta, deformata, e solitamente orribile.