C’è una verità giudiziaria e poi, magari da un’altra parte, nascosta tra le pieghe delle bugie, c’è la verità . Quella con la V maiuscola. Nel caso di Christa Wanninger, una deliziosa ragazza tedesca uccisa a coltellate nel ’63 a Roma, le due verità , quella minuscola e quella maiuscola, non è mai sembrato che coincidessero. La sentenza, emessa vent’anni dopo l’omicidio, dice che ad assassinare la ventitreenne di Monaco fu un pittore squinternato di nome Guido Pierri, talmente squinternato al momento del delitto da non essere punibile. La uccise perché preda di raptus e di un’ossessione, sette coltellate, la prima sferrata in ascensore, le altre sei sul pianerottolo del quarto piano di via Emilia 81, a due passi dalla via Veneto di Federico Fellini, dove la ragazza stava raggiungendo la sua amica Gerda Hoddapp. Erano le 14.27 del 2 maggio 1963. Alle 14.29, la portinaia notò un “uomo in blu”, alto, magro, sui trenta, scendere le scale di fretta. Quasi un anno dopo, mentre le indagini vagavano in un buio fitto, Pierri, che allora aveva 32 anni, telefonò a un giornale e si fece identificare e scoprire: a casa sua furono trovati scritti che descrivevano l’omicidio di una ragazza del tutto simile a Christa.
Questa è la verità giudiziaria. E poi c’è l’altra verità , quella che da cinquant’anni in molti cercano. Chi era veramente Christa Wanninger? Perché venne assassinata? Come mai Pierri, che nessuno sospettava, sentì l’impulso a rendersi evidente telefonando a un quotidiano? Queste tre domande, cui la sentenza non dà risposta, rendono quindi il caso Wanninger un caso aperto, a dispetto del sigillo posto nell’88 dalla Cassazione.
“Io sono convinto che il giallo non sia risolto”, dice Giancarlo De Cataldo, 55 anni, una maglietta nera come l’anima dei suoi personaggi, eroi negativi di una Roma violenta e dura. Il Libanese, insieme al Freddo, sono forse i suoi capolavori. Due boss, due modi differenti di vedere il potere ed esercitarlo. Del Libanese, portato sullo schermo da un sontuoso Piefrancesco Favino, è in libreria adesso il prequel che narra la nascita di un capo; il titolo è assertivo: “Io sono il Libanese”.
Cosa la incuriosisce di Christa Wanninger? “Tutto. Cominciando dal ruolo che s’era scelto nella Roma della Dolce Vita. Oggi si direbbe che faceva la escort. Aveva oltre cento clienti nella città bene, annotati su cinque diari. E perché una ragazza tedesca di buona famiglia faceva la vita?”. Me lo dica lei. Oppure preferisce che lo chiediamo al suo commissario Nicola Scialoja di “Romanzo Criminale”? “Glielo dico io, non disturbiamo il dottor Scialoja. Le ipotesi sono due: Christa faceva la escort perché lavorava per i servizi tedeschi che davano la caccia ai criminali del Terzo Reich. Oppure: Christa era al servizio della rete di protezione dei nazisti in fuga”.
Due strade divergenti. O forse speculari. “Scelga lei”. Mi sta citando tra le righe il maestro Forsyth? “Ammetto. Il “Dossier Odessa”, il romanzo in cui si svelava questa organizzazione criminale ramificata nel mondo, venne pubblicato nel ’72, nove anni dopo. Immaginiamo che per ragioni a noi ignote Christa Wanninger, ragazza di buona famiglia bavarese, covasse odio per il nazismo. Tanto odio da mettersi a disposizione della sua patria, infiltrandosi nella buona società romana dove i servizi tedeschi credevano che ci fosse un’ottima protezione per i criminali nazisti. Fare la escort nei salotti della Capitale è un buon sistema per scoprire rapidamente molti segreti. Invece viene scoperta lei e Odessa decide di ucciderla: Pierri potrebbe essere il reale esecutore, spinto ad assassinarla come il protagonista di “The manchurian candidate”, oppure un perfetto caprio espiatorio”.
Su cosa poggia quest’ipotesi? “Su quanto è disponibile negli archivi: scavando nella famiglia di Christa, un cronista si imbattè in una strana società americana, Permindex. Provate a digitarlo oggi su Internet. Scoprirete un lunghissimo elenco di siti complottisti: Permindex, secondo le loro teorie, sarebbe una sorta di Anonima Assassini”. Un’organizzazione che, tra le tante nefandezze, avrebbe protetto i nazisti in fuga. Mentre la seconda ipotesi… “E’ il contrario della prima. Christa lavorava per Odessa, oppure proprio per Permindex. Venne scoperta dai “buoni” ed eliminata”.
Facciamo un’altra ipotesi? “Prego”. Che Christa Wanninger sia stata uccisa da un pittore fuori di testa. “Lei vorrebbe dire che la verità è una soltanto?”. Non so: ipotesi di scuola. “Lo schema classico del giallo vuole invece una verità iniziale, una seconda verità … Nel caso di Christa Wanninger c’è un elemento che non è mai quadrato: quando la ragazza riceve la prima coltellata, comincia a gridare terrorizzata. L’urlo viene sentito anche a piano terra. Ma non lo sente la sua amica Gerda, che abita lì, dietro la porta del pianerottolo. Dirà che stava dormendo, una sorta di sonno chimico: credo pillole, droghe del tempo… Lei si esibiva nei locali, le sue foto osé giunsero ai giornali. Gerda non sentì nulla, avrebbe potuto salvare Christa. Ma non accadde. L’assassino potè finirla indisturbato, alle 14.29 di un giovedì di primavera, in una Roma quieta e godereccia. Pura coincidenza?”.
11 luglio 2012