Il giallo (irrisolto) della donna nell’armadio – per il Corriere della Sera

Immaginiamo un giallo ben congegnato: una donna come vittima, un assassino che prima le spara due colpi di pistola attraverso un cuscino e poi, quando si accorge che la donna è ancora viva, la finisce soffocandola con un sacchetto; infine, il cadavere di lei ritrovato nell’armadio di casa. Sufficiente come trama? Materia di prim’ordine. Tanto più che il caso, accaduto per davvero a Roma, è ancora irrisolto: non solo giallo, ma giallo senza soluzione.

Rileggiamo allora gli elementi di base. E’ la notte di domenica 10 aprile 1994. Al quartiere Talenti, nord-est di Roma, la signora Di Veroli, una commercialista single di 48 anni, con un tenue strabismo che la rende sicuramente interessante, è tornata da una gita. Si prepara ad andare a letto, indossa un pigiama azzurro a fiorellini. Suonano alla porta. La donna accoglie nell’appartamento un uomo che fa le seguenti cose — per lo più strane — accertate dall’inchiesta: aspetta che si addormenti (o la addormenta: lei prende due sonniferi), le poggia un cuscino sul viso, le spara due colpi di piccolo calibro (6.35), si accorge che non è morta, prende allora un sacchetto di cellophane, glielo infila sulla testa e la soffoca. Quindi passa alla seconda fase del piano, che rende questo giallo — ancora irrisolto 18 anni dopo — un giallo del tutto letterario: trascina il cadavere della povera commercialista fuori dal letto e lo chiude in una armadio a muro, sigillandone le ante con una colla molto forte. Poi scompare. Libero, imprendibile.

Che lezione si trae da questo caso? Che un assassino del tutto disorganizzato, il quale compie azioni incomprensibili — piccola pistola, sacchetto, colla, armadio — ha ottime possibilità  di cavarsela.

Un pensiero pessimista, che però trova sponda nell’animo noir dell’ingegner Roberto Costantini, 59 anni, direttore delle relazioni esterne dell’università  Luiss di Roma, ma soprattutto autore celebrato di “Tu sei il male”, prima parte di una trilogia nerissima ambientata tra Roma e la Libia. Costantini si è appassionato al giallo della donna nell’armadio. Lo ritiene un caso di scuola. “Una trama alla Agatha Christie oppure un cold case buono per il mio commissario Michele Balistreri”. Perché mai? Il suo personaggio indaga su scenari alla via Poma, atmosfere alla Emanuela Orlandi… “Il tempo costituisce una prova. Mi spiego: Balistreri guarderebbe i comportamenti della piccola cerchia dei sospettati, notando nel tempo elementi non congrui”. Faccia un esempio, ingegnere. “Immaginiamo che uno dei sospettati, allora scagionato, diciott’anni dopo organizzi una truffa geniale ma si faccia scoprire… Il delitto Di Veroli è stato commesso da un uomo, probabilmente un imbranato, che conosceva la vittima in modo molto personale, altrimenti lei non gli avrebbe aperto in pigiama; e il movente non è passionale, altrimenti ci sarebbero state tante coltellate, tanto sangue: questi delitti di solito generano un massacro, per esempio via Poma. Il movente qui è di interesse. E l’omicidio è premeditato: l’uomo porta con sé la pistola e, credo, la colla. Ma non è un professionista”. Quindi, tornato alla sua vita, diciott’anni dopo potrebbe tradirsi? “Un po’ come capita nel mio romanzo. E Balistreri coglierebbe i segni di questo tradirsi. Così riaprirebbe le indagini”.

Lei oggi da che cosa ripartirebbe, sul delitto dell’armadio? “Credo che il profilo dell’assassino sia chiaro. Un uomo che ha agito per interesse, avendo un rapporto personale molto forte con la vittima”. Per esempio un ex amore? “Per esempio”. Lei sa che la procura portò a processo, con l’accusa di omicidio, un fotografo — Vittorio Biffani — con cui Antonella Di Veroli aveva avuto una relazione. Gli aveva prestato 42 milioni di lire. Quella notte di domenica, Biffani sostenne di essere rimasto a casa ma uno scontrino inizialmente lo smentì. Fu fatto lo stub, il vecchio guanto di paraffina, per capire se il fotografo aveva sparato o no, e gli investigatori confusero i risultati rendendoli illegibili… Insomma, giunto a processo, Biffani venne assolto. E dopo qualche anno morì per cause naturali. Caso chiuso? “Non lo so, non me lo chieda. I parenti leggono i giornali e io rispetto la loro sofferenza”. Ma un’idea se la sarà  fatta? “L’elemento più importante è la decisione, presa dall’assassino, di chiudere il cadavere nell’armadio. Perché l’ha fatto?”. In via Poma è evidente che chi pulisce il sangue di Simonetta intende poi spostare altrove il corpo, per rompere il nesso tra il delitto e il luogo. Chi uccide Simonetta ha sicuramente a che fare con il palazzo di via Poma 2. Ma nel caso di Antonella Di Veroli, perché si nasconde così bene il corpo in un armadio? “Ipotesi: per mettere del tempo tra sé e il delitto. L’assassino probabilmente voleva che il corpo venisse scoperto con un paio di giorni di ritardo, così da rendere incerta l’ora dell’omicidio. Forse aveva un problema con l’alibi…”. Ritorna il tempo: come prova, come alibi. Costantini, lei gli anni, le ore, i minuti li maneggia bene: ha scritto una trilogia nera di 1.500 pagine, una grande storia italiana lunga decenni. Come fa? “Semplice: sono un ingegnere meccanico”.

18 luglio 2012