Ventidue maggio 2008. Arriva in redazione la rubrica di Pietro Calabrese. Racconta di un uomo, un suo amico, a cui è stato diagnosticato un cancro inoperabile al polmone. E’ un articolo malinconico, severo, che ridà misura alle cose: il mio amico — scriveva in sostanza Calabrese — ha capito d’improvviso quanto sia inutile dedicare tempo ad attività insulse, alle beghe della politica, agli affanni nevrotici del lavoro, quando poi, in soli due secondi, in sole due parole, ti dicono che sei al capolinea, o, bene che vada, a poche fermate dal capolinea.
Ho un sospetto, un terribile sospetto. Chiamo Pietro sul cellulare, gli dico “pezzo bellissimo, molto toccante”. Poi chiedo: “Pietro, chi è?” Lui dice “ehmm”, fa un lunga pausa, in pochissimi ancora sanno la verità . “Sono io”. Un’ammissione secca, lo sento commosso sia dalla sua condizione, sia dalla verità detta. Non so replicare. E allora taccio. Ci lasciamo in modo diverso da come, per 25 anni, ci siamo salutati: cioè con quella giocosa allegria da commilitoni, lui capo, io soldato, amici innanzi tutto. Stavolta è diverso: non ci sono battute, sento il peso che lui ha sul cuore, la paura palpabile anche su una linea Umts, e cerco di essere adeguato. Dobbiamo avere fiducia nella scienza.
Il suo primo articolo scuote i lettori, tocca le corde più sensibili di ognuno di noi. Calabrese viene inondato da email, la redazione pure. Una settimana dopo arriva il secondo articolo, il suo amico adesso ha un nome — Gino — e in pochi giorni trova tra i lettori di “Sette” anche migliaia e migliaia di nuovi amici. Calabrese sceglie cioè un alter ego, stabilisce con lui un rapporto simile a quello di Philip Roth con la sua creatura letteraria Nathan Zuckerman. Ma con una differenza: Gino ha più un senso di realtà quotidiana, tra malattia e speranza, nel quale decine di migliaia di persone — che hanno avuto un parente malato, che hanno sfiorato la malattia — si ritrovano senza finzioni. “Tutto ciò che non è sulla strada è falso: letteratura”, scrisse provocatoriamente Henry Miller. Gino invece era sulla strada, come tutti noi.
Il percorso di questo anno e mezzo è stato per Pietro Calabrese un viaggio romantico e doloroso verso il buio. Una delle ultime stazioni sarebbe stata l’uscita del libro in cui racconta tutto di Gino, di sé, della paura, dell’amore: “L’albero dei mille anni”. Sarà in libreria il 29 settembre, involontario o volontario omaggio a Mogol-Battisti, e per oggi, 23 settembre, avevamo concordato Pietro ed io di pubblicare su “Sette” un’anticipazione. Lui avrebbe dovuto rivelare, nella sua rubrica “Moleskine”, la semplice verità che a qualcuno poteva ancora essere sfuggita: “Cari amici, Gino sono io”. Doveva essere l’epifania del personaggio, la conclusione di un primo percorso verso una possibile, o forse impossibile, salvazione. In ogni caso un segno da mandare: ce l’ho fatta, almeno a consegnare il libro, a sfidare il tempo. Ma alla fine ha vinto il tempo, impedendogli di vedere la sua prima copia stampata, sottraendogli il diritto a rivelare lui, personalmente, di essere Gino. E’ una patina di dolore che si aggiunge al dolore per la perdita di un grandissimo amico, un maestro di giornalismo, un fratello maggiore. Nell’”Albero dei mille anni” Pietro immagina la morte come un buio misterioso sul quale ci affacciamo tutti, in solitudine. Ma è in quel buio, dice, che potremmo ritrovare gli altri, chi ci ha preceduto. Un cielo nero pieno di umanità , quasi un cielo animista.
C’era in Pietro una strana spiritualità , tenuta nascosta sotto quella straordinaria vena di umorismo e genialità che lo hanno reso una persona unica. Quando era vicedirettore al Messaggero aveva appeso dietro la sua scrivania un enorme pannello che riempiva giorno dopo giorno di fotografie ritagliate dai giornali, disegni trovati, piccole parole. La chiamava “La mia makumba”, era uno scherzo, forse no. Si era costruito una galleria di immagini e segni, che poi nella sua vita reale sono stati, come lo sono per tutti, gli amori, gli amici, le passioni, i luoghi. La sua spiritualità non prescindeva dai luoghi: il baobab che dà nome al libro è figlio di quel Kenya dove nacque Lucy, la progenitrice di tutti noi, e dove negli ultimi anni Pietro aveva trovato una sua nuova pace. L’altro luogo è stato Cozzo Capraro, di cui ha parlato in moltissime sue rubriche. Un angolo di Sicilia magica, affacciata su Cefalù e le Eolie, dove ha passato le sue due ultime estati, e al quale ha riservato parole da innamorato.
Domenica 12 settembre, alle 5 .15 del mattino, Pietro se n’è andato. A quest’ora sa già qual è la risposta, cosa c’è in quel buio che immaginava. Le altre anime. O forse niente. O forse il buio che è sceso, con la sua partenza, nel cuore di molti di noi.
14 settembre 2010